BORIS  VIAN
o COME SI DISTRUGGE UNO SCRITTORE
 
                
 
La macchina del Potere Letterario decretò presto l'esilio per Boris Vian. Dopo che il suo primo romanzo Vercoquin et le plancton, scritto a ventiquattro anni e subito amato da Raymond Queneau, era stato accettato per la pubblicazione da Gallimard, gli fu sottratto all'ultimo momento il premio riservato dalla casa editrice a un manoscritto inedito che gli era stato promesso per il suo nuovo romanzo L'Ècume des jours. A vincerlo (otto voti contro tre) fu una mediocre raccolta di poesie dell'abate Jean Grosjean che nessuno da tempo legge più. Il potere letterario era la ''Nouvelle Revue Francaise'', la prestigiosa rivista fondata all'inizio del secolo da André Gide; i giudici del Prix de la Pléiade, emanazione della NRF, si chiamavano Sartre, Jean Paulhan, Malraux, Eluard, Camus, Blanchot, Queneau.
Fu Paulhan a guidare la cordata in favore di Grosjean, di cui era amico. Sartre in quell'occasione non tradì la promessa fatta a Vian. Ma chi resterà sempre a fianco del giovane scrittore sarà soltanto Raymond Queneau. Perché Paulhan, l'uomo che aveva tenuto le fila della Resistenza sotto l'occupazione nazista da una piccola stanza della NRF caduta ormai nelle mani del collaborazionista Drieu La Rochelle, si pronunciò cosi accanitamente contro Vian?
È il 1946 (Boris ha ventisei anni), il clima politico e culturale della Liberazione sta già cambiando, Vian è apolitico, peggio ancora si dichiara anarchico. La sua idea di letteratura è al polo opposto di quella letteratura ideologica che già veniva affermandosi. Nella breve prefazione al romanzo lo scrittore diceva: «... le poche pagine che seguono traggono tutta la loro forza dal fatto che la storia è interamente vera, poiché io l'ho immaginata da un capo all'altro». Nei comitati di redazione, sotto la spinta dei tempi a prevalere era piuttosto la convinzione che si dovesse assolutamente trovare un senso alla Storia e che questo senso fosse dettato dall'ideologia politica. Si può ritenere che Paulhan, vera eminenza grigia di Gallimard e grande fabbricante di destini letterari, si sia fatto interprete dell'orientamento che si annunciava come vincente.
Queneau dirà poi che La schiuma dei giorni  «è il più straziante dei romanzi d'amore contemporanei». Non so se si debba parlarne come di un romanzo d'amore; certamente è il libro più tragico concepito in quegli anni. Dietro la metafora di una favola, con personaggi che si muovono e parlano alla maniera di buffi manichini o di arlecchini mistici, Vian ha disegnato la parabola di una perdita assoluta. Ma l'uso che egli fa della scrittura è ludico; e da questa mistura di elementi opposti nasce, come da un'alchimia magica, il fascino struggente del libro. Anzi si deve dire che il pessimismo della storia narrata vi appare tanto più irrimediabile quanto più la partita che si intreccia sulla pagina con la distruzione e la morte ha l'aspetto di un gioco.
 
«Solo due cose contano: l'amore, in tutte le sue forme, con ragazze carine, e la musica di New Orleans o di Duke Ellington». Vian riassume in questo modo il suo credo, notando come le masse sembra stiano sempre dalla parte del torto e gli individui abbiano sempre ragione. Che cosa di meno consono alla nuova epoca dell'engagement e dell'ortodossia? In trasparenza dietro il giovane scrittore affiorano piuttosto le ombre di Alfred Jarry con la sua patafisica e di Franz Kafka con i suoi incubi.
La schiuma dei giorni mette in scena una Parigi che sta tra il mondo meraviglioso di Lewis Carrol e l'ossessiva metropoli di Fritz Lang. L'eroe del romanzo Colin, giovane, bello e ricco, incontra finalmente in Chloé la felicità (Chloé è la canzone arrangiata da Duke Ellington al cui ritmo si muovono gli spazi della casa di Colin). È l'amour fou, l'amore assoluto che salva; non il sesso, ma l'amore vero che purifica tutto. Ma il sogno presto si frantuma. Una ninfea che si insedia nel polmone destro della ragazza la ucciderà, e per Colin, che ha dissipato tutta la sua ricchezza nel tentativo disperato di curarla con i fiori, sarà la rovina. Il funerale dei poveri è un rito spietato, con il cadavere chiuso in una vecchia cassa nera segnata da un numero d'ordine, che viene precipitata in strada dalla finestra, perché i morti si fanno scendere a braccia solo a partire da una certa cifra.
È il romanzo della sconfitta dell'amore di fronte ai colpi del destino, il romanzo della vulnerabilità degli spiriti puri dinanzi all'egoismo universale. A questa linea narrativa se ne intreccia un'altra, satirica. L'amico di Colin, Chick, è un accanito seguace di Jean-Sol Partre di cui colleziona maniacalmente opere e reliquie suscitando nella fidanzata Alise una crescente avversione per il filosofo, finché la giovane andrà a uccidere Partre nel caffè che frequenta d'abitudine. Gli pianterà uno strappacuore nel petto dopo averlo inutilmente supplicato di non pubblicare il diciannovesimo volume dell'”Enciclopedia della Nausea”. Nel romanzo le opere di Sartre cambiano titolo: La Nausée diventa Le Vomi, L'Etre et le Néant sarà La Lettre et le Néon. Simone de Beauvoir vi compare come duchessa de Bovouard.
Sartre, che allora Jean Paulhan qualificava di «capo spirituale» della gioventù, prese con humour - sembra - la satira di Vian. E Simone de Beauvoir pubblicò su ''Les Temps Modernes'' estratti del romanzo, evitando tuttavia ogni riferimento a Jean-Sol Partre. A lei piaceva in particolare il dialogo di Colin con il Cristo in croce durante il funerale di Chloé.
« - Perché l'avete fatta morire?, domandò Colin.
- Oh!, disse Gesù. Non insistete.
Cercò una posizione più comoda sopra i suoi chiodi
- Era così dolce, disse Colin. Non ha mai fatto niente di male, né in pensieri né in opere.
- Questo non ha alcun rapporto con la religione, biascicò Gesù sbadigliando».
 
Boris Vian era l'invenzione continua, era la passione per il jazz, era St. Germain-de-Près nella sua età gloriosa; e Raymond Queneau amò in lui tutto questo. Spirito avventuroso e supremamente ironico, Queneau avvertiva, alla pari di Vian, come la serietà della letteratura dell’”impegno” nascondesse un elemento di inautenticità e forse un patto ipocrita con la coscienza, giustificato da una presunzione di verità storica. Con precoce e lucida intuizione com'è proprio di un sentimento profondo delle cose, Vian si propose subito nella figura del ribelle.
Fu lui a creare il mito di St. Germain-de-Près, animando nel breve intervallo tra il 1947 e il 1949 due locali o caves esistenzialiste (come le denomina subito la stampa) che fecero epoca: il «Tabou» e il «Club St. Germain». Tra i suoi compagni di avventura: Juliette Gréco, Anne-Marie Cazalis e naturalmente Raymond Queneau. Ma tutto il Gotha dell'intellettualità e dello spettacolo passa per queste cantine. Jean Cocteau, Jean Marais, Pierre Brasseur, Orson Welles, Maurice Chevalier, Humphrey Bogart e Laureen Bacall, Martine Carol, Anatole Litvak, Paul Eluard, Jacques Prévert... Qualcosa di nuovo avviene sulla Rive Gauche, e non di letterario questa volta. È un fatto di costume e insieme un evento della musica jazz. Boris, che suona la tromba mettendo a rischio continuamente la propria vita a causa della sua cardiopatia, vuole infatti sostenere la diffusione del jazz in Francia. Quando, attratta dalla nuova leggenda, affluirà nella Rive Gauche una clientela da jet-set che predilige la musica da valse-musette, Vian abbandonerà le caves di cui voleva fare i templi del New Orleans. Nel culto per il jazz e per Duke Ellington in particolare, come poi nel cinema e nel teatro, egli cercherà anche un compenso alle sue delusioni letterarie.
 
Dal rifiuto di Gallimard di pubblicare La schiuma dei giorni la vicenda di Boris Vian è la storia della distruzione di uno scrittore. Più grave è che in questa distruzione abbiano avuto gran parte altri scrittori. Anche Vian vi contribuì per suo conto con la scelta di rilanciare la sfida, che il mondo editoriale e intellettuale non tollerò. Giovane autore, non si mise in fila ossequiosamente per rendere omaggio ai riti della società letteraria; anzi cercò di spezzare i fili rossi non troppo invisibili che legavano ormai letteratura e politica. Dalle lettere irriverenti che spedì a Gaston Gallimard, ai versi graffianti scritti contro Paulhan, egli dimostra la volontà di non sottomettersi alle regole del clan. Quando Sartre accetta di affidargli su “Les Temps Modernes” una rubrica intitolata “Chroniques du Menteur”, Boris attacca Aragon, immagina di uccidere il leader comunista Marcel Cachin e, accusato di fascismo, replica: «Tuttavia non è vero, non sono fascista, sono soltanto un poco reazionario, iscritto al PC e alla CGT, leggo “Le Peuple” e lo faccio leggere agli amici». Più tardi rifarà il verso agli articoli di Sartre dall'America (e il suo scritto sarà semplicemente escluso dalla rivista), prenderà in giro Breton, proporrà di affidare in un film futuro la parte di ragazza perduta a François Mauriac e il ruolo di donna dei gabinetti a Paul Claudel.
Ma è tutta la sua figura di suonatore di jazz, di protagonista della vita notturna, di provocatore di scandali, di funambolo della scrittura, a non quadrare con lo stile dello scrittore serio che prevale in Francia. Soltanto Queneau e poi Jean Cocteau non avranno pregiudizi verso questa figura. Lui è uno di quei personaggi che si aggirano come spettri troppo vitali ma incontrollabili nel reticolo di strade della Rive Gauche, perfino oggi che quel mondo è solo un ricordo sotto il rullo compressore dei turisti, dei compratori di case americani, dei maleodoranti McDonald's. Appartiene alla schiera dei Jarry, degli Apollinaire, degli Antonin Artaud... È per merito loro se il mito di Parigi sopravvive.
 
La sfida che gli valse l'eterno ostracismo dei letterati venne con il romanzo J'irai cracher sur vos tombes, per il quale la scrittrice comunista Elsa Triolet ricorderà in altra occasione di nutrire verso Vian «una solida antipatia a causa dell'ignominia dei suoi sputi». La storia di questo libro è nota. Nel 1946, respinto da Gallimard, Vian accettò di scrivere per l'editore d'assalto D'Alluin, titolare della casa Le Scorpion, un falso romanzo americano sotto lo pseudonimo di Vernon Sullivan, presunto scrittore nero censurato per razzismo in America. Vi si narra di un negro dalla pelle bianca che vuole vendicare l'assassinio del fratello e che per vendetta seduce due inavvicinabili sorelle bianche dell'alta società. È un libro di sesso facile, di violenza illimitata, di alcol, di auto lanciate a velocità sfrenata, che aggiorna agli anni cinquanta il mondo dei “belli e dannati” di Fitzgerald. A lungo Vian mantenne il segreto sull'identità dell'autore, ma presto esso divenne un segreto sospetto se non trasparente. All'establishment letterario non piacquero né questo raggiro di stampo patafisico, alla Dottor Faustroll («È patafisico - spiegherà Vian - il rifiuto di ciò che è serio e di ciò che non lo è, perché per noi sono esattamente la stessa cosa»), né il tema e lo stile del libro. Censurato per oscenità, sottoposto a processo per iniziativa del fanatico direttore di un'associazione puritana Daniel Parker nel momento in cui anche Henry Miller veniva denunciato per il suo Tropico del Capricorno, condannato a una multa di centomila franchi, Sputerò sulle vostre tombe ebbe la disapprovazione generale. I giornali e le riviste parlarono di «elucubrazione malata di un meticcio», di un «pretesto per ammannire pagine tra le più bassamente pornografiche», di narrazione «infarcita di scene di alcolismo e di sadismo» e chiesero che si procedesse penalmente contro l'autore.
Ma gli umori, nascosti o no, di gran parte dei letterati francesi sono quelli che la compagna di Aragon, Elsa Triolet, manifesterà poi apertamente. Contro il romanzo si schierano François Mauriac e Jules Romains; e da Gallimard, che rinvia ancora la pubblicazione del primo libro Vercoquin et le plancton, si prende pretesto dalle polemiche sul falso scrittore americano per bocciare definitivamente il nuovo romanzo proposto da Boris, L'Automne à Pekin. Ancora Jean Paulhan trova troppe somiglianze tra questo testo e il libro maledetto. Qualche giornale, all'uscita di Vercoquin, scoprirà in Sullivan e Vian la medesima perversione notando come i personaggi frenetici di entrambi «parlano senza tregua dei loro slip».
La stessa sorte toccherà agli altri manoscritti di Vian, all'Arrache-coeur, che racconta l'amore asfissiante di una madre per i suoi figli e all'Herbe rouge, dove il protagonista per sopravvivere inventa una macchina per dimenticare e dove profeticamente si disegna già il disorientamento maschile dinanzi all'esclusione che le donne fanno dell'altro sesso. Gallimard li rifiuterà entrambi e Vian sarà spinto giorno dopo giorno sempre di più verso contratti con editori marginali, verso l'azzardo fallimentare della riduzione per il teatro di Sputerò sulle vostre tombe, verso avventure cinematografiche perdenti. La distruzione dello scrittore si sta compiendo, complice l'inquietudine esistenziale che un destino di vita breve, da sempre noto a causa del suo male, suggerisce a Boris.
 
Alla fine Sartre tradirà Vian. Non sarà Alise a strappare il cuore a Jean-Sol Partre per la valanga dei suoi scritti sulla nausea, ma il filosofo a farlo al giovane scrittore portandogli via la moglie, la bionda Michelle. In tempi non sospetti, Simone de Beauvoir l'aveva descritta «bella ma insipida, infine un po' noiosa». Sartre aveva cominciato presto a corteggiarla, e questa donna incolore sentì l'attrazione del  maître-à-penser famoso dal volto deforme, contro l'amore dello scrittore geniale ma incompreso, dalla personalità sensibile e dalla figura affascinante. Molta misogenia che questi aveva profuso nei suoi romanzi sembrava confortata dall'esperienza. L'abbandono fu un colpo terribile per Boris. Si salverà grazie all'incontro con la bella e costante Ursula Kubler, danzatrice nel balletto di Maurice Béjart e poi nella compagnia di Roland Petit, ma la ferita infertagli da Michelle resterà. Boris detesterà Sartre. Il gesto omicida di Alise era stato profetico.
Quando si volgerà alla canzone, ultimo capitolo del suo percorso umano, Vian vi riverserà tutta la malinconia e l'amarezza della propria esperienza, come pure la rivolta anarchica che è la punta estrema del suo impegno politico. Canzoni di abbandono come Ne te reourne pas, su una donna straziata che ritrova in un caffè l'amante al braccio di un'altra; canzoni libertarie come Le Déserteur, dove un coscritto scrive al presidente della repubblica per rifiutarsi di andare in guerra perché «je ne suis pas sur terre pour tuer des pauvres gens». La canterà lui stesso in provincia improvvisandosi chansonnier e incontrando l'ostilità minacciosa di ex combattenti che si ritengono offesi.
 
Poi arrivano finalmente, tra il 1955 e il 1956, i contratti per la pubblicazione presso le Èditions de Minuit di due romanzi, Autunno a Pechino e L'erba rossa, pubblicazione voluta da Alain Robbe-Grillet,  consulente della casa editrice che pubblica Beckett. L'ostracismo accanito di Gallimard è messo in mora; Vian farà parte dell'équipe del Nouveau Roman che presto entrerà in scena.
Ma la sua salute peggiora. Morirà di un attacco cardiaco a 39 anni, la mattina del 23 giugno 1959 mentre nella sala del Petit Marbeuf si prepara ad assistere alla versione cinematografica di  Sputerò sulle vostre tombe realizzata senza accordo con l'autore dal regista Michel Gast al termine di una lunga vicenda per la cessione dei diritti. Voleva vedere a che cosa era stato ridotto sullo schermo il suo libro. Quasi come il ritorno di una colpa o come un oscuro decreto del Fato, sarà quel romanzo maledetto a turbare i suoi ultimi istanti di vita.
Troppo presto aveva ceduto alle lusinghe di un facile successo? Aveva giocato troppo con la letteratura? Spesso Vian si era posto queste domande dinanzi a quella inquietante metamorfosi della sua persona che era il suo “doppio” Vernon Sullivan, scrittore noir. Tuttavia non si era sentito di rinnegare il gioco come stile di vita, la disperazione come esperienza del quotidiano, l'assurdo come strumento di conoscenza. Nelle note che appunta di notte negli ultimi tempi per fare i conti con la propria vita, una volta scrisse: «Ho provato a raccontare alla gente delle storie che non aveva mai letto. Sciocchezza pura, doppia sciocchezza; tutti amano soltanto ciò che già conoscono; ma io non prendo piacere a quello che conosco in letteratura. In fondo, le raccontavo a me quelle storie...».
 
 
 
 
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