ALFRED JARRY
VISITE D’AMORE
 
 
 
Quando nel 1898 dà alle stampe L’Amour en visites nelle edizioni di libri erotici di Pierre Fort, Alfred Jarry ha già pubblicato in tutto o in parte alcune delle sue opere maggiori: Les minutes de sable mémorial, César Antichrist, Ubu roi, Les jours et les nuits, e preannuncia l’uscita di Gestes et opinions du docteur Faustroll, pataphysique, come elenca la lista nella pagina di fronte al titolo. Il nuovo libro non è dunque una “premessa” o un’anticipazione della sua ricerca; si colloca invece nel pieno della dissacrante riflessione ch’egli conduce e in certo senso la riassume. La galleria di figure femminili tipiche del gineceo fin-de-siècle (nei primi sette capitoli) e poi di simboli (negli ultimi quattro) disegna un inventario delle forme di desiderio alienato, dell’amore deluso che non ha un suo luogo nella realtà dell’esperienza; quindi si inoltra nel dominio delle Idee, per concludere sull’impossibilità di un sentimento che cerca l’assoluto.
Personaggi delle disavventure in cui si imbatte il protagonista: la cameriera, la prostituta d’alto bordo, la matura signora dalle esaltazioni esoteriche, l’aristocratica, la cuginetta adolescente, la fidanzata borghese, e infine un medico a cui egli va a chiedere il motivo della sua ricorrente delusione. Qui il grottesco dissolvente di Jarry ha i colori “realistici” di un ambiente sociale, dove un occhio implacabile si esercita a dissezionare i miti ancora in voga. Dalla femme fatale della letteratura decadente, alla donna angelica di ascendenza romantica o a quella inquietante delle narrazioni al nero, che dominano ancora l’immaginario erotico di fine Ottocento, si staccano sulla pagina, come ombre più vere, figure banali o ripugnanti, in un teoria di tono decisamente pessimistico. Attraverso l’ironia distruttiva di questi ritratti si scorge una sotterranea disperazione, che è tanto più insinuante perché l’autore non rinuncia a un andamento di scherzo o di gioco, come esige la sua satira corrosiva. Divertimento dell’intelligenza e dramma dei sentimenti vi si fondono costantemente. (E naturalmente tutto può anche essere letto in chiave psicoanalitica come “paura della donna” da parte di Jarry, del quale non si conoscono se non relazioni “adelfiche”, secondo la definizione che egli ne dette a proposito di un suo personaggio «pas sensuel», indifferente alla sessualità e capace soltanto di amicizia).
Protagonista maschile unico è Lucien, l’alter ego di Jarry, sempre presente dietro i fatti raccontati.  Le note autobiografiche sono numerose nel libro, dalla ricerca di protezioni femminili altolocate che lo scrittore condusse durante il periodo del detestato servizio militare (lo definirà in un altro testo un sequestro di persona della durata di tre anni), all’episodio adombrato nel capitolo “Dalla vecchia dama” che gli costò l’amicizia di Remy de Gourmont con il quale aveva pubblicato per due anni la rivista d’arte L’Ymagier. La “vecchia dama” era in realtà la compagna dello scrittore Remy de Gourmont, Berthe de Courrière, certamente non più giovanissima nel 1898 secondo i  canoni dell’epoca, essendo nata nel 1852,  e già ispiratrice di un personaggio di erotomane votata a riti satanici nel romanzo Là-bas di Joris-Karl Huysmans. Esperta di religioni asiatiche, Berthe de Courrière univa a una pratica sessuale esasperata una propensione maniacale al misticismo e all’esoterismo. Sembra che sia stata Rachilde, la moglie letterata del direttore del “Mercure de France”, a ordire l’intrigo di farle credere a una passione segreta di Jarry per lei, che vi corrispose con lettere di fuoco. Jarry le oppose un rifiuto e, forse per una vendetta, si intestardì a metterla alla berlina, nonostante i ripetuti tentativi di Rachilde di dissuaderlo in nome della causa delle «vieilles dames qui sont malades», come gli scrisse. E nel capitolo “Dalla vecchia dama” finisce integralmente un testo simbolico dal titolo Tua res agitur, vero invito alla seduzione, che Berthe de Courrière aveva inserito tra le pagine di un libro prestato al poeta.
Era stata proprio Rachilde, ammiratrice e protettrice di Jarry alla pari di suo marito Alfred Vallette, a indirizzare lo scrittore alle edizioni di Pierre Fort, quando il “Mercure de France” non poté affrontare la pubblicazione di L’Amour en visites dopo le scarse vendite di titoli precedenti. La seconda edizione del libro dovrà aspettare il 1927.
Gli ultimi quattro capitoli di L’Amour en visites esplorano le forme di sublimazione dell’erotismo, e si risolvono nella constatazione dello scacco del desiderio nella sua ricerca di assoluto. L’amore si confronta con la paura, con  la poesia,  col sogno, col fantasma del padre gaudente incarnato nel Vecchio della Montagna. Ma anche qui domina la delusione. Il desiderio appagato perché ha realizzato il suo scopo si rivela amore della morte, il paradiso terrestre non è che l’inferno, e l’inferno è il regno dell’immondo. La narrazione in questi capitoli si fa allegorica, non senza margini di ambiguità interpretativa, ma i personaggi astratti che vi compaiono conservano il volto buffonesco e drammatico che è proprio delle maschere di Jarry. Attraverso registri differenti, il libro trova così un’unità profonda nella progressione dell’indagine che fa di questo testo (non solo nella prevalente forma dialogata, ma proprio nell’emergenza scenica della rappresentazione) un teatro di quanto di escluso, di rifiutato e  rimosso vi è nell’esperienza del sentimento amoroso.
 
Le maschere, i travestimenti da clown sono l’”arte di vivere” di Alfred Jarry. «Vivere è il carnevale dell’Essere», egli scrisse. E dunque era giusto crearsi un altro da sé  più vero di lui stesso, un doppio tra apocalittico e pagliaccesco che irridesse all’effimero dell’esistenza. Dietro le marionette in cui si incarnava il suo universo immaginario c’è il fantasma della fine, che genera il ridicolo delle cose umane.
 Dalla memorabile serata del 10 dicembre 1896 in cui andò in scena  al Théâtre de l’Œuvre  Ubu roi, Jarry si identificò sempre di più col suo personaggio assumendone i gesti e perfino la voce rauca, metallica. Lo spettacolo suscitò clamore in platea fin dalla prima battuta rivolta al pubblico da Ubu: il celebre “Merdre” da lui coniato. Jarry prese allora a parlare di sé a un solenne plurale, deformando e sillabando le parole in modo grottesco. Intanto cominciò ad alternare all’assenzio l’alcol puro.
André Gide ha testimoniato del fascino che esercitava al “Mercure de France”. «Tutti coloro che lo circondavano si sforzavano di imitare, con scarso successo, la sua singolare forma di umorismo, e soprattutto la sua bizzarra, implacabile locuzione, priva di inflessioni o sfumature, che accentuava egualmente tutte le sillabe, comprese le mute. […]  Egli si imponeva senza imbarazzo, nello spregio più assoluto di ogni convenzione. I surrealisti, in seguito, non inventarono nulla di meglio…».  Si sa che si truccava per andare a passeggio come se dovesse salire sul palcoscenico, e perfino in modo eccessivo, secondo quanto osservò Oscar Wilde incontrandolo in certi luoghi malfamati della Parigi notturna. E Henri de Regnier ha attestato che «aveva sempre l’aria di una marionetta uscita da una scatola a sorpresa»
Tuttavia niente è più sviante che ridurre la sua personalità di uomo e di artista alla dimensione del paradosso e della caricatura, che pure egli coltivò costantemente. Il fatto è che questa ricerca di assurdo è strettamente connessa alla percezione tragica che Jarry ebbe del mondo e dell’esistenza, come la sua logica acuta puntigliosa si fonde col discorso delirante. Né si può parlare in alcun modo di uno Jarry  “bifronte”, rivolto da un lato verso l’Assoluto e l’Infinito, e dall’altro verso l’immondo (riassunto nel sonoro insulto “Merdre!”). Piuttosto la coincidenza degli opposti è la chiave della sua opera. Nato nell’ambito del simbolismo di fine secolo che esaltava il sogno e l’idea, e nutrito di tutti i suoi umori fino allo stile aulico che gli piaceva mescolare al tono basso della sua osservazione della società parigina quasi da stralunato tableau des mœurs, egli ne prende le distanze configurandosi come l’anti-eroe simbolista che dissolve insieme con l’universo illusorio della realtà l’universo altrettanto illusorio dell’immaginazione. Il mondo altro, complementare a quello conosciuto, che la patafisica si ingegna a costruire resterà sempre un fermento di corrosiva negazione, la tensione di un slancio verso un bersaglio irraggiungibile.
Tutto nelle sue mani diventava humour di stampo eversivo - compreso l’amore, compresa la surrealtà di certi “misteri” da lui evocati, in particolare nell’Amour absolu, il suo testo più iniziatico, ma già nelle allegorie dell’Amour en visites. La sua rivoluzione comincia da se stesso. L’abuso di alcol, il gusto di sparare in pubblico, le esibizioni di ciclista, le battute fulminanti, l’estrema miseria dei suoi alloggi stravaganti, il gergo ermetico, gli eccessi, le ossessioni notturne - tutta la rappresentazione d’eccezione che recitò nei panni di un clown durante la sua breve esistenza non era un gioco, sebbene dovesse incarnarsi per intima necessità in una finzione ludica. Semmai un gioco della massima serietà, una sfida che ha per posta l’annullamento di tutte le convenzioni e di tutte le conoscenze, per ripartire da uno zero assoluto verso un infinito assoluto, anche se il viaggio è destinato alla disfatta e si sa dall’inizio che deve fare fallimento.
Il suo travestitismo è filosofico.  Dietro le grottesche caricature che crea e di cui si veste c’è l’infinità del sogno negata all’uomo. Ma il divario col reale restava troppo immenso, troppo fuori misura, perché non se ne dovesse parlare con irrisione. Anzi, soltanto questo metterlo alla berlina dell’intelligenza poteva consentire di darne l’intera dimensione. Tutto letteratura, come intuì subito Apollinaire («I suoi minini atti, le sue ragazzate,  tutto era letteratura»), Jarry paradossalmente non usa un artificio letterario, non gioca mai sul puro divertimento, sull’unorismo fine a se stesso. Quelle che tratta con impietosa e implacabile derisione sono le esperienze più fondamentali della vita (l’amore, la morte), e dietro di esse le entità più grandi, più misteriose che potrebbero darle significato: l’essenza del tempo, il destino ultimo dell’uomo.
Sono questi i temi anche di L’Amour en visites. L’impacciato, orgoglioso, vanitoso Lucien, in cui si riflettono molti tratti dell’uomo Jarry misogino solitario solipstico, nel suo itinerario dalla soffitta della cameriera fino al paradiso terrestre del fantasma paterno e alle perverse intenzioni di madame Ubu, percorre proprio questa interrogazione, questa quête metafisica, o patafisica (scienza, come la definisce il suo inventore, delle «soluzioni immaginarie» o studio «delle leggi che reggono le eccezioni» - e che altro è l’indagine o inventario di Lucien se non una ricerca di eccezioni?); e che essa resti senza risposta se non in una derisoria disperazione avvalora soltanto la sua verità. Un “viaggio agli Inferi” nel segno del grottesco, che è sempre anche una forma di consolazione, dal quale doveva nascere, come da un parto difficile tra illusioni di giubilo da  belle epoque, tanta parte della modernità.
 
(prefazione al volume: Alfred Jarry, L’amore in visita, ed. Kami 2006)
                                 
 
 
 
 
 
 
 
Nelle immagini, dall’alto in basso:
Alfred Jarry - Jarry ciclista - Litografia per la prima di "Ubu Roi", senza data.
"Théatre des Pantins",  (La Critique 1898) - "Ritratto di Monsieur Ubu", incisione 1896  (Mercure de France).
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