I miei libri
 
Nel cassetto di un vecchio mobile presso la bottega di un’antiquaria viene rinvenuto un fascicolo di fogli slegati e ingialliti. Il manoscritto, anonimo, racconta gli episodi in cui il protagonista si è imbattuto nei topi, in singolare coincidenza con gli eventi più importanti della sua vita. Si disegna così la storia drammatica di un uomo immerso nelle fosche luci del Potere della nostra epoca, dove l'apparizione angosciante del roditore rivela significati metaforici. È un nemico oscuro ed estraneo oppure una forza ambigua, di attrazione e repulsione, che insidia l'uomo dal suo interno? Chi ha trovato il manoscritto si chiederà se sia una confessione, i! resoconto di un'analisi o un'invenzione letteraria, e in questa interrogazione coinvolgerà la propria esistenza come una seconda indagine enigmatica che, alla sua improvvisa e imprevista partenza per una destinazione ignota, lascerà in eredità a un amico. Il degrado, le perversioni più intime (e basse) dei personaggi, la colpa del tradimento di se stesso si insinuano lungo tutta la narrazione, mantenendo ambiguo il confine tra realtà e finzione, fino alla domanda finale: chi vincerà la contesa, l'uomo o la bestia?
 
La superiorità del topo
 
 
2011 Mauro Pagliai editore - pagine 206
 
 
  da La rivolta

Di Elda ricordo l'odore di unto dei piatti che le era rimasto addosso. Non riusciva a levarselo dalle mani il grasso dei cibi, sebbene continuasse a risciacquarsi dinanzi al lavello della cucina un po' buia e umida, mentre io la stringevo da dietro. Quella era l'ora migliore, poiché tutti si ritiravano nelle loro stanze per riposare dopo il pranzo.
Dapprima Elda continuò a rimestare dentro l'acqua da cui saliva un lezzo acido. Poi si volse e mi gettò al collo le braccia ancora intrise di grasso. Credeva di dovermi perdonare non la violenza che aveva subìto ma il rifiuto dell'altra volta quando nella stalla l'avevo tirata fuori dallo stanzino del cesso per picchiarla e poi l'avevo respinta. Così si comportò teneramente ora che ero tornato.
Disse anche qualche parola. «Amore. Mi vuoi bene?... Fammi tutto quello che vuoi... Tanto che ti aspettavo... Però tu, malvagio... Tanto desiderio di te... Urlare mi fai... Indegna di te, lo so: una serva... Ma al cuore non si comanda. Poi un giorno nel cesso apri e mi picchi... Non importa, amore, adesso non importa più... Ogni rosa ha la sua spina. Il tempo perduto non importa, niente...».
Sotto il lavello eravamo caduti, oppure lei mi aveva trascinato. La picchio, penso.  C'era buio e umido là sotto e il lezzo di cucina sporca, ché Elda non era pulita: arronzava, arrangiava rimestando nel grasso, guardando in giro, sognando fuori (il cielo), pensando a me (dice). Ma l'unto non riusciva a levarlo, colava giù a rigagnoli sotto il lavello. E ora sentivo l'odore di cucina addosso a lei.
Annusai e mi stava sotto nel buio e disse: «Se viene qualcuno e ci vede ora! -, ghignando di una stupida follia spensierata. - Tuo zio Onorio..., tanto ti odia già poco per le mutande e le calze della contessa! Oppure magari arriva Giorgio che sta lì a fissarmi  tutto il giorno  mentre intanto io penso  a te.  Amore, fossi tu a guardarmi. Tu invece... Il cuore che batte ogni volta che ti vedo. E la notte... Oppure arriva zia Tullia 'sta invidiosa. Deve avere una voglia quella, ti dico io, la conosco, una serva fruga nella stanza della padrona, io dico che vorrebbe che tu...».
Intanto annusavo le sue braccia e ficcavo il naso nel collo, poi nelle ascelle, nel petto.
«Ti sporcherai le brache da signore -, disse col tono di una vittoria femminile nella voce. - T'imbratti di questa sozzura e poi di me, le patte delle brache. Dimmi che mi vuoi bene anche se non è vero. Lo sporco della serva sulle tue patte da signore!».
Fu allora che la picchiai sul muso eccitato perché era la serva a insozzare le brache del padrone, a tirarlo nel suo brago di cucina, e io il padrone felice (pensava) di degradarsi nel buio della cucina, nel buio delle sue gambe di serva, felice di stare coi servi, di avere i loro favori, di rivoltarsi e voltolarsi con loro contro i padroni - questo pensava. 
«T'insozzo il vestito da padrone», disse ancora, divertita, sebbene la picchiassi.
Uno spiraglio della porta era rimasto aperto e fu sospinto adesso e il topo avanzò osceno sudicio furbo guatando con lucidi occhi cattivi. Lo vidi distintamente nel filo di luce contro il muso di Elda eccitata perché la picchiavo.
«Se ti piace - disse Elda, - pìcchiami».



da La morte

Una volta Giuliano mi aveva detto: «Il mondo imita, copia i disegni di Grosz».
Attraversavamo la città. Cabaret si preparavano alla festa serale, globi di luce esplodevano sui marciapiedi ingrigiti. Ammirammo la superbia di gente arricchita, gli acquari dei caffè simili a uno zoo irreale; una folla usciva dai grandi magazzini; qualcuno ci offrì una qualsiasi merce, forse una ragazzina. Abbandonammo  l'animazione delle piazze, i palazzi grandiosi, e ci inoltrammo tra alveari anonimi - fabbriche, muri neri, fumaioli, il gasometro. I dormitori si fecero squallidi, finché cedettero a cortili con bidoni di spazzatura schierati in serie, a interni dalla luce gialla, a scantinati con scene di vita familiare in cui guardammo senza pietà. Ora i volti erano  più torvi e scuri.
C'era in giro un'irrequietezza torbida, come per un eccesso di brama senza oggetto o per brama di bassi oggetti. Un'atmosfera di effimero gravava sugli uomini, come accade durante un contagio. Al riguardo Giuliano parlò di un palcoscenico di cui si avvertisse la provvisorietà dello spettacolo.
L'indecenza di signore nel vantare sotto la maschera dei trucchi un bene per il quale esse stesse stupivano di ricevere tanto valore era illimitata. Signori dalle nuche sporgenti disputavano per quelle signore. A ogni istante avvenivano migliaia delle scene che Grosz rappresenta in locali notturni, appartamenti borghesi, alberghi a ore, direzioni di imprese e di giornali; scene di fronte alle quali (diceva Giuliano) non si sa se provare più pena per la mediocrità della figura femminile o per l'avidità di quella maschile, oppure magari per la violenza della lotta ingaggiata al fine di ottenere simili ricompense.
Questo era ridicolo e insieme terribile. Giuliano non sapeva liberarsi dall'angoscia, perché in fondo (diceva) si prova invidia di quei loro beni. Credo avesse ribrezzo di contenere dentro di sé tutte quelle figure di Grosz; soprattutto lo turbava l'impulso verso cose tanto spregevoli. Si sa che esiste un amore per nani, storpi, monchi, mostri, ma si ha torto a credere - asseriva - che si tratti del gusto perverso di pochi: al contrario...
La città era ricca di alterigia come un'aquila che dovesse volare sul mondo, ricordo quella sensazione di conquista e di artigli. C'erano fuochi scoppiettanti di lusso e gioia di vivere. Artisti di cabaret beffeggiavano benevolmente la classe dirigente; travestiti imitavano le donne suscitando inquietudini negli uomini. Oltre quel cerchio di luce seguiva subito il salto nel buio.
Io abitavo in periferia in un quartiere di ebrei odiato da molti, dimesso e tetro. Parecchie botteghe erano sudici commerci dentro locali dagli odori muffiti. Nella casa dove vivevo in subaffitto ce n'era una così. Esalazioni di salamoie salivano fino alla mia camera. Dalla finestra vedevo qualche negozio ben messo, di stoffe o di gioielli, poi complessi popolari a metà abbandonati. Oltre al negozio maleodorante di generi di prima necessità, la casa conteneva una pisciosa birreria; più sotto c'era la cantina. Avevo cercato un alloggio tra topaie e scale scalcinate, intestini ciechi di cortili, piccoli alberghi che inalberavano diciture stinte. Finché venne fuori Eva col grembiule nero del negozio di prima necessità macchiato d'unto, a offrirmi quella stanza nell'alloggio che divideva con suo marito Oskar.
Poiché Giuliano non salì con me, non poté sentire il lezzo di carne sotto sale né quello di latrinosa birreria o la muffa della cantina. Gli dissi: «È gente che si arrangia, fa più di un commercio». Li conoscevo poco.
«Del resto - mi disse Giuliano - anche tu sei ebreo, mezzo ebreo, un mezzosangue. Come vuoi sfuggire? Quelli ti perseguiteranno comunque, hanno bisogno di sentirsi più in alto. Non vorrai andare a vivere nei loro quartieri, tradire i tuoi. Questi ghetti...».  Lui ne sentiva pena ma non li avrebbe scambiati per gli altri. 
Osservando la lotta tra gli uomini, Giuliano si convinse che lo spettacolo era proprio quello di Grosz: uomini porcini con zanne voraci, femmine che ostentano le loro oscenità, doppipetti di affaristi e direttori di giornali che nascondono i loro cinismi sotto un velo veramente troppo sottile. Nessuno si sarebbe arrestato dinanzi a nulla nella sua avidità; non si aveva ritegno di mostrarsi dietro labili ipocrisie, e anzi l'ostentazione delle brame più sconce era fatta con vanto.
I topi (Giuliano li designava così) alla fine avrebbero vinto, da sempre erano più aggressivi e contagiosi di tutti. A vederli tanto deformi e famelici, quale dubbio poteva sussistere che fossero nemici? Ma eccoli a convivere nelle case di tutti fino ad appestarle. 
Secondo il mio amico, la macchina sociale era costruita in modo da consentire che la specie più losca salisse ai piani superiori. Egli respingeva l'utopia, i manifesti politici; la lotta della ragione gli appariva disperata. Era  convinto che,  per una logica aberrante, il mondo fosse in mano ai peggiori e che d'altra parte la ragione stessa ne fosse inquinata. Le forme di contagio si rivelavano molteplici e subdole: compromissioni, cedimenti, coercizioni, somiglianze, equivoci. Se credeva che la mente dell'uomo contiene un impulso sublime e che una sorta di ordine geometrico è impresso nel nostro cervello, tuttavia era certo che il marcio li sconfiggeva perpetuamente. 
Peggio di tutto era a suo avviso il diffondersi dell'infezione. Spiegava: dapprima si manifesta una necessità di convivenza, poi una somiglianza ambigua, infine un impulso imitativo. Gli uomini credono di essere soltanto costretti a coabitare nell'edificio in cui vivono esseri ignobili, ma invece si mescolano a loro, e transfughi di ogni tipo e bandiera tentano di entrare a qualsiasi prezzo nei palazzi dorati che quelli conquistano. Egli sospettava che i diseredati volessero somigliare ai loro nemici. Vedeva patetici comizi, illusorie rivolte, marce di manifestanti sfilare quale parte dello spettacolo accanto alle luci dei caffè e alle grandi automobili da dove si sporgevano nuche grasse, seni avvizziti e altre avide deformità.
Disse anche: «Il confine tra mostri e uomini è così labile, tutto può rovesciarsi nel suo contrario. Guardo benevolmente qualcuno, il suo volto mi piace, ma in un momento si trasforma in un topo».
 Notai che era ròso dal timore di essere come gli altri. Vedersi tronfio come Richard, ad esempio, gli ispirava un isterico terrore e anche la sola congettura di corteggiare casomai donne come le sue sorelle Esther e Angela lo riempiva di sgomento. Mi confessò: «Non rintraccio una minima dose, nemmeno un'oncia di queste vili propensioni dentro di me. Ma è strano che il sospetto di un'invidia mi tormenti». Naturalmente rideva della possibilità di identificarsi sia pure per un attimo nell'immagine di un Richard. Tuttavia indugiò sempre con morboso puntiglio nella contemplazione di figure ripugnanti che un Grosz avrebbe ritratto, era singolarmente attirato dalla loro osservazione.
Proprio quel giorno della nostra traversata della città fino al ghetto dove abitavo, Giuliano disse: «C'è soltanto una via di scampo, il suicidio del  poeta».  Ironicamente si riferiva a un quadro dello stesso titolo esposto in quei giorni dal pittore Felixmuller, nel quale è rappresentato un giovane scrittore che si lancia dalla finestra sopra una città dall'aspetto infernale. Stando in strada sotto la casa di Eva, quando citò questo esempio non pensai che progettasse un atto insano.


da Il potere

Quella sera Oskar mi picchiò. Eva se ne andò nell'altra stanza: era su tutte le furie. Oskar aveva bevuto. Salì due volte su a pisciare prima di picchiarmi. Eva pure aveva bevuto, però lei restava fredda, lucida, non era per questo se appariva infuriata.
Oskar urlò: «Sporco bolscevico, cane di un ebreo. I figuri del tuo stampo li conosco. Pervertito. La colpa è tua se le cose sono andate così. Di voi intellettuali di merda. Ebrei».
A quel punto mi picchiò.
«Sei andato in giro a darle fastidio mentre io ero fuori. Invertito».
Notai la contraddizione delle sue accuse mentre mi percuoteva. Dunque Eva gli aveva spifferato chissà cosa. Capace di tutto. Mai fidarsi di una.
Ma Oskar tornò al discorso politico. «Che libri e lettere hai sul tuo tavolo? E dalla strada ti vedono con la faccia di scimmia seduta in casa mia, mentre stai sul letto con Eva. Così è andato a denunciare tutto, l'uomo della gioielleria, 'st'altro ebreo: che abbiamo in casa quella scimmia pelosa e che tu con Eva quando io non ci sono insomma...».
Io ero caduto. Di là Eva, infuriata, aveva messo (faceva sempre così quando era infuriata) un disco graffiante. Per un momento Oskar credette di dover salire ancora a pisciare, si toccò inquietamente ma invece bevve altra birra.
«E che le hai detto di me, eh? -. Questo con una rabbia impotente che subito tradussi in un segnale di insicurezza. La voce vibrò su una nota acuta, dolorosa: - Vipera socialista!».
Eva si stava grattando la rabbia su quel disco. Sangue mi colava dal naso, sputai sangue, il petto mi doleva. In un capogiro, poiché si abbatteva ancora contro di me per il colpo di grazia, sentii che lui piagnucolava:
 «Traditore. In casa mia. Marx. Attentare alle sue pocce. Sul letto davanti alla finestra, almeno chiuderla che non vi vedano, proprio sotto gli occhi del gioielliere, il negozio me lo scordo ora, è andato a denunciarci 'st'ebreo, toccarle il culo proprio sotto il busto, sotto il pelo, toccare il pelo rosso proprio nel buco della finestra. Il tuo Bakunin, Sacco e Vanzetti. Tutta 'sta gente in casa mia. Quel porco di Blum. A Matteotti ben gli sta! 'Sta gente di schifo.  Sul mio letto di affitto, a tre soldi.  Lenin.  Bella roba! Tutti agenti stranieri. Rosa 'sta pervertita rossa. Scrivi lettere compromettenti, Eva le ha lette, vuoi compromettermi. Invertito. Io mi giro e ti fai Eva. Come un topo sotto la sua sottana,  un sudicio muso di sorcio nel buco di.  Ma io ti ricaccio nel tuo buco di fogna. Tra le gambe di Eva, porco!  Ti chiudo per sempre il buco maledetto della tua bocca.  A dire male di me... Te ne faccio pentire. Sangue ti faccio cacare.  In casa mia con tutti i tuoi complici sopra il mio letto e la testa del gioielliere che vi guarda sul tavolo. Almeno voltarla.  Così la bottega di Eva me la scordo, quel puzzolente negozio di gioie gioielli che mi sto ad annusare da anni adesso ci si ficca dentro uno come te, un pervertito. Un rivolo di piscio di sangue ti faccio scolare. Anarchico. Stavi in agguato a spiarti i peli del. Di Eva Luxemburg. Il culo di Rosa Baker.... Ecco che cosa vuoi: la bottega di Eva. Quello ha visto tutto nel suo monocolo: Eva sul tavolo, i bolscevichi nel letto, la testa col pelo, il tuo sudicio muso tra le lenzuola di,  le cose rosse di Eva.  Almeno voltare la faccia a Marx, fargliela in barba a...». 
Si accovacciò addosso a me col corpo massiccio gonfio di birra, un ginocchio puntato nel mio ventre come per un'altra violenza, e per un poco sembrò che cercasse un infimo sfogo alla sua furia. Lo sguardo era immerso sempre di più in una stupida opacità mentre spingeva il ginocchio da Jack lo sventratore, e si strinse sopra di me in un ambiguo contatto.

.............

 «La mia morte non ha senso. Nell'universo è l'unica cosa senza senso», ride Esslin. Lui vuole andare oltre la morte (degli altri) con una tortura efferata; vuole distruggere la mente degli uomini, dei sudditi. In che modo? Mediante uno strazio ultraumano. Sta mettendo a punto un progetto. Il futuro è suo.
Pallido  sentore  del suo corpo smunto di ballerino sudato, sorriso  perverso: un impotente, con esili vizi efferati della mente. C'è tanfo di viltà per il terrore della morte (personale), però scherza: «Questa vicenda  personale  deve  concludersi  una volta  o l'altra.  Eva  in che modo  mi ucciderà? Dietro una tenda mentre la spio. A cena come dai Borgia. Defenestrato. Con un fucile di precisione dall'ultimo piano di un palazzo mentre passo in  rassegna le  truppe.  Che  orrore!».  Poi in tono snob:  «Meglio in ogni caso che un processo di Norimberga, meglio la morte per assassinio». Proclama rigorismo nell'ideologia del potere  («Soltanto la morte dei sudditi con strazio, con la tortura dell'arbitrio, è lecita»), ma intanto suda vigliaccamente.  Con odio  improvviso insinua: «Ti prendi il culo tondo di Eva, che vuoi di più oltre il cadavere di Oskar, e la tradisci per me». Urla isterico: «Voglio vivere io!».
Io resto in silenzio, ho solo una riserva mentale.
Poi a sua volta Eva si stende al fondo del letto nell'uniforme nera, proprio nel punto dove Esslin usa sedersi. Ha tacchi alti, una rosa rosso sangue sopra la giarretteria. Riflette sul destino di Esslin: se ucciderlo; se dolorosamente o no; se inseguirlo come un topo nelle stanze del potere con strazio di eccesso arbitrario oppure assassinarlo mediante: simulato incidente (Kosirer) complotto (Giulio Cesare) imboscata (Kennedy)  attentato (von Stauffenberg)  processo a porte chiuse (Beria)  a colpi di martello (Troztski)  nel bagno (Marat) in un losco affaire (Pasolini) con sevizie corporali (Santa Inquisizione) al rogo (Jeanne d'Arc) con veleno (Socrate, padre di Amleto, Agamennone) in una camera a gas.  
Nella stanza chiusa c'è l'odore di Eva - l'equivoco profumo delle cosce, più il fiato inaccessibile della sua gola, più la presenza (o ricordo) del tanfo di aringhe, e il sentore di ufficio ufficialità ufficiali, il sudore nervoso (non il vile rivolo di Esslin) depositato su ascelle, nel taglio tra le natiche, certamente tra i seni, per l'acuta tensione di decidere tra: complotto, morte di Esslin, mia seduzione, vedovanza, pactum sceleris con Esslin, disfarsi di Oskar l'ottuso per mano di Esslin giocando di astuzia e poi disfarsi di Esslin, ricatto per me, darsi davvero a me oppure tranello, uccidermi, amarmi ora sul letto subito qui nel suo equivoco odore fatto di fiato, sudore, eau-de-cologne....
«Così, ti sei fatto corrompere a tal punto dal potere che ora mi useresti proprio come una pedina del tuo gioco dandomi in pasto da mangiare (sesso e cuore) per che cosa. Per il gioco di Esslin. Se poi non preferisci Esslin a me...», insinua volgare.
La stanza ha la luce fioca di una lampada elettrica giallastra insozzata di polvere e mosche. Quattro metri per cinque di spazio, la statua a mezzo busto del barbarossa in un armadio mangiato dai topi; libri corrosi sul tavolo; sul letto il corpo torpido e la mente malvagia di Eva che amo.
«Questo gioco del potere, inseguirsi nelle stanze del Comando!  Esslin ha paura». Lei no, gelida, crudele. Si tira su la gonna, apre distrattamente un volume, dice: «Ti prendi me e uccido Oskar. E poi tu uccidi Esslin. Oppure ti piace di più il gioco puro del potere, alla Esslin?».
 
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indice
 
Prologo
 
Della superiorità del topo (manoscritto)
1. L’amore
2. Il diavolo
3. La rivolta
4. La morte
5. Il potere
 
Epilogo
 
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