RENÉ CREVEL
LO SLANCIO MORTALE
 
 
All’origine c’è una scena terribile e assurda. La madre che conduce René quattordicenne a prendere visione del cadavere del padre che si è impiccato, per ammonirlo sui pericoli della corruzione e del vizio. Non a torto René vedrà i suoi genitori come una coppia di Atridi segnati dalla tara della follia. Per tutta la vita cercherà di chiudere i conti con loro, in un doloroso, indistricabile miscuglio di odio e derisione. La madre autoritaria e bigotta è oggetto di un diprezzo inappellabile; il padre, vanesio e inconsistente, suscita insieme disistima e pietà, che si muterà per il figlio attraverso un enigmatico percorso in complesso di colpa. In Détours, il suo romanzo di esordio pubblicato  a ventiquattro anni, nel 1924, li fa morire entrambi suicidi, in un tentativo disperato di sottrarsi alla loro isteria; ma si assume la colpa verso il padre per avergli suggerito il modo del suicidio: rubinetto del gas lasciato aperto nella cucina dalla finestra ben sprangata - che sarà poi il modo scelto da René Crevel un decennio dopo per togliersi la vita.
Un singolare intreccio si annoda così nello spazio familiare diventato un cerchio psicotico, claustrofobico, in opposizione a quell’impulso alla libertà assoluta che è il movente più forte della personalità di Crevel. Al rifiuto della madre, del complesso di Edipo a cui si nega contrapponendogli un proprio «simplexe anti-Œdipe», come lo definisce, si accompagna un complesso di Oreste, nell’ambiguità o ambivalenza del sentimento che lo lega alla figura paterna, insieme da condannare e da vendicare per la costante disapprovazione con cui lo ha perseguitato la moglie, questa Clitennestra piccolo-borghese dai pregiudizi tenaci.  I genitori sono le due facce di un’unica ingombrante presenza. Nel suo primo romanzo lo scrittore ne rovescia i ruoli rispetto alla vicenda biografica, attribuendo al padre militare la causa del gesto insano della donna, in seguito allo scandalo in cui lo ha trascinato un suo “vizio coloniale”. E questo scambio delle parti è indice anch’esso del modo doppio, ambiguo in cui è coinvolto nel suo “romanzo familiare”. Prendendo su di sé la macchia della morte paterna, identificandosi con essa attraverso la finzione di un suggerimento che in effetti non ha mai dato, Crevel apre un processo che sfigura il padre facendone oggetto di derisione. È lo stesso processo che condurrà contro se stesso, con un’opera di autodistruzione che si svolge giorno dopo giorno, così che il suicidio finale si rivelerà un atto perseguito e consumato durante tutta la vita.
Ma la liquidazione dei simulacri originari non doveva compiersi, se figure di genitori ridicole o maniacali ritornano costantemente, come lo spettro padre di Amleto, nella narrativa di Crevel (già in Détours una loro incarnazione con variante è il filosofo Dupont-Quentin dal prestigio esorbitante e dalle fumose teorie), mostrandosi del tutto inadeguate all’ansia del giovane protagonista nel quale l’autore si proietta di romanzo in romanzo. Peggio, esse gettano un’ombra pesante sui giovani in rivolta. Tutta la vicenda esistenziale di questi si svolge nella tensione tra il rifiuto del mondo ricevuto e l’impossibilità di crearne uno nuovo nel segno dell’autenticità. Se avviene così, è perché  l’ipocrisia, la finzione, l’artificio, in una parola l’inautenticità della vita sociale insidia e guasta la ricerca di una comunicazione universale e perfetta a cui Crevel aspira, destinandola infine al fallimento.
Nel suo secondo romanzo Mon corps et moi, uscito nel 1925 a pochi mesi di distanza dal libro di esordio, lo scrittore dice, del suicidio a cui assistette da adolescente: esso «fece - per la mia formazione e la mia deformazione - di più di ogni prova posteriore di amore o di odio». La morte è sempre presente nel suo orizzonte psichico; ma non nella forma tenebrosa di una mistica romantica - invece come scelta dell’homme révolté, atto consapevole «che ci libererà di un’esistenza dove non sappiamo portare ordine». «Dalla fine della mia infanzia ho sentito che l’uomo che facilita la propria morte è lo strumento di una forza maiuscola (chiamatela Dio o Natura) la quale, avendoci posto in mezzo alle mediocrità terrestri, trascina nella sua traiettoria, più lontano da questo globo di attesa, i soli coraggiosi». Crevel trovò per questa forza la stupenda definizione di élan mortel, slancio mortale, in opposizione allo “slancio vitale” del filosofo Henri Bergson.
È un movimento dialettico quello che si produce in profondo nella quête, nel cammino di ricerca che sono i romanzi di Crevel. I quali non raccontano tanto delle trame (sebbene siano ricchi di episodi e di personaggi di sottile ironia, estremamente vivi nella loro capacità di ritrarre un’epoca) quanto appunto un itinerario esistenziale. Crevel lo conforma a se stesso, vi si rispecchia, oggettivandolo in un discorso narrativo che ha insieme i caratteri del flusso di coscienza e della riflessione filosofica; ma se per la biografia dell’autore il punto di arrivo sarà quello stesso da cui era partito nell’esperienza del dramma familiare, il percorso resta improntato - non è un paradosso - allo slancio vitale. I suoi personaggi  (i suoi “doppi”), nel dissolvere le forme della vita sociale come nella derisione di se stessi, sono spinti da un bisogno inesauribile di assoluto. La cifra di Crevel, che ne costituisce il fascino permanente, è di non avere accettato alcuna falsa coscienza in questa interrogazione, ma intanto di averla calata negli oggetti, nei sentimenti, nelle figure della vita quotidiana, così che l’ansietà metafisica si identifica pienamente nei gesti di un’epoca, di quegli Années Folles in cui l’autore si è trovato a vivere. Nessun compromesso, nessuna evasione in false certezze, nei miti della fede o della letteratura, che altri proponevano come rimedio al disagio di vivere; ma intanto, nel rigore del rifiuto di soluzioni apparenti, il realismo dei desideri, soltanto portati al diapason dell’infinito e dell’eccesso. L’ironia garantisce questo equilibrio da acrobata sopra l’abisso (come avviene nell’epilogo di Détours). Ma anche dove la storia approda al naufragio e al suicidio, nel romanzo La mort difficile, il panorama è segnato dalla “semplicità” delle cose d’ogni giorno - amore, sesso, bevute, feste - dove si incontra davvero il male della solitudine.
 
Nato nel 1900 a Parigi, René Crevel appartiene alla generazione che visse la propria adolescenza negli anni della grande carneficina 1914-1918.   Alla fine del conflitto, a prevalere sono le correnti di critica radicale alla società borghese i cui valori e atteggiamenti si sono rivelati fallimentari. In quegli anni Crevel stringe amicizia con Marcel Arland, Roger Vitrac e Marc Allegret, con i quali fonda nel 1921 la rivista autogestita «Aventure», primo ponte verso le avanguardie. Si avvicina al Dadaismo, collabora alla messinscena di Le cœur à gaz di Tristan Tzara, e intanto partecipa agli esperimenti di scrittura automatica in casa Breton, ancora indeciso tra i due gruppi, attratto com’è al contempo dalla rivolta libertaria dada e dai temi surrealisti dell’inconscio e del sogno, dell’ipnosi e del suicidio. Conduce vita mondana frequentando i locali in voga, i Balletti Russi, i concerti jazz e di musica creola. Ma già la sua particolare fisionomia si è precisata, come scriverà più tardi Klaus Mann: «Crevel non somigliava affatto al cliché del letterato parigino. [...]  Il suo fascino fulminante - egli fu forse l’uomo più dotato di fascino che io abbia mai conosciuto - accoppiava un elemento tragico-selvaggio a una trama di disperata scontrosità, derivante dal nocciolo del suo essere [...]  La sua fanatica integrità sdegnava tutto ciò che era basso e volgare. Le doti che esecrava più inesorabilmente erano quelle che riteneva tipiche della sua classe, la borghesia della Terza Repubblica». Chiesa cattolica, esercito, Accademia di Francia erano i suoi idoli polemici più odiati. Entrato in contatto col giro degli americani nei locali alla moda della Porte des Lilas, Crevel si lega al giovane pianista jazz e pittore Eugene Mac Cown, in cui si fissa definitivamente la sua pulsione omosessuale. Lo raffigurerà nel personaggio del negro-bianco Arthur Bruggle, perfetta macchina del desiderio e simbolo della disponibilità illimitata all’avventura.
 
L’anno del suo esordio letterario, il 1924, è quello stesso del Manifesto del surrealismo, dove la firma di Crevel compare tra i seguaci di André Breton. Ma Détours non è costruito con gli strumenti del romanzo surrealista, l’objet trouvé e la scrittura automatica; e presto l’autore sarà sottoposto a una sorta di processo da parte dei surrealisti in un caffè parigino.
Il romanzo successivo, Mon corps et moi (1925), mette in scena il divorzio tra due Crevel di cui l’uno è l’immagine allo specchio dell’altro, senza che sia possibile decidere chi è il modello e chi il riflesso - corpo e io, forse entrambi inesistenti, uniti o separati che siano, tanto che occorra inventarli attraverso la scrittura, con il risultato che l’elemento fittizio (il libro scritto) diventa tutto il reale, e l’autore si riduce a un’ombra.
Intanto la relazione con Eugene Mac Cown declina progressivamente, Crevel fa uso di cocaina. Segue un periodo di grave depressione, che la morte della madre e la scoperta di essere affetto da tubercolosi accentueranno nel 1926. Crevel deve ricoverarsi in un sanatorio di Davos in Svizzera, segue per breve tempo una terapia psicoanalitica con il celebre dottor Allendy rimanendone deluso, scrive La mort difficile, il romanzo dove il protagonista constata la delusione dell’amore assoluto per Arthur Bruggle, delle cui crudeltà cade vittima, mentre il tentativo di amore con il suo alter ego femminile Diane si rivela impossibile. La conclusione sarà il suicidio del giovane.
Già alla sua nascita il movimento surrealista aveva condotto un’inchiesta sul tema: “Il suicidio è una soluzione?”; e Crevel aveva risposto affermativamente: la più «verosimilmente giusta e definitiva delle soluzioni». E tuttavia, per i surrealisti come per Crevel, proprio dalla prospettiva del suicidio nasce la forza di cercare ancora una soluzione alla vita. Crevel ritiene di scoprire questa soluzione nel Surrealismo che apre le strade magnifiche dell’inconscio e del sogno. L’immaginazione è liberata dalla tirannia della Ragione e può intraprendere il viaggio favoloso verso un nuovo mondo in cui siano aboliti tutti i divieti e l’ipocrisia di cui si rivestono. L’infinità del desiderio, di tutti i desideri, è l’insegna sotto cui si pone questa avventura dello spirito. In Babylone, il nuovo romanzo pubblicato nel 1927,  la protagonista - «una bambina sul punto di diventare donna» - oppone al soffocante ambiente piccolo-borghese l’antidoto del sogno, il potere dell’immaginazione praticato come un vizio sullo sfondo della ville de chair, la città di carne, una Marsiglia-Babilonia che si apre su un’Africa reinventata sopra suggestioni gidiane.
Anche quando a Berlino, dove la tisi lo costringe a un lungo soggiorno in clinica, si dilegua presto la nuova illusione di un amore assoluto destata dal fascino ermafrodita di Thea Sternheim “Mopse”, rievocazione dell’ambigua figura di Eugene Mac Cowen, Crevel nel suo nuovo romanzo Etes-vous fous? uscito nel 1929  non sceglie per il protagonista il suicidio ma la volontà di sopravvivere contro l’avversione del mondo, affidandosi all’esperienza onirica vissuta da sveglio, nella vita reale.
Il passo successivo sarà sintetizzato dallo scrittore nella frase: “non sacrificare né il sogno all’azione né l’azione al sogno”. È l’approdo all’impegno politico, su posizioni vicine a quelle di Paul Eluard e di Breton, di adesione a un ipotetico comunismo libertario estraneo a ogni ortodossia. Le tensioni nella società europea andavano acuendosi in quegli anni, determinando all’interno del movimento surrealista il conflitto e la scissione tra l’ala della “sinistra proletaria” e il gruppo filosovietico guidato da Louis Aragon. Quello di Crevel - che ora legge le opere di Hegel, Marx e Lenin - è fin dall’inizio un tentativo di associare immaginazione e impegno politico, utopia surrealista e comunismo. Da qui la sua firma, nel 1930, al Secondo manifesto di Breton che pone il Surrealismo al servizio della rivoluzione. Ne nasceranno i suoi ultimi libri: il pamphlet Le clavecin de Diderot e, nel clima più arroventato del 1933, il romanzo Les pieds dans le plat.
Il 1933 è l’anno del tentativo fascista del 6 febbraio, al quale segue in marzo la costituzione dell’AEAR (Association des Ecrivains et Artistes Révolutionnaires) che nella confluenza di tendenze radicali e di sinistra socialista e comunista prelude al Fronte Popolare. Crevel vi aderisce, e per l’AEAR compie viaggi in vari paesi europei, tra cui in Baviera nel 1935 dove ha esperienza diretta della dittatura nazista. Per il giugno del 1935  è convocato a Parigi, al Palais de la Mutualité, il «1° Congresso internazionale degli scrittori per la difesa della cultura», assise contro il dilagare delle destre in Europa. Crevel persegue sempre il progetto di conciliare surrealismo e comunismo. Ma il conflitto esplode subito tra le due tendenze, dinanzi agli attacchi del sovietico Il’ja Erenburg contro i surrealisti che hanno denunciato la condanna di Kamenev e Zinoviev e protestato a favore di Victor Serge imprigionato in URSS. Breton schiaffeggia Erenburg. I sovietici chiedono e ottengono il divieto di intervenire per Breton.
Crevel tenta una mediazione, il 18 giugno, alla “Closerie des Lilas”; ma l’esito è fallimentare, con l’esclusione dei surrealisti dal congresso, dove solo si concede un breve intervento a Eluard. Il sogno di un’immaginazione al servizio dell’impegno rivoluzionario, con cui aveva tentato di vincere “il male di vivere”, svanisce. René Crevel, tornato a casa, chiude le finestre e apre il gas.  Sul suo corpo sarà trovato un biglietto con le sole parole: «Dégoût. Prière de m’incinerer».
 
In una prefazione irriverente, tutt’altro che priva di cattivo gusto, a La mort difficile, Salvador Dalì ha raccontato a suo modo Crevel. Lo scrittore avrebbe conosciuto i più intensi giorni di euforia a Port-Lligat, l’esilio dorato dove Dalì, assieme alla leggendaria Gala, transfuga dagli amori con Paul Eluard e Max Ernst, produceva le sue artificiose creazioni per miliardari, fedele al soprannome che si era meritato di “Avida Dollars”. Per il resto, la sua vita sarebbe stata un continuo andirivieni tra i due poli del suo nome: René, participio passato di «renaître», rinascere, e Crevel da «crever», crepare. «Lo mandavano in sanatorio per disintossicarlo e, dopo mesi di assidue cure, René rinasceva di nuovo. Lo vedevano risorgere a Parigi, traboccante di vita, come un bimbo giulivo, vestito come un supergigolò, smagliante, super ondulato...».  «Ma durava poco. La frenesia dell’autodistruzione lo riafferrava subito, così ricominciava ad angosciarsi, a rifumare l’oppio, a battersi contro insolubili problemi...».
Ed ecco il racconto delle ore che seguirono la morte di Crevel. Dopo aver portato per primo la notizia ai visconti di Noailles, a Parigi, «la sera che Crevel morì, andammo a zonzo per i boulevards, a vedere un film su Frankenstein. Come tutti i film che io vedo, obbedendo al mio sistema paranoico-critico, illustrò fino ai minimi dettagli necrofili l’ossessione della morte di Crevel. Frankenstein gli somigliava pure fisicamente. L’intero soggetto del film si fondava d’altronde sull’idea del morire e rinascere...».
Difficile trovare un’incomprensione più profonda dei moventi che agitarono Crevel, e insieme una più precisa testimonianza dell’oscillazione tra vita e morte, della costante alternanza di due poli opposti  che è stata la sua scommessa estrema. Interprete di un malessere che è stato chiamato il nuovo «male del secolo», egli ha cercato ostinatamente in un vuoto assoluto un’autenticità che restituisse senso alla vita, camminando a rischio sopra una corda davvero come un acrobata; e perdere non era una delle possibilità del “gioco”, era la stessa scommessa, il lascito da consegnare, se la critica doveva essere radicale, e piena la rivendicazione dell’infinità del desiderio. Lo scontro che si svolse in lui tra il sogno dei surrealisti e la ragione politica aveva questo significato, e non poteva avere altro esito.
 
(Prefazione al volume: René Crevel, Détours, edizioni Kami, Roma 2005)
 
 
 
Nelle immagini, dall’alto in basso:
René Crevel - Crevel al pianoforte nel quadro di Max Ernest Au rendez-vous des amis, 1922 - Un ritratto di Crevel - Salvador Dalì.
 
                                 
 
 
 
 
 
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