GUILLAUME  APOLLINAIRE
CETTE PORTE OU’ JE FRAPPE EN PLEURANT
 
 
 
La corrispondenza tra Guillaume Apollinaire e Madeleine Pagès dura esattamente diciassette mesi, dall'aprile 1915 al settembre 1916. L'incontro era avvenuto il 1° gennaio 1915 sul treno tra Nizza e Marsiglia che riportava il poeta al reggimento di artiglieria al quale era stato appena assegnato, a Nîmes, e la giovane donna a imbarcarsi per rientrare a Orano al termine delle sue vacanze. Per quattro mesi Apollinaire l'aveva ignorato, preso com'era ancora dall'amore tormentato per “Lou”, l'aristocratica Louise de Coligny Chatillon, che aveva conosciuto poco prima a Nizza mentre era in attesa che la sua domanda di arruolamento volontario fosse accolta. Un altro amore infelice. Pochi incontri in piccoli alberghi, vissuti da Guillaume con un'intensità e un'esaltazione lirica di cui testimoniano le lettere e i poemetti composti per Lou; poi l'addio brutale della donna in una camera d'albergo a Marsiglia. Ma quando incontra la giovanissima Madeleine (le due donne s'incrociano alla partenza del treno da Nizza) la breve relazione con Louise è ancora aperta e Guillaume conta di prolungarla anche invitando l'amica a stabilirsi a Nîmes. Subito dopo la deludente notte marsigliese, Apollinaire parte per il fronte: da qui lancerà il primo cauto messaggio alla ragazza di Orano che lo accoglie prontamente, senza tuttavia smettere di scrivere a Lou durante tutto il tempo del suo romanzo d'amore con Madeleine.
Nevrotica, incostante, assetata di felicità a ogni costo, snob e civetta  così descrive Louise de Coligny Chatillon un amico comune, André de Rouveyre a cui Guillaume sarà molto legato. Tuttavia Apollinaire, nella sua letteraconfessione del 30 luglio 1915 a Madeleine che è uno dei documenti autobiografici più importanti, si esprime in termini assai diversi. «È una giovane donna affascinante e infelice alla quale la vita riserverà sempre sofferenze perché sarà sempre una preda nelle mani degli uomini, niente di più». E più oltre: «È degna di amicizia, di pietà, di venerazione e d'indulgenza, perché ha molto amato, molto sofferto». L'ambiguità del sentimento per Lou si manterrà nel tempo, nonostante il serio impegno stretto con Madeleine.
Il poeta si era illuso che Louise potesse scacciare il dolore di un altro abbandono profondamente sofferto, quello della pittrice Marie Laurencin, alla quale era stato legato per lunghi anni, dal 1907 al 1913, quando non senza crudeltà lei gli aveva annunciato il suo imminente matrimonio con un barone tedesco. Ora spettava a Madeleine scacciare il dolore dell'abbandono di Louise.
Quel che di eccessivo, perfino di esaltato mostra questa passione costruita a distanza su un unico breve incontro, attraverso la seduzione della scrittura, trae origine dalla storia di sentimenti traditi, di delusioni reiterate che è la vicenda esistenziale di Apollinaire filtrata nella sua poesia. La solitudine del fronte, gli orrori della guerra vi hanno parte, ma non bastano a spiegare la tensione delle lettere e dei versi per Madeleine. Del resto è soltanto dal novembre 1915 con la promozíone a ufficiale e il passaggio in fanteria che si compie l'esperienza più cruda e sinistra delle trincee e della prima linea. Prima Apollinaire aveva descritto la vita di artigliere come divertente e nient'affatto spaventosa, «una partita di campagna» dirà poi, anche con toni non troppo estranei all'elogio futurista della guerra, fino ad avvertire il bisogno di negare che vi fosse spavalderia nel proprio atteggiamento. Eppure già all'inizio di agosto aveva portato a termine la “persuasione” della giovane donna e concluso il fidanzamento con la richiesta ufficiale alla madre di lei.
Madeleine Pagès è, per certi aspetti, l'opposto delle “donne fatali” che Guillaume ha conosciuto finora  dell'ambiziosa Marie Laurencin alla quale l'aveva presentato Picasso al tempo del Bateau Lavoir, e della sfuggente, capricciosa Louise, indifferente al suo prestigio di poeta. Professore al liceo femminile di Orano, Madeleine è  si direbbe  una borghese; ama gli studi e la letteratura, ma non è informata del dibattito culturale di Parigi di cui Apollinaire è un protagonista; è inesperta della vita e rappresenta l'ordine e la misura contro la dissipazione insieme disperata e allegra dell'esistenza di Guillaume che è racchiusa in due splendidi versi del  poemetto Zone :
 
    Et tu bois cet alcool brulant comme ta vie
Ta vie que tu bois comme une eaudevie.
 
Però si lascia tentare dalle trasgressioni tenacemente proposte da Apollinaire, come è attenta alla sua poesia, e certamente non sono un artificio seduttivo le lodi che le lettere di lui tributano al suo ingegno. Proprio questa mescolanza di ingenuità e di malizia, di vita regolata e di esperienze estreme, di vizio e di virtù che Madeleine rappresenta ai suoi occhi, appare affascinare il poeta il quale è preso dalla volontà di plasmare come un nuovo Pigmalione la psiche della giovane donna, nel momento in cui cerca una via d'uscita risolutiva dai fallimenti del passato. E la scommessa riesce ma fino a un certo punto e non senza che Guillaume debba fare a propria volta le sue concessioni. Forse è ancora questa mistura di elementi contrari a spiegare l'ambiguità del sentimento di lui, più cauto, meno esaltato dopo il secondo (e ultimo) incontro a Orano durante la licenza dal fronte, tra la fine del 1915 e l'inizio del 1916. Si può pensare che la misura, l'armonia di Madeleine («voi siete sempre così armoniosa» le aveva scritto una volta) abbiano pesato negativamente ora che la figura di lei si stagliava concreta e viva dinanzi al poeta, fuori dal mito, dall'utopia che la lontananza aveva consentito. Eppure il suo atteggiamento è più contrastato, più misterioso, più difficile da decifrare: proprio quell'ordine “borghese” intravisto nella ragazza del treno lo ha attratto fin dall'inizio, lui stesso fa appello a una parte profonda di sé che cerca stabilità e sicurezza di affetti nel caos in cui vive, a emergere in questo idillio epistolare è una delle due (o delle molteplici) facce tra le quali è diviso. Madeleine e l'astratto delirio che le parole coltivano sono un miraggio intimo della sua personalità di déraciné, sperimentatore o “avventuriero” dell'esistenza e dell'arte. Le sofferenze del passato aiutano a estrarre questo elemento dal profondo in cui finora era rimasto.
 
Tu as souffert de l'amour à vingt et à trente ans
J'ai vécu comme un fou et j'ai perdu mon temps
 
dicono due suoi versi rivolti a se stesso, con quel tipico passaggio dalla seconda alla prima persona, dov'è visibile nella confessione dolorosa una nota di rammarico.
Che cosa accadde  durante le due settimane della visita tanto attesa a Orano è uno degli enigmi di questa relazione. Apollinaire non ha fornito indizi nelle sue lettere che tuttavia mutano tono dopo quel viaggio e neppure in altri resoconti, e Madeleine Pagès non ne ha mai parlato, limitandosi a rievocare  quando anni dopo, nel 1952, decise di dare alle stampe l'epistolario di lui con alcune censure motivate dal pudore  il primo incontro sul treno, a cui i protagonisti facevano risalire più tardi il reciproco “colpo di fulmine”. Si può solo ipotizzare che l'amplificazione fantastica che Guillaume aveva fatto di questa storia non abbia retto al quadro provinciale e famigliare al quale si trovò di fronte. La distanza restava immensa, e forse comunque incolmabile, rispetto alla inquietudine sull'orlo dell'abisso verso cui il poeta si sentiva attratto. Forse è anche vero che Madeleine fu troppo cauta. È ancora André Rouveyre a certificare che quest'amore vissuto con tanto ardore nella corrispondenza non fu più che immaginario durante il soggiorno oranese, e a farne responsabile una certa viltà o anche egoismo di Madeleine. Allora il candore di lei così apprezzato nelle avide fantasie suscitate da «cette guerre trop chaste» poté mutarsi in freddezza nel poeta che invitava a sognare «un bel rimorso». Tuttavia è anche vero che dopo il viaggio egli continuerà a insistere sui progetti di vita in comune per il dopoguerra e anzi prometterà di occuparsi al più presto del loro matrimonio per procura.
La complessità del rapporto resta. Anche questa volta come sempre Apollinaire ha cercato di caricare di assoluto il suo legame con la donna  un assoluto non solo sentimentale ma anche esistenziale, a cui alludono tanti suoi versi (ma basterà  citarne per tutti uno solo, di straordinaria intensità: Ouvrez-moi cette porte où je frappe en pleurant). È comunque il tema su cui insistono, dietro lo schermo del dominio totale dell'uomo sulla donna, tante lettere per Madeleine. E può darsi che una scommessa così piena, così alta, alla quale lo spingeva la malinconia o la tristezza per il senso dell'effimero che inficiava la sua stessa frenetica vitalità, lo condannasse senza scampo fin dall'inizio alla delusione e alla perdita.
Le lettere raccolte sotto il titolo Tendre comme le sonvenir disegnano un “romanzo vissuto”. È la caratteristica di queste pagine di essere nate senza un intento letterario, giorno dopo giorno, per pure finalità pratiche, e di formare al contempo, spontaneamente, la trama di una storia d'amore. Apollinaire vi esercita una seduzione che si chiamerebbe anche un'educazione sentimentale “alla maniera di Sade” (proprio lui aveva scoperto, com'è noto, il grande scrittore libertino allora misconosciuto), non solo per il metodo didattico  vero modello di pedagogia amorosa  ch'egli impiega verso la sua allieva, e non solo per l'argomentazione stringente su temi così tipici e quasi ossessivi della filosofia del Settecento come vizio e virtù, dei quali si opera un rovesciamento che instaura una nuova etica, ma soprattutto per quella volontà davvero sadiana di sottomissione e schiavitù della donna nel rapporto erotico che varrebbe a renderla pienamente libera. Si può rintracciare nell'epistolario il filo rosso di un pervicace, sistematico aggiramento del pudore femminile, di una persuasione anche alla violenza trasgressiva nell'uso del corpo, a cui Madeleine cede, peraltro cercando di porre un limite, di arginare il disegno dell'uomo. Tra le altre pagine lo documenta lo scanzonato poemetto Les neuf portes de ton corps, che va letto per il suo stretto rapporto con l'opera di seduzione concepita dal poeta.
Unico strumento la scrittura. In quegli stessi anni, in un'altra parte d'Europa, a Praga, un altro grande scrittore, Franz Kafka, creava dal nulla attraverso il flusso di una corrispondenza debordante il suo amore artificioso per Felice Bauer che aveva vista una sola volta per caso presso l'amico Max Brod. Aspetterà dei mesi prima di rivederla, come Apollinaire, aiutando la guerra, potrà alimentare a lungo in lontananza e in solitudine il mito della perfezione di Madeleine. Tuttavia la sfida epistolare di Guillaume è più radicale di quella dello scrittore praghese che esclude dichiaratamente il sesso perfino da un improbabile matrimonio. Guillaume vuole coinvolgere nelle spire della sua parola la giovane di Orano interamente, anima e corpo. La sua seduzione è spirituale e carnale al tempo stesso. Esasperatamente le chiede di parlargli del suo corpo, di rivelargliene le sensazioni segrete, coltiva una sorta di feticismo di ogni singola parte della figura di Madeleine, e ottiene  prodigio della scrittura  di risvegliare in lei la sensualità fino a un grado estremo nonostanze le resistenze opposte dalla sua educazione. Davvero esiste  come scrive Kafka a Felice  una “parola magica”.
Ma il libro è anche uno straordinario “diario di guerra”. Scritto in una prosa nuda, essenziale, aspra, il resoconto della vita (e della morte) al fronte ci consegna immagini impressionanti della terribile epopea del primo conflitto mondiale. E insieme documenta il processo interiore che si svolge nel poetasoldato, dal primitivo entusiamo alla pietas dolorosa per il sacrificio dei poveri e coraggiosi fanti «che muoiono come mosche». Di passaggio a Parigi in quei momenti, Apollinaire vi constata con disgusto l'altra faccia di questa disastrosa avventura: l'indifferenza della popolazione della capitale agli orrori del fronte e il fenomeno degli imboscati. Laideur des coutumes civils/ des hommes qui ne sont pas partis, scrive nella poesia Paris. Il grande dramma della Storia si accampa nella sua coscienza.
Tendre comme le sonvenir è la più importante testimonianza autobiografica di Apollinaire. Preziosa per ricostruire le circostanze di fatto della sua vita, essa ci restituisce gli umori, i gusti, le impressioni, i sentimenti, i propositi segreti dell'autore  tutta una zona destinata a restare inconoscibile in assenza di questo involontario “giornale intimo”. Così per esempio, se il racconto dei suoi amori nella lettera-confessione del 30 luglio 1915 può ritenersi in qualche maniera almeno sommario, dettato com'è dall'intento di rassicurare la gelosia di Madeleine, rivelano però una verità più profonda gli affetti, i rimpianti, la tenera comprensione che il poeta vi manifesta. La relazione con Marie Laurencin fu ben più drammatica e la ferita che l'abbandono di lei incise nell'animo di Guillaume più insanabile di quanto dicano le poche righe vergate nella lettera, ma esse mostrano il generoso attaccamento senza rancore che rimase per sempre in lui nonostante la delusione per quella che considerava l'oscura ingratitudine della giovane artista. E anche dello sprezzante rifiuto che Louise de ColignyChatillon oppose alle sue illusioni nessuna traccia resta in questo resoconto, dove si nega perfino la passione da cui Guillaume fu lungamente tormentato; però restano quelle frasi quasi solenni dell'amicizia e della venerazione che il poeta ha distillato dal breve episodio. Vero e falso s'intrecciano strettamente, senza un proposito di menzogna. In certo senso queste lettere ci restituiscono lo specchio segreto nel quale Apollinaire vedeva la propria vita, ci consentono di penetrare nei labirinti intricati della sua coscienza rivivendone le passioni con gli occhi non univoci di lui.
Non sono meno importanti le osservazioni letterarie sparse nell'epistolario  i giudizi sugli scrittori e i pittori del tempo sulla grande scena parigina, le spiegazioni circa la genesi delle proprie opere, i progetti di nuovi lavori, le idee di estetica. È l'epoca del dibattito e delle ricerche di quelle che si chiameranno le avanguardie storiche, e Apollinaire vi occupa una posizione di primo piano. «Ho fatto il possibile per semplificare la sintassi poetica e ci sono riuscito in certi casi», scrive ad esempio in pagine che respingono la comune nozione di buon gusto in arte. Le riflessioni sullo stile, sull'immediatezza del rapporto con la verità dell'esperienza vissuta, sul rifiuto della facile letteratura delle immagini ricorrono di frequente in queste lettere, veri canoni della ricerca di un poeta che nega il realismo e insieme respinge l'assenza di oggetti concreti nella scrittura poetica. «Il fatto è che disprezzo quello che da tempo in tutte le arti si chiama comunemente stile e lo limito all'espressione stessa di ciò che è necessario e personale. Disciplina e personalità, ecco i limiti dello stile come io lo intendo».
Improvvisamente, nel settembre del 1916, la corrispondenza si interrompe e da quel momento il nome di Madeleine non compare più nell'opera di Apollinaire. È l'altro grande enigma di questa relazione. Madeleine Pagès non si è provata a chiarirlo più di quanto abbia fatto per il misterioso soggiorno oranese del poeta. Certo dovette rimanere scioccata dall'inatteso abbandono. La lettera di addio, che Guillaume invia da Parigi dov'è ricoverato in seguito alla ferita di obice alla testa subìta il 18 marzo, è drammatica, con l'annuncio dell'annientamento del reggimento a cui era assegnato («I miei compagni di guerra sono quasi tutti morti») e con la sua conclusione muta: «Tutto questo è molto macabro e dinanzi a una così orribile evocazione non so che aggiungere». Però restano nell'oscurità i motivi del distacco da Madeleine, tanto più che il poeta non rinuncia ai propositi di stabilizzazione né ai progetti matrimoniali, che realizzerà nell'ultimo anno di guerra con la “bella rossa” Jacqueline Kolb  ma il rapporto era già cominciato a pochi mesi dalla lettera di congedo a Madeleine. Jacqueline Kolb non appartiene alla schiera delle donne irrequiete e indocili che hanno fatto soffrire Guillaume, somiglia piuttosto alla disponibile Madeleine alla quale egli ha volontariamente rinunciato per tornare alla solitudine. Diradata e spesso ridotta a brevi messaggi, la corrispondenza era continuata dopo la ferita registrando le tappe difficili della convalescenza  una provvisoria paresi, l'affaticamento, i frequenti svenimenti, fino all'oscuro e inquietante annuncio: «Non sono più quello che ero da nessun punto di vista» della lettera del 7 maggio 1916. Poi il silenzio, rotto soltanto da una lettera a fine agosto per enunciare una serie di interdetti: «soprattutto non venire... non scrivermi lettere tristi… non mandarmi nessuno…». Il ritorno alle abitudini e alla vita intellettuale di Parigi (già nell'ottobre 1916 cura la pubblicazione del Poète assassiné), il trauma psichico della ferita, il ricordo ossessivo dei soldati morti che affollano di notte la sua mansarda  tutto concorre a segnare il distacco dalla figura illusoria di Madeleine. Tuttavia egli stesso ha lasciato in proposito un enigma inquietante scrivendo nei Calligrammes (in “Tristesse d'une étoile”) i due versi:    
 
Mais le secret malheur qui nourrit mon délire
Est bien plus grand qu'aucune âme ait jamais celé.
 
In un altro punto dirà di portare con sé un’«ardente sofferenza». E ancora: «Mi sembra che la pace sarà mostruosa quanto la guerra». La riconciliazione con la vita e con la scena parigina, e soprattutto quella con le proprie illusioni, si rivelava più difficile dopo le sconvolgenti esperienze di due anni di guerra.
In un epitaffio scritto per se stesso (nei Calligrammes) asserisce: «Il sut aimer», seppe amare. MalAimé il poeta si definisce nel titolo della sua opera del 1903 che celebra la prima disavventura amorosa (con l'inglese Annie Playden), a proposito della quale scriverà a Madeleine nella letteraconfessione: «Ne soffrii molto, testimone questo poemetto in cui mi credevo male amato mentre ero io ad amare male». Un altro verso (questo da una poesia per Lou) afferma: «Les amours qui s'en vont sont plus doux que les autres». Tra questi tre punti cardinali sembra svolgersi per Apollinaire l'intera vicenda del sentimento. Amare, non essere amato, accettare l'abbandono. Se una reminiscenza sadiana è presente nelle sue pratiche erotiche, il dubbio lecito è d'altra parte che un tarlo di dissipazione, di autodistruzione corroda dall'origine la sensibilità del  poeta. Egli stesso sembra preparare quella solitudine del cuore che più temeva. Un gesto ripetuto di distanziamento tra sé e le cose, o  il che è lo stesso  di ricerca dell'Assoluto, perseguito con sottile masochismo. «L'amour dont je souffre est une maladie honteuse», dice un altro verso straziante, che stranamente ha un'assonanza con un lamento di Amleto: «Tu non penseresti fino a che punto in me tutto è malato, qui attorno al cuore».    
La felicità coniugale di Guillaume è stata breve. Sulla sua morte, causata dall'epidemia di spagnola che imperversò in Europa nel 1918, esistono più versioni. La più barocca è quella dell'amico poeta Blaise Cendrars, bras amputé secondo il soprannome datogli da Apollinaire, che diventerà poi La main coupée nel titolo del romanzo in cui Cendrars rievoca la vita della Legione Straniera con la quale prese parte alla Grande Guerra. Vi compare un Apollinaire che trascura di bere la salvifica pozione “Olio di Harlem” attribuita a Paracelso che Cendrars gli aveva offerto contro il male, e che muore lasciando sul tavolo di lavoro un foglio col titolo “Ma dernière maladie” nel quale si apprestava a scrivere un articolo sul prodigioso farmaco. Altri testimoni contestano come fantasioso questo racconto. Ancora una volta la figura di Apollinaire sfuggiva a una definizione.
 
 
(post-fazione al volume: Guillaume Apollinaire, Tenero come il ricordo, ed. Empiria, Roma 1999)
 
 
 
 
Nelle foto. dall’alto in basso:
Louise de Chatillon-Coligny, "Lou", nel 1914, l'anno del breve incontro col poeta. - Marie Laurencin nell'atelier di Picasso nel 1911. - Madeleine Pagès, la fidanzata di guerra. - Annie Playden nel 1902.  - Guillaume con la moglie Jacqueline sul terrazzo della loro abitazione in boulevard Saint-Germain 202.
 
 
 
 
 
 
 
 
                                                                Apollinaire in un disegno di Geoffroy, 1907
 
 
GUILLAUME  APOLLINAIRE
ANEDDOTI
 
 
Soltanto dal quarto numero, uscito nel giugno 1911, Apollinaire firmerà col suo nome la nuova rubrica del Mercure de France intitolata La vie anecdotique. Per i primi tre numeri, che comparvero a partire dal 1° aprile dello stesso 1911, aveva scelto l’oscuro pseudonimo “Montade” per ragioni che sono rimaste misteriose.
Ma c’era già, in queste pagine iniziali, il disegno - e lo stile - di quella che sarebbe stata, durante otto anni e fino alla morte, la sua maggiore collaborazione giornalistica. Gli Aneddoti sono molto di più che una cronaca della vita intellettuale di Parigi. Gli umori dell’autore, la sua curiosità illimitata per i fenomeni insoliti o bizzarri, la lettura di testi singolari, l’intuizione delle ragioni profonde che muovono un artista vi tengono grande campo, accanto alla registrazione puntuale delle nuove correnti culturali che dominano l’irrequieto panorama della città, centro del mondo dell’arte, nei due decenni iniziali del secolo.
Quando comincia a pubblicare le sue note, Apollinaire è già un protagonista maggiore della rivoluzione che si compie in quegli anni con le prime avanguardie storiche. Amico di Picasso, lettore di Freud, scopritore di Sade e della grande letteratura libertina, teorico del cubismo a cui dedicò precocemente un saggio fondamentale, quindi della pittura di Robert Delaunay che battezzò col nome di “cubismo orfico”,  polemicamente attento al futurismo italiano, esegeta dell’arte negra che penetrava allora a Parigi, egli è negli Aneddoti l’osservatore e il testimone della realtà colorita, rumorosa che si svolge sotto i suoi occhi.  Rileggere queste note riconduce d’un balzo nel reticolo delle strade parigine affollate di idee e di personaggi, dove il poeta amava vagare instancabilmente fino a metà della notte. Innumerevole l’elenco dei nomi celebri che sfilano nelle sue cronache:  da Blaise Cendrars che darà poi una delle versioni più personali della morte del poeta vittima dell’epidemia di “spagnola”, al giovane Alberto Savinio musicista i cui fragorosi concerti bastarono a rivelargli l’artista; da Braque, Cézanne, Matisse, Monet, i due Delaunay, Rousseau il Doganiere, Maurice Denis, la Goncharova, Larionov (il quale ritrarrà in un curioso disegno il poeta insieme a Diaghilev, gran maestro dei Balletti Russi la cui voga aveva travolto Parigi) ai futuristi italiani Marinetti, Boccioni, Carrà, Severini; e ancora Gerard de Nerval, Oscar Wilde, Wells, Mallarmé, Alfred Jarry, Max Jacob, D’Annunzio, Papini, Soffici, Gide, Claudel, Anatole France, e tanti altri…  Senza dimenticare Marie Laurencin, sua compagna per molti anni, che Apollinaire aveva immesso - non senza qualche forzatura - nel gotha della nuova pittura.
Ma lo sguardo sulle cose si rovescia poi nella camera oscura dell’interiorità del poeta, nella stanza segreta della sua mente. Senza essere un diario intimo, una confessione (Apollinaire è assai discreto sulla propria vita sentimentale in queste pagine), gli Aneddoti ci dànno attraverso spiragli un’immagine profonda del loro autore. Gli spiragli sono i gusti, le simpatie e antipatie, le affinità elettive, le riflessioni, i commenti, certe abitudini di vita che traspaiono da questa prosa al tempo stesso immediata e intensa. È come se una finestra si aprisse obliquamente sull’officina del suo pensiero, in un periodo estremamente importante della sua esistenza di uomo e di artista.
Escono in quegli anni le sue due raccolte poetiche più notevoli, Alcools nel 1913 e Calligrammes nel 1918, le prose di Le poète assassiné (1916), il dramma Les mammelles de Tirésias (1917) che l’autore stesso chiamò "sur-realista", prima emergenza di una connotazione destinata a grande risonanza. La sua ricerca formale raggiunge il punto più avanzato con il calligramma, o "ideogramma lirico" che aggiunge alla semantica della parola le possibilità figurative dei segni verbali. La sua poesia “modernista”, concepita per il nuovo secolo, il secolo dell’aeroplano, del cinema, del telefono…, possiede ormai un timbro sicuro, risolvendo in un ritmo cantabile (Apollinaire la componeva cantando alcuni motivi musicali fissi, come lui stesso racconta) l’accumulo di frammenti e materiali disparati presi dall’attualità più quotidiana, dai sentimenti più scoperti, senza lasciarvi sopravvivere alcuna gerarchia tra gli elementi “alti” e “bassi” dell’esperienza, come avveniva nella tradizione letteraria.
Uno dei componimenti maggiori di questo periodo, L’émigrant de Lander Road, parla della prima delusione d’amore inflittagli dalla giovane governante inglese Annie Playden che Apollinaire aveva conosciuto durante il viaggio in Germania compiuto come istitutore in una famiglia aristocratica nel 1903 e che lasciò una ferita indelebile nella sua sensibilità. La vicenda è rievocata nella nota della Vie anecdotique dedicata a uno stravagante personaggio, l’albanese Faik bèg Konitza, che Apollinaire anni prima era andato a trovare a Londra pretestuosamente, in realtà per ritentare, senza successo, con Annie. Persistenti memorie private e cronache di vita culturale s’intrecciano così nella densa scrittura degli Aneddoti generando quel singolare coinvolgimento di autore e lettore che dà il tono a queste prose.
In quegli anni si consuma anche un’altra delusione, più profonda, con l’abbandono da parte di Marie Laurencin, la giovane pittrice che gli era stata presentata da Picasso nel 1907 ma che non piaceva alla compagna del tempo dell’artista, Fernande Olivier. Alla vigilia della guerra, dopo sette anni che sono i più felici sentimentalmente della vita di Apollinaire, Marie lo lascia per sposare un anonimo pittore tedesco. Fu allora ch’egli scrisse il triste verso: L’amour est devenu mauvais. Dalla sofferenza per l’abbandono, a cui Guillaume sembra tuttavia predestinato nelle sue scelte femminili, nascerà Le poète assassiné.
Poi a Nizza dove, arruolatosi volontario, aspetta il trasferimento al fronte, il breve incontro con l’aristocratica Louise de Coligny Chatillon, "Lou" nelle infinite lettere e poesie che scriverà per lei. Ancora un’illusione e ancora un distacco in una triste stanza d’albergo. Ma nel treno al quale una volta la donna lo ha accompagnato ha conosciuto una giovane insegnante di Orano, Madeleine Pagès, con la quale intreccerà una durevole relazione epistolare. Trascorrerà nella città e nella famiglia di lei una licenza dal fronte, di cui racconta tangenzialmente in terza persona in una nota degli Aneddoti, del 1° aprile 1916, intitolata “Storia dell’ufficiale in licenza”. Nonostante l’educazione sentimentale, non priva di accenti erotici sadiani, che le ha impartito nelle lettere, Guillaume dovrà misurare in quel viaggio la distanza tra il suo creativo “disordine” e l’ambiente borghese della sua “fidanzata di guerra”. Quando, ferito alla testa da una scheggia di obice, rientrerà a Parigi, sarà lui questa volta a interrompere la relazione.
Le lettere a Madeleine, raccolte più tardi sotto il titolo Tendre comme le souvenir*, sono una testimonianza autobiografica preziosa. Vi si racconta tra l’altro la disavventura in cui il poeta incorse in seguito al furto del quadro della Gioconda dal Louvre, furto erroneamente attribuito a un giovane che Apollinaire aveva protetto al momento della sottrazione di due statuette negre finite nello studio di Picasso, al Bateau Lavoir. Gli Aneddoti ricordano l’episodio in una cronaca del 16 ottobre 1911 dedicata alle "Predizioni di Madame Violette Deroy", la veggente che gli aveva profetizzato quel trasferimento forzato dal quartiere della Rive Droite dove abitava al carcere della Santé sulla Rive Gauche. Predizioni, scienze esoteriche, miti ancestrali, leggende ebraiche esercitavano su di lui un fascino misterioso, ed erano in gran voga a Parigi tra gli intellettuali. Guillaume non ebbe però fortuna con le profezie. Il quadro del suo amico Giorgio de Chirico Enigmi plastici, in cui il poeta si riconobbe mutandogli il titolo in L’Homme-Cible (l’uomo bersaglio), delimita con un semicerchio sopra l’occhio sinistro la zona esatta dove Apollinaire sarà ferito al fronte qualche anno dopo. Anche la predizione di Max Jacob, secondo cui René Dalize sarebbe stato il primo degli amici a morire, si avverò: un proiettile tedesco lo uccise nel 1917. Dalize era il più antico amico di Apollinaire, era stato suo compagno di collegio a Monaco, e più tardi doveva condividere con lui l’impresa della rivista “Les Soirées de Paris”. Apollinaire lo commemora nella Vie anecdotique alla data del 1° settembre, ricordando le battaglie di soldatini a cui giocavano in classe durante le lezioni e l’humour dei suoi, pochi, scritti.
I ritratti sono tra i testi più affascinanti degli Aneddoti. Qualche volta Apollinaire manipolava la realtà introducendovi invenzioni, come nel ritratto di Rousseau il Doganiere, dove accredita la leggenda di un suo viaggio in Messico insieme con le truppe che Napoleone III inviò a Massimiliano d'Asburgo - un viaggio che non avvenne mai, se non nell'immaginazione del Doganiere, il quale fantasticò nel parigino Jardin des Plantes di quei frutti tropicali “proibiti” e di quelle belve che lo avrebbero ossessionato quando dipingeva scene di foreste vergini. Ma la penetrazione umana dell’autore ci restituisce una verità più profonda dei personaggi biografati, paradossalmente anche attraverso l’amplificazione del mito. Come Henri Rousseau, come Gérard de Nerval, i suoi personaggi sono individui irregolari, sognatori, disperati, a cui si addice bene quella verve tra ironica e malinconica che è la cifra anche della sua poesia innovatrice. E Apollinaire si spinge oltre, a percepire il fascino di personaggi bizzarri, di esistenze stravaganti, di esperienze estreme, spesso votate al fallimento, in cui rintraccia il dominio della fantasia e dell’avventura che annulla il grigiore della vita quotidiana.  A questa schiera appartengono, tra gli altri, Faïk bèg Konitza, Louis de Gonzague Frick, Pedro Luis de Galvez, Edward Wortley-Montague, tutti bruciati da una passione esclusiva o da smania di singolarità, dove Apollinaire doveva sentire riflessa, fino alla follia, una faccia della sua irrequietudine.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
        
              Due acquerelli di Apollinaire, Cavalier masqué, firmato e datato 1916, e l’altro intitolato: Ce qu'on peut s'amuser avec les nombres
              astronomiques, e i burattini raccolti dal poeta nel suo appartamento del boulevard Saint-Germaim.
 
Al Mercure de France la posizione di Apollinaire non era indiscussa. Se il capo-redattore Alfred Vallette manifesterà sempre autentico interesse per il poeta, sua moglie Rachilde, primadonna incontestata della casa editrice, lo avverserà accanitamente. Rachilde era amica di Alfred Jarry, assai amato da Apollinaire. Il creatore del Père Ubu indirizzò a lei la lettera che annunciava la propria morte un anno prima dell’evento e che si chiude con questo incubo: «Il padre Ubu, che non ha rubato il suo riposo, tenterà di dormire. Egli crede che il cervello, nella decomposizione, funzioni oltre la morte e che i suoi sogni siano il paradiso». Poi toccherà ad Apollinaire fare, nei Contemporains pittoresques, il racconto del funerale dello scrittore, triste com’era stata la sua vita tra miseria, paralisi, estrema solitudine.
Ai martedì del Mercure de France che frequentava, Apollinaire rimaneva in disparte dagli invitati, in un angolo della finestra, in compagnia soltanto di Paul Léautaud che a sua volta non amava Rachilde rimproverandole di tenere sotto il suo comando il marito. Mediocre ma rinomata scrittrice, Rachilde imponeva spietatamente simpatie e antipatie personali al suo ambiente. E proprio alle manovre ostili di lei si deve se, all’uscita della raccolta poetica Alcools, comparve sulla rivista Mercure de France, della quale Apollinaire era collaboratore, una velenosa recensione, o meglio stroncatura, del poeta Georges Duhamel che lo qualificava di “brocanteur”, rigattiere. Egli raccoglie - vi si leggeva - «una folla di oggetti eterocliti di cui alcuni hanno del valore, ma di cui nessuno è il prodotto dell’industria dello stesso mercante. E questa è proprio una delle caratteristiche del rigattiere: esso rivende, non fabbrica». Il diverbio non si compose (Apollinaire avrebbe voluto sfidare a duello Duhamel), e Rachilde ottenne finalmente, come voleva da tempo, di escludere Guillaume dai suoi martedì.
L’articolo di Duhamel riecheggiava il giudizio sprezzante di Rachilde, non privo di accenti razzistici, che compare nel suo libro di ricordi su Jarry, Le Surmâle des Lettres. Agli occhi malevoli dell’autrice, Apollinaire è un meteco, uno straniero indesiderabile che si è introdotto con insolenza nella letteratura francese e ha plagiato da ogni parte, presentando come arte moderna le sue banali miscele. Era proprio il punto su cui Apollinaire, non francese, nato a Roma da un ufficiale italiano che non lo riconobbe e dalla polacca Angelica de Kostrowitzky (ma correva anche voce che fosse figlio dell’incesto di Angelica col proprio padre), era più sensibile. E la stessa accusa di plagio tornerà tra i suoi avversari, anche nell’articolo di Duhamel, tanto che Max Jacob, chiamato in causa come modello dei componimenti di Apollinaire, dovrà scrivere una lettera per smentirla, citando le date che dànno priorità cronologica ai testi di Guillaume.
                
Il Mercure de France non era per Apollinaire la prima esperienza di scrittura nelle riviste. Al debutto letterario nella “Revue blanche”  seguirono le testate fondate da lui stesso:  “Le Festin d’Ésope”,  “Les Lettres Modernes” (titolo originario: “La revue immoraliste”, poi abbandonato dietro suggerimento del portiere della clinica psichiatrica dove aveva sede la redazione),  quindi la più fortunata e duratura  “Les Soirées de Paris”, che ebbe una prima e una seconda serie, riviste a cui si accompagnarono nel tempo gli articoli per  “La Phalange”, “Le Petit-bleu”, “L’Intransigeant”, “Le Parthénon”, “Comœdia”, “Les Marges”.
Fu su quest’ultina rivista, pubblicata in Belgio, che Apollinaire vestì panni femminili alla vigilia di iniziare le cronache della Vie anecdotique. Il suo travestimento aveva il nome di Louise Lalanne, una poetessa inesistente, della quale si cominciò a parlare con interesse e credulità negli ambienti letterari di Parigi e di Bruxelles all’apparizione delle prime puntante della sua rubrica sulle consorelle letterate. La mistificazione andò avanti per qualche tempo, poi, dinanzi all’eccesso di curiosità che suscitava, si decise di mettere fine al mistero. Un arguto articolo rivelò la vera identità dell’autore. Ecco alcuni brani:
«Una triste notizia per i lettori di Les Marges: M.lle Louise Lalanne è stata rapita da un ufficiale di cavalleria. La cosa ci ha stupito da parte di una persona i cui costumi erano stati sempre irreprensibili. Inutile dire che a Les Marges, noi non scherziamo sul capitolo della virtù. A questo riguardo condividiamo le idee così ragionevoli della gente del mondo d’oggi: in privato tutto ciò che volete, non fate complimenti, ma con discrezione e senza scandalo».
L’articolo proseguiva: «Ora che ci ha lasciati, possiamo dire chi era e raccontare la sua storia. Louise Lalanne non era il suo vero nome e, in realtà, era di sesso maschile».
Di fronte al rifiuto delle scrittrici di tenere una rubrica così imbarazzante, raccontava la nota, su suggerimento di una di loro l’incarico era stato offerto a uno scrittore travestito da donna, e Apollinaire aveva accettato. «Oggi Guillaune Apollinaire si leva la parrucca, il corpetto e la gonna».
A testimoniare della mistificazione resta una foto la cui didascalia dice: “Apollinaire all’epoca di Louise Lalanne”. Guillaume è nella posa prediletta dalle poetesse dell’epoca: disteso a metà su un divano ad arabeschi, il collo appoggiato su un cuscino, la testa sulla mano, circondato dappertutto da pile di libri. Le sue cronache “femminili” avevano già fatto qualche vittima e sparso ansietà nei salotti letterari.
 
(Prefazione al volume: Guillaume Apollinaire, Aneddoti 1911-1918,   Kami, Roma 2003)
 
 
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Picasso ritratto da Apollinaire, 1905.