I miei libri
 
Giacomo Casanova muore nel castello di Dux, in Boemia, nel 1798, lasciando le Memorie di una vita straordinaria che attraversa la storia del Settecento fino alla Rivoluzione francese. Ma come sono giunte a noi quelle Memorie? E sono integrali? Perché scomparvero la tomba e il corpo dell’avventuriero e filosofo veneziano intorno al quale fiorirono tentativi per salvare Luigi XVI e Maria Antonietta? Che rapporti egli ebbe con Robespierre? E come morì il grande libertino circondato sino alla fine da intrighi di palazzo e congiure giacobine all’ombra inquietante della Massoneria?
 
 
Casanova l’ultimo mistero
2010 - Tre Editori - pagine 314
     saggi  da 1785

 Che cosa nascondono i silenzi, i misteri dell’Histoire de ma vie? L’uomo dell’apparire, il seduttore il quale sa che la sua fama lo precede, il narcisista che si sentirà in declino quando le donne non lo guardano più, è lo stesso che conserva l’anonimato sulle sue conquiste femminili più ambiziose, che destina ai posteri il racconto della sua vita e scrive testi clandestini riservati agli archivi del castello boemo. Accanto alle notizie ch’egli non dà – nomi, vicende oscure, trame ambigue – il vero “giallo” sembra questo occultamento, perseguito tenacemente per un disegno consapevole che senza dubbio ha avuto successo. C’è contrasto e come una scissione tra l’individuo dell’esibizione pubblica nei salotti nei teatri nelle corti, e questo suo “doppio” reticente. Sembra ripetersi qui la favola dell’uomo senz’ombra! E l’uno è tanto più in luce quanto più l’altro resta nel buio. I fatti che narra sono veri, ma i riflettori li illuminano in un gioco di prospettive artefatto. Forse anche la sparizione della sua sepoltura ne fa parte... 
Il fatto è che a Casanova la vita, il mestiere di seduttore e avventuriero appaiono pieni di enigmi. Il suo stesso impulso (e anzi la sua compulsione) ad amare le donne, come le motivazioni della psicologia femminile nella complicità con il libertinaggio del seduttore, sorta di parentesi dionisiaca tra due periodi di normalità e conformismo, e l’esperienza in comune che lega uomo e donna a un breve incontro perturbatore e trasgressivo perché votato dall’inizio all’irregolarità e alla perdita, intenso fino all’oltranza perché convinto della necessità di una separazione consensuale senza tragedia e anzi risolta in una reciproca gratitudine che si deposita nella memoria – tutto questo contiene misteri che la scrittura si adopererà a mantenere non a dissolvere. L’enigma non sopporta scioglimento se non a patto di perdere significato: la Sfinge, infranto il suo segreto, si uccide. Lui stesso parla di un “inesplicabile” del desiderio, di una “necessità fatale” nella tentazione, e sente  il carattere misterioso della forza di seduzione. Le ragioni oscure che portano Henriette a fuggire e poi a tornare alla sua casa in Provenza non possono essere violate; l’Histoire de ma vie le conserverà dietro il segreto del nome. E così avverrà per la mente libertina della monaca di Murano. Non si tratta di un’arte della finzione narrativa. Casanova sperimenta realmente le forze profonde che evoca la seduzione: è l’altro da sé che egli scopre, il suo doppio o compagno segreto. Quando racconta la propria vita e il mondo, deve mettere in scena queste forze. Per conservarle userà espedienti narrativi come l’anonimato o il riserbo; non a caso si astiene da formulare ipotesi di spiegazioni sui moventi dei personaggi, i labirinti della psiche delle sue eroine restano chiusi. 

 

da  1791 

Fu l’incrociarsi della riflessione sul Don Giovanni, riproposta poi dalla morte precoce e misteriosa di Mozart, con il precipitare degli eventi in Francia, a decidere Casanova all’impresa di scrivere le sue Memorie. Certamente il proposito non era nuovo, se ne aveva discusso molti anni prima con il marchese d’Argens, autore anche lui di Memorie, il quale lo sconsigliò di intraprendere mai il racconto della propria vita, e se da sempre annotava date e nomi negli appunti dei suoi “capitolari”; e già si era misurato nel racconto autobiografico sui due avvenimenti più clamorosi della sua vita, la fuga dalla prigione dei Piombi e il duello con il nobile polacco Branicki. Ma ora quella resa dei conti che l’opera e la morte di Mozart esigevano attraverso la figura del seduttore punito e il tragico destino del suo autore, veniva a intrecciarsi e fondersi col processo all’epoca storica in cui era vissuto identificandosi nella società che rovinava sotto i colpi della Rivoluzione. L’evocazione di questo “mondo di ieri” che era stato il suo, insieme teatro su cui aveva recitato e copione della propria avventura esistenziale, faceva tutt’uno col prodigio della scrittura di raddoppiare, ricreare il tempo della vita. Era un’operazione apotropaica quella che la memoria trasfusa nella parola scritta gli elargiva, un rito di magia contro la morte personale e il crollo di un’epoca che lo giustificava. L’aneddoto del medico Reilly che gli suggerisce di scrivere le sue Memorie per vincere la noia di Dux è una piccola leggenda, sebbene avallata dallo stesso Casanova, il quale afferma di averle redatte  quale rimedio  al pericolo di «diventare folle o di morire di tristezza a causa dei dispiaceri» che gli procurava la servitù del conte di Waldstein. Ma il conflitto con la gente del castello esplose più tardi e, se poteva motivare l’esercizio polemico delle Lettere a un maggiordomo che Casanova ne trasse, appare troppo inadeguato alla grande opera e all’impegno psicologico che richiese l’Histoire de ma vie alla quale pose mano almeno dal 1790.  Del resto il secolo coltivava una vivace tradizione di memorialistica. Dame intellettuali, esponenti politici, letterati lasciavano in gran numero il racconto delle proprie esperienze, come le loro raccolte epistolari. E non erano soltanto generi letterari in voga, ma testimonianze che rispondevano a una necessità dettata dalla visione terrena dell’esperienza umana, dalla ricerca di un significato immanente in essa, da un interesse nuovo per lo spettacolo del mondo. L’avventuriero Casanova vi era predisposto per l’acuta osservazione delle molte realtà che aveva attraversato; ma cercò nella narrazione un suo “doppio”, una ri-creazione della propria persona nel personaggio drammaticamente rappresentato come in un testo teatrale, una dramatis persona ch’egli stesso vedesse recitare al suo posto sulla scena; e per conseguire questo risultato che fa dell’Histoire de ma vie  un’eccezione nella memorialistica del Settecento, agì sotto due impulsi straordinari, che furono quel suo inquietante sosia nel quale si specchiò dalla platea di Praga e lo sconvolgimento epocale in cui apparvero dissolversi cose e idee della storia. 




  Quando si è sentito perseguitato e senza protezione nell’assenza del conte di Waldstein e nell’avversione delle autorità austriache, Casanova ha pensato soprattutto a Venezia. E gli amici, ai quali ne ha parlato, preoccupati delle minacce a cui è esposto e del suo stato di salute, lo hanno esortato a lasciare Dux per trasferirsi nella sua città natale.
Venezia è l’altro polo della sua nostalgia dopo Parigi. Il brusio delle voci nelle calli e nei campielli, la musica della lingua, la vivacità delle donne, la luce straordinaria, il riflesso delle architetture nell’acqua, le maschere e il gioco, e poi gli intrighi erotici, le trame politiche, le storie delle casate nobiliari, l’oscura austerità del potere – tutto quel mondo irripetibile che gli era mancato durante i diciotto anni di esilio era tornato a riempire e inquietare la sua fantasia nel severo paesaggio boemo. Era come lo strato profondo, l’impasto primigenio su cui si era costruita la sua personalità di avventuriero – e il luogo anche dal quale inconsciamente si misuravano le distanze dei suoi vagabondaggi. Una curiosità inesausta, avida, si percepisce nelle corrispondenze che intrattiene con gli amici veneziani – amici di gioventù che gli sono rimasti legati durante l’intero arco della vita e che ora ritrova in un dialogo confidenziale, intimo, dove ricompare la scena della città con i suoi nomi noti, i personaggi ai quali si è intrecciata la sua esistenza, le vicende accumulate in un deposito di figure vive. Era la città della dissipazione, come la descrivono i viaggiatori, a cominciare dal presidente De Brosses nelle sue Lettere dall’Italia, dai conventi di monache licenziose – si raccontava -, gli amori illegittimi dietro le maschere che nascondono l’identità, il gioco delle carte che, vizio del secolo, è una vera mania a Venezia. Chiuso dalle autorità (proprio nell’anno del ritorno di Giacomo) il Ridotto, sala dove soltanto i nobili potevano tenere banco, nel tentativo di impedire la dilapidazione rovinosa delle ricchezze, il gioco si è trasferito nelle petites maisons o “casini”, rifugi di ritrovi galanti, che costellano i sestieri. Casanova aveva proposto senza successo di riaprire sotto la sua gestione il Ridotto due volte la settimana col pretesto di tenere lontana la nobiltà dalle idee rivoluzionarie che si stavano diffondendo. Città della decadenza lussuosa e lussuriosa, come la vede Casanova attribuendone la responsabilità all’immobilismo conservatore. Ma anche città della cultura – teatro, grande arte, musica – e dei salotti letterari a cui presiedono donne altolocate sul modello dei salons parigini, luoghi dell’arte settecentesca della conversazione e delle idee nuove che vengono dalla Francia dei Lumi. Tra le figure più note, le poetesse Caterina Tron e Cornelia Barbaro Gritti, la bellissima Marina Querini Benzon, Giustina Michiel Renier, Isabella Teotochi Albrizzi che iniziò Ugo Foscolo all’amore. Città dell’infanzia e della prima giovinezza, con la quale Giacomo ha un rapporto contrastato, di attrazione e rifiuto, come verso la sua nobiltà grandiosa e insolente. E intanto residenza precaria, provvisoria, città da lasciare per un esilio che è anche libertà, segnata per sempre dalla vicenda della fuga dalla prigione con cui simbolicamente si identifica. Se c’è una tristezza della partenza, il viaggio, dimensione dell’avventura e del possesso di sé, la sopravanza.


immagini dal Casanova di Fellini
“Il vero mistero del mondo è il visibile, non l’invisibile”
 
Oscar Wilde
Prefazione
 
I biografi hanno dedicato generalmente scarsa attenzione e poche pagine alle vicende di Giacomo Casanova dopo il ritorno a Venezia dal lungo esilio seguito alla fuga dai Piombi e dopo la fine dell’Histoire de ma vie. La narrazione autobiografica è apparsa coincidere interamente con la figura dell’avventuriero e del seduttore: interrotte al 1774 le Memorie che ci sono pervenute, si è decretato che l’esperienza vissuta oltre quella data fosse senza interesse. Peggio ancora, è prevalso il facile stereotipo del “libertino al tramonto”: sotto motivazioni non analitiche e documentarie, ma emotive e letterarie, l’immagine del “vecchio” Casanova è stata falsificata con le etichette svianti della malinconia, della depressione, del declino fisico. I documenti raccontano tutt’altra storia. Giacomo ha 49 anni quando ritorna a Venezia e i testimoni contemporanei affermano che ne dimostra dieci di meno; conserverà per oltre vent’anni una salute e un vigore straordinari. I ventiquattro anni che gli restano da vivere (un terzo della durata della sua esistenza) sono ricchi di avvenimenti nella sua storia personale e nella storia del mondo. Non è un caso che egli avesse progettato di proseguire il racconto della sua vita fino al 1797, né che il principe di Ligne, personaggio di grande rilievo nella politica e nella cultura del Settecento e primo lettore dell’Histoire de ma vie, insistesse nell’esortare l’amico memorialista, di cui conosceva le vicende, a dedicare un altro volume agli eventi successivi al ritorno a Venezia.
I pochi e pregevoli studi sull’ultimo periodo di Giacomo Casanova hanno d’altra parte carattere cronachistico: si limitano a riferire fatti e documenti senza tentare una interpretazione della personalità e dell’esperienza del grande avventuriero, come invece è uso fare da tempo per il periodo raccontato nelle sue Memorie. Vi sono molteplici ragioni per indagare in questa direzione. L’esperienza umana e culturale di Casanova è continuata intensamente, mutata di segno, a Venezia, a Vienna, a Dux; la sua connessione e il suo intreccio con gli avvenimenti che sconvolsero il mondo - la Rivoluzione francese, la crisi dell’Illuminismo, l’ascesa e caduta della massoneria, la fine dell’assolutismo illuminato – è intimo e strettissimo, come rilevante e complesso è il ruolo ch’egli svolse in questi eventi; la riflessione e le acquisizioni di coscienza sul significato della propria vita e del suo tempo storico maturano in questa fase seguita alle avventure di viaggiatore e seduttore. È  in questi anni che egli decide dopo esitazioni e con motivazioni profonde la stesura dell’Histoire de ma vie, grande libro di testimonianza e di auto-consapevolezza, intessuto strutturalmente della filosofia e dell’etica nuove del secolo dei Lumi, su cui rifletteva nei suoi scritti segreti rivelando una verità che in pubblico le condizioni politiche del tempo lo inducevano a mascherare. In questi anni scopre il prodigio salvifico della memoria e la fissa in una scrittura narrativa che restituisce il ritmo stesso del “teatro del mondo”. E dalle lettere che riceve (le sue sono andate quasi tutte perdute) si disegna  visto dagli altri – amici letterati, dame nobili e donne del popolo – un ritratto dell’uomo che travalica nei sentimenti e nelle azioni l’immagine del libertino spregiudicato che l’autore stesso riteneva di aver tracciato con “cinismo” nelle sue Memorie.  Non ultimo stimolo e motivo della ricerca è il numero di misteri presenti nel testo dell’Histoire de ma vie come nella vita del suo autore, fino all’ultimo: l’assenza della sua tomba. Tutti richiedono una spiegazione non casuale, che si inscriva invece nella storia del personaggio e della sua epoca – se anche in molte occasioni non è possibile andare oltre congetture attendibili e motivate.
Questo libro, che segue e integra il saggio biografico Il demone di Casanova, vuole tentare appunto la via di una ricostruzione oltre la cronaca di anni che vedono una nuova fase nell’evoluzione di Casanova, e hanno non a caso il punto di svolta (sia pure preparato da eventi precedenti) in quel 1785 a cui è intitolato il secondo capitolo, il momento della scelta del castello di Dux. Le date degli altri  capitoli (dopo il primo che si richiama alla morte di Casanova nel 1798) seguono il criterio narrativo e interpretativo di concentrare in momenti cruciali lo svolgimento dell’itinerario casanoviano: 1787 l’incontro con l’esperienza del Don Giovanni mozartiano; 1791 la genesi dell’Histoire de ma vie; 1797 la riflessione filosofica sul soprannaturale e sulla morte. Attorno a questi punti-chiave si articola un insieme di fatti e di circostanze che formano il tessuto dell’esperienza casanoviana.
 
Indice:     Prefazione                            
                  1798                                                    
                  1785                          
                  1787                                    
                  1791
                  1797                      
 
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Il castello di Dux dove Casanova trascorse gli ultimi anni