BORIS SAVINKOV
DIARIO DI UN TERRORISTA
 
 
Il 4 febbraio 1905 il granduca Sergio, governatore generale di Mosca, fu ucciso da un commando di terroristi guidato da Boris Savinkov. Noto (con lo pseudonimo di Ropscin) come uno dei protagonisti dell’ondata di violenza politica che si abbatté sulla Russia zarista all’inizio del Novecento, Savinkov racconta nel romanzo Diario di un terrorista (titolo originario: Il cavallo livido) questa vicenda, dalla preparazione fino all’esecuzione dell’attentato e poi  alla fine dei cinque terroristi, dei quali uno solo sfuggirà alla morte, all’impiccagione o al suicidio. Con essa si intreccia una duplice storia d’amore, che avrà un destino tragico. E attraverso la narrazione corre il filo rosso di un interrogativo che inquieta tutti i personaggi: Il terrorismo può avere una giustificazione etica? L’assassinio del despota è lecito?
Attorno a questo tema si confrontano George, il capo del commando senza fede né legge, nel quale l’autore si è ritratto, e gli uomini che credono al tempo stesso nel messaggio cristiano e nella libertà. Il leit-motiv sarà la norma evangelica «Tu non ucciderai». Significativamente nel testo sono riportati molti passi del Vangelo; e non a caso il titolo del libro, pubblicato a Parigi in lingua russa nel 1908,  Il cavallo livido, è tratto dall’Apocalisse. Il libro lascia aperta drammaticamente la risposta, ma ripercorre dubbi inquietudini delusioni dei personaggi su un quesito che travaglia la coscienza civile e la scienza politica da Machiavelli e Jean Bodin in poi. Contro l’oppressione di un  potere dispotico è giusto uccidere?
Più tardi, nel suo Libro di versi pubblicato postumo nel 1931, Savinkov scriverà:
 
    L’assassino non entrerà / Nella città del Cristo.
Il Cavallo livido lo calpesterà / E il Re dei Re lo odierà.
    
Terrorista e scrittore, Boris Savinkov (1879-1925) ebbe una vita avventurosa degna di figurare in un romanzo. Fu socialista rivoluzionario, poi anticomunista combattente nell’Armata Bianca, infine aderì ai bolscevichi che lo imprigionarono, e morì a quarantasei anni nella prigione sovietica in circostanze oscure.  Churchill, che lo incontrò nel 1921, nel lodarne l’«implacabile franchezza», lo ritrasse in questi termini nella sua galleria dei Grandi contemporanei (1938):  «Malgrado le disgrazie che ha provato, i pericoli che ha superato, i crimini che ha commesso, ha manifestato la saggezza  di un uomo di Stato, il talento di un generale di esercito, il coraggio di un eroe, la sopportazione di un martire».
Espulso dall’università di San Pietroburgo per la sua partecipazione al movimento di protesta studentesco, Savinkov, dopo aver terminato gli studi a Berlino e Heidelberg, al ritorno in Russia fu arrestato nel 1901 e relegato in esilio, dove frequentò tra gli altri esiliati il filosofo Berdiaev, lo scrittore Remizov e il futuro commissario del popolo per l’Istruzione, Lunaciarski. Decisivo si rivelerà l’incontro durante questo periodo con Ekaterine Brechko-Brechkovskaia, la «grande madre della rivoluzione russa», che promuoveva il terrorismo in seno al partito socialista-rivoluzionario presentandosi come l’erede del movimento «La Volontà del popolo», responsabile nel 1881 dell’assassinio di Alessandro II, lo zar riformatore che aveva emancipato i contadini dalla servitù della gleba. Fu all’estero, a Ginevra, allora nido dei rivoluzionari russi, dove si trasferì illegalmente nel 1903, che maturò la scelta di Savinkov in favore dell’azione terroristica. L’artefice della sua immissione al vertice dell’«Organizzazione di lotta» del partito socialista-rivoluzionario fu l’agente provocatore Azev, smascherato nel 1908, che agiva in maniera doppia, organizzando alcuni attentati e denunciandone altri. Su suo incarico Savinkov diresse l’attentato contro il ministro dell’Interno Plehve, ucciso il 15 luglio 1904 a Pietroburgo; e in quell’occasione - come ricorda Viktor Serge - si chinò, nella strada terrorizzata, sul cadavere della sua vittima per constatare il successo dell’azione. L’anno seguente, organizzava l’attentato contro il granduca Sergio, zio e cognato dello zar Nicola II, che sarà ucciso da un altro noto terrorista, Ivan Kaliaev, impiccato il 10 maggio 1905:  su Kaliaev è modellato il personaggio di Vania nel romanzo Il cavallo livido. Fu su denuncia di Azef che Savinkov, dopo aver organizzato due attentati falliti contro gli esponenti che erano succeduti al governatore generale di Mosca e al ministro dell’Interno, sue vittime, venne arrestato nel 1906 a Sebastopoli, mentre si apprestata a eseguire lui stesso un attentato contro l’ammiraglio Sciukhin. Condannato a morte, riuscì a evadere con l’appoggio del suo partito e passò in Francia, dove rimase  inattivo per due anni.
Comincia a questo momento un nuovo periodo della vita di Savinkov, quello di scrittore e bohémien. A Parigi scrive, nel 1908, il suo libro più importante, Il cavallo livido - Diario di un terrorista, che lo rende celebre, e al quale seguirà quattro anni dopo un secondo romanzo, Ciò che non accadde, o I tre fratelli, dove la vicenda di tre fratelli terroristi durante la rivoluzione del 1905 è narrata con ancora maggior disincanto. Intanto lo scrittore frequenta la società artistica di Montparnasse con Modigliani, Picasso, Cendrars, Apollinaire, beve e fa professione di seduttore al caffè della Rotonde, che definirà «un cumulo di letame».
Con la guerra si apre una nuova fase per Savinkov. Dapprima corrispondente sul fronte francese, dopo la rivoluzione del febbraio 1917, ritorna in Russia, dove Kerenski lo nomina commissario politico della VII Armata, quindi suo vice al ministero della Guerra. Ma sarà silurato sotto l’accusa di aver appoggiato un tentativo di colpo di Stato di destra. La presa del potere da parte dei bolscevichi in autunno porta Savinkov all’opposizione armata. Con l’appoggio di Francia e Polonia, organizzerà un’insurrezione a Yaroslav; quindi, a fianco dell’ammiraglio “bianco” Kolciak, guiderà le azioni di un esercito di trentamila uomini in Bielorussia, che sarà infine sconfitto dalle forze bolsceviche. Il suo terzo romanzo, Il Cavallo nero, pubblicato in russo a Parigi nel 1923, con titolo ancora tratto dall’Apocalisse, descrive la degradazione dei combattenti antibolscevichi, tra pogrom antisemiti, saccheggi e stupri, che Savinkov condanna nel giornale che redige a quel tempo a Varsavia.
Nel 1921 ritorna a Parigi, dove svolge un’attività diplomatica presso i governi occidentali: vede Llyod George, Churchill, Mussolini per cercare appoggi. Poi un incontro segreto con l’ambasciatore sovietico in Inghilterra, Krassin, segna una svolta nel suo destino. Da quel momento è oggetto di un’operazione allestita della polizia politica sovietica, la GPU, operazione a cui è dato il nome in codice “Sindacato-2”. Emissari gli fanno credere che esisterebbe in Russia un’organizzazione di «democratici liberali» alla ricerca di un capo: così tratto in inganno, Savinkov passa illegalmente la frontiera il 13 agosto 1924  ed è arrestato due giorni dopo a Minsk. Il processo a suo carico comincia il 27 agosto davanti alla corte militare del Tribunale supremo dell’URSS, e si conclude il 29 agosto con la condanna alla pena di morte, subito commutata in dieci anni di reclusione.
Da quel momento Savinkov si allinea al potere sovietico e alla sua propaganda. Allo scalpore suscitato in Occidente dalle sue dichiarazioni favorevoli al regime si aggiunge l’enigma del ritorno in Urss e del verdetto di clemenza di cui ha beneficiato. Tanto più che nella famigerata prigione della Lubianka egli gode di condizioni particolari: dispone di una cella individuale, ha libri e giornali, può dedicarsi alla scrittura otto ore al giorno, riceve le visite della sua amante, la francese L. E. Dikhof-Derenthal, accompagnato fa passeggiate  a Mosca e dintorni...  Il mistero si infittisce sulle circostanze della sua morte. Il 7 maggio 1925 aveva scritto a Dzerjinski per sollecitare un riconoscimento della sua adesione al regime. La lettera dice: «O mi fucilate, oppure mi date la possibilità di lavorare; ero contro di voi, ora sono con voi; ma non posso restare tra le due cose». La stessa sera, si suicida: si sarebbe gettato da una finestra nel cortile della prigione. Subito si avanzano dubbi su questa versione. Nel suo libro L’Arcipelago Gulag Solzenicyn riferisce le testimonianze di esponenti della CEKA secondo i quali Savinkov sarebbe stato defenestrato. Ma altri ritengono, anche sulla scorta dei documenti sugli ultimi anni di vita dello scrittore recentemente pubblicati a Mosca, che la tesi del suicidio sia la più plausibile. L’opera letteraria fornirebbe in qualche modo la chiave del mistero: Savinkov avrebbe imitato la tragica fine dell’eroe dei suoi romanzi.
 
Dopo una prima ondata terroristica cominciata nel 1866 e culminata nel 1881 con l’assassinio di Alessandro II, la Russia era stata investita da una nuova serie di attentati (più di duecento) tra il 1901 e il 1906. Opera dell’ala armata del partito socialista-rivoluzionario, queste azioni erano dirette contro i ministri e gli esponenti della polizia e costrinsero Nicola II a limitare l’autocrazia con l’istituzione di un parlamento (la Duma) e la concessione di libertà individuali e pubbliche (Decreto del 17 ottobre 1905). I bersagli erano scelti tra i rappresentanti più odiati dell’autocrazia. Era questo il caso sia del ministro Plehve sia del granduca Sergio, considerati come i simboli e gli strumenti dell’oppressione. Tra le molte testimonianze del favore con cui nell’intellighentzia si guardava ai terroristi si possono citare quelle del poeta Aleksandr Blok, che scrisse un componimento sulla figura di Kaliaev, e della figlia di Tolstoi, Tatiana: entrambi approvano l’attentato in cui aveva perso la vita il governatore di Mosca.
Si comprende così anche il caso di uomini di animo religioso impegnati nell’utopia di un regno di Dio sulla terra da preparare attraverso la violenza, che considerano un atto di giustizia necessario sebbene imperdonabile. È l’idea su cui meditava lo stesso Savinkov sotto la suggestione del pensiero, di impronta mistica, di due intellettuali russi insediatisi a Parigi dopo la rivoluzione del 1905: Dmitri Merejkovski (1866-1941) e sua moglie Zinaida Hippius, poetessa simbolista (1869-1945).  Essi distinguevano tra l’assassinio compiuto dal rivoluzionario e l’assassinio inflitto dal potere, concludendo che «la violenza non è giusta, ma giustificata! Non si può spargere il sangue. Ma perché questa impossibilità diventi reale, bisogna versarlo!». Questa tesi è sostenuta nel romanzo da Vania, che la giustifica con la citazione da San Giovanni: «Non c’è amore più grande che donare la propria anima per gli amici».
Alle riflessioni religiose ed etiche di Vania si contrappone la convinzione di George per il quale il fine giustifica i mezzi. Il modello si può far risalire qui agli eroi nichilisti di Dostoievski, allo Stavroghin dei Demoni, a Smerdiakov e al Grande Inquisitore dei Fratelli Karamazov. Ma un altro tema dostoieskiano si inserisce in maniera più complessa: il tema del «non tutto è permesso» che deriva da Delitto e castigo ed è impersonato nel dramma di Raskolnikov. Quando George uccide il marito della donna che ama, il delitto non è giustificato dall’amore per l’umanità, resta un atto egoistico di possesso. Così il personaggio si sdoppia tra due personalità opposte, secondo un motivo profondamente dostoieskiano, che percorre l’intera struttura narrativa costruita su una dialettica, irrisolta e perciò tanto più drammatica, tra amore e odio, tra sacrificio per l’umanità ed egoismo, tra liceità della violenza e trasgressione del divieto.
Quando più tardi, probabilmente nel 1912-13, Savinkov scriverà il suo terzo romanzo, Il Cavallo nero,  composto anch’esso in forma di diario intimo, il protagonista George apparirà prigioniero della propria disperata condanna. «Il mio passato mi pesa. Non me ne pento. Ma il sangue non può essere lavato, bruciato, vinto. Chi ha ucciso è un ergastolano in ceppi [...] La mia vita è un cimitero [...]  Dov’è la salvezza? L’aiuto? Da chi cercare rifugio? Quale Dio pregare?».
Savinkov aveva sposato nel 1899 la figlia dello scrittore populista Gleb Uspenski, dalla quale aveva avuto due figli; ma all’epoca della scrittura del suo primo romanzo Diario di un terrorista era sul punto di formare una nuova famiglia con la sorella del socialista-rivoluzionario che l’aveva aiutato a fuggire dalla prigione di Sebastopoli, Evghenia Ivanovna Silberberg, divorziata. La seconda donna del romanzo, Elena, che George ama dispoticamente, difende l’amore libero contro la “vecchia morale”, come Savinkov all’epoca. L’uccisione da parte di George del marito di Elena è un’invenzione del romanziere; ma i critici vi hanno visto un desiderio segreto di Boris Savinkov, poiché nella scrittura affiorano molti moventi dell’inconscio dello scrittore. Significativo sotto questo aspetto è l’atteggiamento di Elena che ritiene possibile la doppia relazione col marito e l’amante - richiesta che il terrorista (e attraverso di lui l’autore) respinge proclamando la pretesa di un possesso esclusivo.  
 
Il primo romanzo di Savinkov suscitò un enorme interesse.  «Abituato a uccidere nemici come a sacrificare deliberatamente i migliori dei suoi compagni di lotta, con, al fondo, una totale assenza di fiducia e di fede nella rivoluzione», è la descrizione che fa dello scrittore Victor Serge, l’anarchico diventato compagno di strada dei bolscevichi che lo deportarono negli Urali, da dove sarà liberato nel 1936 per iniziativa di un gruppo di intellettuali francesi guidati da André Gide e Romain Rolland. Dei romanzi di Savinkov, Serge parla come di libri «improntati al più profondo smarrimento morale, dove l’inanità dello sforzo rivoluzionario è come scritta col sangue».
Leonid Andreev, scrittore di racconti ispirati a simpatia per i terroristi, che nel romanzo Il Governatore (1906) aveva già trattato dell’attentato contro il granduca Sergio ma «visto» dalla parte del governatore, prese le distanze dal «terrorista pentito» di Savinkov. Anche Maksim Gorki giudicò antirivoluzionario e nichilista il disincanto del protagonista.
Zinaida Hippius e Dmitri Merejkovski videro nel libro l’espressione delle loro idee. La Hippius rivendicò il ruolo ideologico e letterario che aveva avuto nella sua elaborazione, sebbene, legata alla ricerca dell’androgino originario, disapprovasse il carattere tradizionale dei rapporti tra George ed Elena. Merejkovski notò acutamente come nel libro si respiri l’odore della dinamite mescolato all’incenso dell’Apocalisse, e sottolineò le influenze di Dostoievski, di Nietzsche, del decadentismo, del simbolismo, del misticismo, per concludere con questo giudizio: «Se mi si chiedesse in Europa qual è il libro più russo e quello che permette di giudicare dell’avvenire della Russia, dopo le grandi opere di Tolstoi e di Dostoievski, indicherei il romanzo di Savinkov». La sua idea profonda è additata da Merejkovski nel confronto tra Vania e George, nel «parallelismo tra sesso e sociale [...] amare una donna senza gelosia, senza violenza sulla persona, è un prodigio della stessa natura che amare la propria patria senza violenza rivoluzionaria o statale». George al contrario erige a legge il suo desiderio. E il confronto tra Vania e George è così sintetizzato: «Uno è tutto amore, l’altro è solo odio. Uno sa in nome di che cosa combatte, l’altro lo ignora. Per l’uno, “è proibito, ma necessario”; per l’altro, “non è necessario, ma si può uccidere”».
 
Personalissimo lo stile dello scrittore. L’apparente semplicità e sobrietà della sua prosa, le notazioni impressionistiche sulla natura ricorrenti nella narrazione con valore simbolico, la laconicità dei dialoghi appartengono alla letteratura modernista dell’epoca. Di particolare efficacia l’intonazione biblica delle frasi brevissime, icastiche, che risulta fusa singolarmente con un “taglio” delle immagini assimilabile alle esperienze dell’espressionismo. Questi caratteri formali, come pure la problematica dei mezzi adeguati al fine, ebbero grande influenza su Albert Camus, in particolare nel dramma I Giusti, del 1950, che mette in scena anch’esso l’attentato contro il granduca Sergio riprendendo l’argomentazione di Kaliaev: l’assassinio è al tempo stesso necessario e inescusabile, ma gli «assassini delicati» che rifiutano di uccidere innocenti si giustificano col sacrificio della propria vita.
La figura del terrorista mistico, formatosi sul messaggio evangelico come Vania, è presente anche nel romanzo Pietroburgo di Andrei Bielyi (pubblicato nel 1914), qui con l’aggiunta del tema ossessivo della provocazione. Al terrorismo russo si ispirano anche Oscar Wilde nel suo primo lavoro teatrale, Vera o i nichilisti (1880),  Joseph Conrad in Sotto gli occhi dell’Occidente (1911), Blaise Cendrars in Moravagine (1926), dove Savinkov è citato col suo pseudonimo Ropscin.
Il giovane Lukács trasse dalla lettura di Savinkov riflessioni che gli permisero di superare la sua originaria visione tragica del mondo, per approdare a una visione dialettica, nella quale il male può configurarsi come lo strumento del bene, se - è il caso di Ropscin - il terrorista «sacrifica per i suoi fratelli non soltanto la propria vita, ma anche la sua purezza, la sua morale, la sua anima».
 
(prefazione al romanzo di Boris Savinkov Diario di un terrorista, edizioni Kami. 2004)
 
Le illustrazioni del libro sono di Morgan Mainardi.
 
 
 
 
 
 
AUTOCRAZIA E TERRORISMO
 
 
Dopo il breve periodo delle riforme iniziato da Alessandro II con l’abolizione della servitù della gleba nel 1861, l’attentato allo zar del 1866  aveva segnato una svolta repressiva. Misure di rigore della censura erano state adottate nei confronti del giornalismo e della letteratura, mentre si istituiva un rigido controllo di polizia contro i «nichilisti» considerati ormai come terroristi. All’opposizione intellettuale fu chiaro che difficilmente avrebbe potuto continuare la sua attività critica verso il governo e le istituzioni; le esigenze dell’autocrazia, e non i programmi sociali, tornavano a indirizzare l’educazione delle nuove generazioni. La vita politica si radicalizzò: da una parte, prevalsero le società segrete, gli orientamenti rivoluzionari nei partiti, la pratica degli attentati; dall’altra, il governo ricorse sempre più ai processi, alle deportazioni in massa. Un tentativo di mitigare lo scontro, affidato al ministro liberaleggiante Loris-Melikov, non ebbe successo. Del resto, non si era parlato di Costituzione e le stesse concessioni preparate dal ministro erano assai limitate e tendevano essenzialmente a coinvolgere soltanto gli elementi conservatori più moderati.
Alessandro II fu ucciso in un nuovo attentato nel 1881, e la reazione si inasprì sotto suo figlio Alessandro III, con un regime che fu detto «cesaro-papismo russo». Alla sua morte nel 1894 salì al trono Nicola II Romanov, che doveva essere l’ultimo zar di Russia. Nonostante fosse conservato il sistema autocratico instaurato da Alessandro III, la situazione venne gradualmente modificandosi, e fino al 1905 si ebbe un alternarsi di giri di vite e di allentamenti delle misure repressive. Questo andamento incerto e contraddittorio creò malcontento in ogni settore dell’opinione pubblica e finì per incoraggiare le tendenze rivoluzionarie. Intanto, con lo sviluppo dell’industria e la crescita della classe operaia, il movimento rivoluzionario veniva sempre più spostandosi dal mondo contadino al proletariato urbano, tra il quale si diffondeva, come in tutta Europa  in quegli anni, il socialismo.
È questo lo sfondo dell’ondata di agitazioni sociali e di violenza politica che si abbatté sulla Russia zarista all’inizio del Novecento. Nel partito socialista-rivoluzionario russo prevalsero le tendenze estremistiche, favorevoli all’azione terroristica, che fu affidata al suo braccio armato, l’«Organizzazione di lotta». A questa organizzazione - che, anche su ispirazione di Ekaterine Brechko-Brechkovskaia, si presentava come l’erede del movimento «La Volontà del popolo», responsabile dell’assassinio di Alessandro II - aderì Boris Savinkov dopo il suo trasferimento illegale in Svizzera nel 1903. Presto Savinkov fu immesso nella direzione dell’«Organizzazione di lotta» ed ebbe l’incarico di eseguire l’attentato contro il ministro dell’Interno Plehve, ucciso il 15 luglio 1904 e l’anno dopo, il 4 febbraio 1905, il granduca Sergio, governatore generale di Mosca, zio e cognato dello zar Nicola II. La disastrosa guerra contro il Giappone intrapresa da Nicola II nel 1904 aveva inasprito la situazione interna, fino allo scoppio dei moti insurrezionali noti come rivoluzione del 1905, che furono duramente repressi. In seguito a questi avvenimenti lo zar fu indotto a istituire con decreto imperiale nello stesso 1905 la Duma o Assemblea, con poteri legislativi e di controllo. La svolta costituzionale non fermò l’ondata terroristica. Savinkov organizzò due attentati, che fallirono, contro gli esponenti succeduti al governatore generale di Mosca e al ministro dell’Interno, sue vittime, e si apprestava a eseguire  un attentato contro l’ammiraglio Sciukhin a Sebastopoli quando fu arrestato nel 1906. Condannato a morte, riuscì a evadere con l’appoggio del suo partito e passò in Francia, dove rimase  inattivo per due anni.
 
 
La  crisi  dell’intelligencija  russa
 
Dopo la rivoluzione fallita del 1905 e fino al 1917, il problema dell’«intelligencija», sempre fondamentale nella storia russa, si acuì in maniera eccezionale, intrecciandosi con problemi religiosi, filosofici, artistici, e soprattutto politico-sociali. Della vita intellettuale in Russia durante questo decennio, Maksim Gorkij dirà più tardi, al I Congresso degli scrittori sovietici, nel 1934: «Il periodo che va dal 1907 al 1917 è stato un periodo di assoluto arbitrio del pensiero irresponsabile», per concludere drasticamente: «In generale il decennio 1907-1917 merita pienamente il nome di decennio più vergognoso e più svergognato della storia dell’intelligencija russa».
Il giudizio sprezzante di Gorkij nasceva probabilmente dall’evento di maggior rilievo di quel periodo, la pubblicazione, avvenuta a Mosca nel 1909, della raccolta di saggi intitolata Orientamenti (in russo Vechi), che suscitò la critica di tutti i gruppi radicali e rivoluzionari e fu accusata di reazionarismo. Vi collaborarono Berdjaev, S. N. Bulgakov, Gersenzon, Struve. Il libro era un violento atto di accusa contro l’intelligencija, bollata come anti-religiosa, anti-filosofica, anti-statale, anti-nazionale. Già alcuni anni prima Petr Struve aveva enunciato uno dei fondamenti dell’accusa agli intellettuali, indicandolo nell’«intolleranza». Questa intolleranza «scaturisce dalla concezione secondo cui certe idee teoriche […]   sono riconosciute di per sé come borghesi e reazionarie», egli scriveva, spiegando così il corso di pensieri che porta «dalla superstizione ortodossa all’intolleranza»: «A una certa visione pratica, che esprime e difende gli interessi di una certa classe sociale, e insieme lo sviluppo progressivo di tutta l’umanità, risponde soltanto una costruzione teorica pienamente determinata; tutte le altre concezioni teoriche sono le espressioni, non rispondenti al progresso umano, degli interessi di altre classi, antagonistiche o almeno non direttamente solidali con la classe “eletta”».  Un’attenzione maggiore doveva essere portata invece, per gli autori di Orientamenti, alla complessità del rapporto tra teoria e politica.
Divisi al loro interno su molti punti, gli autori della raccolta erano uniti nel riconoscere «il significato fondamentale che per la vita ha il principio religioso» (come scrisse più tardi lo stesso Struve). Il fenomeno della «filosofia-religiosa», che si accentuò tra le due rivoluzioni ed ebbe in Berdjaev il suo maggiore rappresentante, influenzò largamente anche la letteratura russa, e in particolare i due scrittori più significativi di questa tendenza: Vasilij Ròzanov, autore della Leggenda del Grande Inquisitore, originalissimo commento al celebre episodio dei Fratelli Karamazov, e Lev Sestòv, autore di opere di critica letteraria, tra le altre i saggi  su Tolstoi e Nietzsche - entrambi (ha scritto in proposito Ettore Lo Gatto) «tormentati dal problema del senso della religione come affermazione o negazione della vita, entrambi attenti alla rivelazione della duplicità dell’anima umana fatta da Dostoevskij nel suo “uomo del sottosuolo” e tutti e due giunti al pessimismo, in Sestòv costruito sistematicamente come filosofia dell’”egoismo assoluto” (attraverso i gradi del “negativismo” e della “filosofia della disperazione”), in Ròzanov rimasto alla stato incandescente delle pagine asistematiche dell’Apocalisse del nostro tempo, scritto dopo la crudele delusione della rivoluzione del 1917». Una vera ondata di misticismo si diffuse, estendendosi anche ad aderenti al bolscevismo, secondo la frase di Belyi che la rivoluzione sarebbe stata apportatrice della «cultura dell’eternità», mentre negli stessi anni in contrapposizione a questa tendenza si sviluppava l’adesione, fino a forme di fanatismo, di una parte degli intellettuali alle idee del marxismo introdotte in Russia da Plechanov, Lenin e Gorkij.
Nonostante le accuse di reazionarismo, i saggi raccolti nel volume Orientamenti restarono al centro del dibattito del periodo tra le due rivoluzioni. Berdjaev doveva più tardi, quando il potere bolscevico si era già insediato, indicarne il significato profondo nella critica che essi svolgevano al modo in cui la morale rivoluzionaria si era incarnata nell’intelligencija russa. «L’intellettuale medio russo - scrisse  Berdjaev - si è abituato a inchinarsi davanti all’immagine morale dei rivoluzionari e alla loro morale rivoluzionaria. Egli è pronto a riconoscersi indegno di quell’altezza morale di tipo rivoluzionario. In Russia si è formato un culto speciale della santità rivoluzionaria. Questo culto ha i suoi santi, la sua tradizione sacra, i suoi dogmi. E per lungo tempo ogni dubbio in questa sacra tradizione, ogni critica di questi dogmi, ogni atteggiamento irriverente verso questi santi ha portato alla scomunica non solo da parte dell’opinione pubblica rivoluzionaria, ma anche da parte dell’opinione pubblica radicale e liberale». Berdjaev si richiamava alla dissacrazione che Dostoevskij aveva fatto di un tale culto assoluto e notava che, se «la degenerazione morale, con cui finì la rivoluzione del 1905,  aveva assestato un colpo al prestigio morale rivoluzionario, offuscando quell’aureola di santità», tuttavia la vera guarigione non era avvenuta, poiché la malattia della coscienza russa era troppo antica e grave.
Tra i pochi intellettuali estranei al gruppo Orientamenti che accolsero favorevolmente la raccolta di saggi è il poeta simbolista Andrej Belyj per il quale essa doveva diventare il «libro prediletto dell’intelligencija russa». Belyj osservava che la «giustizia sommaria» decretata contro il volume era la stessa che aveva vessato in Russia ogni idea eminente, e da parte sua approvava come «pervasi da amore per la verità» i concetti espressi dagli autori di Orientamenti: l’idea che negli intellettuali russi il perseguimento dell’eguaglianza sociale avesse paralizzato la ricerca della verità; l’idea che l’energia creativa dell’individuo fosse stata sacrificata a un astratto ideale di collettivismo; l’idea che i limiti posti dalla morale dell’intelligencija risultassero disastrosi per il talento degli scrittori; e infine il rifiuto dello Stato in nome di un razionalismo dottrinario e non di un principio religioso superiore.
Il problema dello Stato rivestiva un’importanza primaria. Come aveva denunciato Struve, il carattere specifico dell’intelligencija russa in quanto categoria politica era il suo «sradicamento» dalle istituzioni, «l’estraneità rispetto allo Stato e l’ostilità ad esso». La previsione di Struve era che, con lo sviluppo economico del paese, gli intellettuali si sarebbero integrati nell’ordinamento sociale esistente, come una pacifica classe colta. Ma altri rilevavano come in Occidente fosse avvenuto un processo contrario: lo sviluppo economico aveva generato una classe  intellettuale somigliante a quella russa e in lotta contro la borghesia.  Di particolare interesse si presentava l’articolo di Michail Gersenzon. A differenza degli slavofili che si raffiguravano ottimisticamente, per il futuro, una comunità patriarcale in cui intelligencija e popolo fossero uniti contro le strutture dispotiche della società costituita, Gersenzon approdava a un sentimento tragico dell’isolamento degli intellettuali e della loro fatale conflittualità con il popolo. Collocandone l’origine al tempo di Pietro il Grande, egli vedeva i mali dell’intelligencija russa nella mancanza di un rapporto organico con la realtà popolare e nazionale e nella dipendenza da dottrine importate dall’Occidente, ieri l’hegelismo e il positivismo, oggi il marxismo e il pensiero di Nietzsche. La conclusione era che il popolo «non sente in noi un’anima umana, e perciò ci odia con tutto il cuore, forse con un inconscio orrore mistico, e tanto più ci odia in quanto siamo del suo stesso sangue».
Gersenzon postulava quale soluzione una religiosità fondata su «una ragione superiore» dominante il mondo, su un ordine razionale dell’universo, al quale corrisponda la «libera ragione» dell’uomo, così che la vita spirituale sia strumento della volontà universale e ogni singolo individuo abbia per compito di prendere coscienza del proprio destino cosmico e religioso. La concezione di Gersenzon era in concordanza col pensiero di Tolstoi, il quale postulava a sua volta una possibile coincidenza tra «libera ragione» dell’uomo e ordine cosmico. Essa fu contestata da Struve, che riteneva il cosmo irrazionale e irrelato con la ragione umana. «Nel cosmo il bene o non c’è affatto o non coincide né col bene della legge morale, né con qualunque cosa l’umana ragione, in un frammento di tempo per essa visibile, concepisca come bene».  Per Struve dunque la base delle scelte è irrazionale, e il suo pensiero approda all’idea di una “Grande Russia” fondata sulla volontà di potenza.
Sull’altro versante, della sinistra marxista, Maksim Gorkij muove una critica ancora più radicale alla tradizione intellettuale russa. Ostile a Gogol e a Dostoevskij che accusa di romanticismo soggettivistico e individualistico, Gorkij nega ogni legittimazione alla critica che l’intelligencija svolge verso la società e il potere costituito: per lui, il nichilista è l’altra faccia del borghese e l’intellettuale è il traditore degli ideali socialisti ai quali si richiama. L’atteggiamento demolitore si estende al carattere nazionale russo: «Il russo - scrive Gorkij - cerca sempre un padrone che gli impartisca ordini, e se ha superato questa tendenza servile, cerca un basto che possa mettersi dal di dentro, sull’anima, per non dare libertà né all’intelligenza né all’anima».
 
 
Quando Boris Savinkov scrive nel 1908 a Parigi, durante i due anni di forzosa inattività politica dopo la condanna a morte e la fuga dalla Russia, il suo primo romanzo, Il cavallo livido - Diario di un terrorista, ha certamente presente il grande dibattito che si svolge sull’intelligencija russa nel periodo tra le due rivoluzioni. La riflessione critica era cominciata proprio dagli avvenimenti del 1904-1905  di cui egli era stato uno dei protagonisti: l’ondata di attentati, la rivoluzione fallita, l’istituzione della Duma. E subito aveva messo in campo, oltre al ruolo dell’intellettuale nel rapporto col popolo e col potere autocratico, la ricerca di un’istanza superiore alla quale riferirsi nell’azione politica. Molti l’avevano indicata nella religione, con numerose varianti; altri in una ragione scettica.
Il romanzo di Savinkov riflette drammaticamente questa dicotomia. Già la narrazione mette in scena il contrasto di concezioni nel gruppo che prepara l’attentato al governatore di Mosca, opponendo alla fredda volontà di morte che muove il capo del commando  la coscienza paradossale di altri terroristi che riconoscono la necessità di uccidere in nome del Vangelo. È questo un primo livello con cui la speculazione sul ruolo della religione nella storia, alla ribalta tra le due rivoluzioni, penetra nel romanzo. Un secondo livello, più impegnativo per l’autore, è nella meditazione religiosa, anche se risolta negativamente, che l’eroe-protagonista George compie mentre si appresta al suicidio: religiosa perché è con Cristo e con la parola evangelica (“l’amore può salvare il mondo”) ch’egli si confronta, per concludere: «E anche se nei cieli si apre il tempio, dirò:  tutto non è che vanità e menzogna». Il dubbio, di natura appunto religiosa, accompagna qui il pessimismo metafisico del personaggio, al termine della sua parabola  di azione e di vita.
Forse un’eco delle discussioni che si svolgevano in Russia sulla figura dell’intellettuale è pure da vedere nel percorso problematico di questo capo terrorista, certamente lui stesso un intellettuale del pensiero nichilista, col quale si identifica Savinkov, in opposizione con gli altri componenti del commando, a loro volta espressione del popolo, proprio nella professione, tenace e paradossale, di fede cristiana.  Così che  una seconda domanda, accanto a quella «È lecito uccidere il tiranno?» (o come giustificare la violenza rivoluzionaria?), è sottesa al testo, non pronunciata: Chi esprime la rivoluzione, l’intelligencija o il popolo?
Temi che non ebbero risposta nel periodo tra le due rivoluzioni. E questa indecidibilità storica può spiegare la conclusione «aperta» del romanzo di Savinkov, dove le opposte alternative si bilanciano anche nel destino tragico di tutti i personaggi, che doveva essere più tardi il destino dello stesso autore in una prigione della Russia sovietica.
 
(articolo pubblicato nella rivista on-line “L’Amour fou”, maggio 2004)
 
 
Nelle foto, dall’alto in basso:
Boris Savinkov  - Gorki e Cechov - La famiglia dell’ultimo zar
 
    
 
 
torna a I libri altri torna all’homepage
Copyright © Angelo Mainardi - 2009 - All Rights Reserved
I libri degli altri