LE «COLPE» DI GEORGE SAND
SECONDO HENRY JAMES
 
 
A duecento anni dalla nascita di George Sand, escono in Francia due saggi che Henry James dedicò alla scrittrice francese*, il primo nel 1877, un anno dopo la sua morte, e il secondo nel 1897, in occasione della pubblicazione delle lettere che la Sand aveva indirizzato a Alfred de Musset nel corso della loro celebre relazione. I  due studi sono un'analisi impietosa (è il termine esatto) della personalità e dell'opera della scrittrice che i suoi contemporanei definirono più uomo che donna. Ed è questa anche la tesi di James, che, sulla traccia di Théophile Gautier e di Balzac, privilegia il suo lato virile, fino a citare un critico il quale disse che «per un puro caso George Sand nacque donna». Una tesi che poteva apparire giustificata nella prima metà dell’Ottocento, ma che aveva già fatto il suo tempo all’epoca in cui scriveva Henry James. Tanto più che i caratteri virili attribuiti alla Sand erano abbastanza esili: vestiva da uomo, fumava il sigaro, amava il gioco e il teatro, le piacevano le battute salaci. Ma naturalmente c’era lo scandalo della sua vita erotica, che appariva nella società del tempo una “cosa da uomini”. Forse bisognerebbe dire semplicemente che George Sand non volle essere uomo ma una donna libera, in anticipo sui tempi.
Henry James dà una particolare inflessione a questa virilità della scrittrice francese. Si tratta di due caratteri, ritenuti maschili, nei quali egli stesso si rispecchia (e si giustifica): la brama di vita, e il rifiuto del ruolo coniugale corrispondenti, l’una, alla onnivora curiosità di James, l’altro, al suo desiderio ostinato di rimanere scapolo. Vi era, egli scrive, fuori della residenza di Nohant, «una vasta faccenda chiamata la vita», e di questa vita fatta di viaggi, amicizie, amori, la Sand volle «avere una conoscenza di prima mano». Un’impresa questa fuori del comune che, all’epoca, risultava incompatibile col matrimonio e con i pregiudizi legati ai doveri coniugali della donna, e riservata di solito agli uomini.
In effetti, se tracciano un ritratto critico di George Sand, alla ricerca minuziosa di “colpe” e difetti, i due saggi sono al contempo, e forse di più, un autoritratto di Henry James, una sua involontaria confessione. Già il motivo che lo indusse a interessarsi ripetutamente di una figura letteraria così diversa dalla sua nasconde una rivalità invidiosa, mirante al tempo stesso a marcare un orgoglioso distanziamento e ad autogiustificarsi - la rivalità dello scrittore raffinato, costruttore di strutture romanzesche complesse, di personaggi sapientemente sofisticati e introspettivi, verso la spontaneità della narratrice che James tende a vedere come facilità e poi come leggerezza di scrittura.  Da qui quell’artificiosa distinzione tra la scoperta di saper scrivere e la vocazione letteraria, dove James chiama in aiuto il caso. La Sand «ha dello stile, ma tutto in modo dato, intuitivo», è il giudizio di James, e aggiunge che «scrive storie facili» per «lettori ottimisti», che le sue trame hanno spesso qualcosa di «falso e di stravagante», che ha il vizio dei Francesi di «teorizzare».
L’ammirazione indubbia che James sentiva per la scrittrice francese si stempera così in un’immagine fortemente ambivalente, alla cui origine sta sempre un’idea negativa sulla prolificità letteraria di lei, che è poi il riflesso allo specchio - tra rimpianto e compiacimento - della difficile disciplina della scrittura alla quale egli si riconosceva votato.  Ma c’è molto di più, e di più profondo.
Uno dei nodi del contrasto è il sentimento verso la madre. George Sand nelle sue memorie intitolate Histoire de ma vie parla esplicitamente delle esperienze galanti di madame Dupin, ardente repubblicana, presentata come «enfant du vieux pavé de Paris», una plebea dunque che il futuro marito incontrò durante una campagna napoleonica in Italia mentre lei era l’amante di un altro ufficiale. Il commento di James  è assai duro:
 
È nel ritratto della propria madre che George Sand dà la misura del suo grande talento, con i suoi strani difetti.  … Da un lato una straordinaria facilità nel trattare le cose dello spirito, le sfumature di un temperamento, i misteri psicologici, e una maniera magnificamente chiara e calma di presentarli, con uno splendido istinto per la giustizia; e dall’altro lato, una sorprendente mancanza di delicatezza, di riserbo, di senso del carattere sacro e intoccabile di certe cose. Che una donna possa trattare così liberamente di una parente situata al disopra di lei per età e per discendenza appare innanzitutto una considerevole anomalia; e, per farlo, questa donna ha dovuto sbarazzarsi a un punto non trascurabile dei legami abituali. Non vogliamo dire che George Sand riveli pettegolezzi e scandali su sua madre; ma che, essendo stata Madame Dupin una donna leggera dal temperamento essenzialmente dissoluto, sua figlia, proiettando su di lei la luce del proprio sguardo, la mostra in pieno giorno, coronata di tutte le imperfezioni.
 
Giustamente Diane de Margerie, nella sua acuta prefazione al volume, tutta schierata dalla parte della Sand, mette in rilievo come James nelle sue Memorie non abbia scritto una sola parola sulla propria madre, per rispetto del suo carattere sacro.  Essa scrive in proposito: «Nell’Histoire de ma vie, George spezza molti tabù, tra cui quello che secondo James è il tabù supremo: fare il ritratto della propria madre. Demistificare la madre. Che George Sand abbia tracciato un ritratto sorprendente, pieno di empatia e lucidamente critico, di sua madre (la quale, attraverso mille esitazioni, finì per affidare la piccola Aurore alla nonna), ecco ciò che Henry James non le perdona - lui che non scriverà una sola parola sulla sua nelle proprie Memorie, ritenendo che l’argomento fosse troppo sacro. Il sacro, per George Sand, si confondeva con la scrittura, con la scoperta abbagliante del genio (de Musset, Chopin), con la natura anche, e soprattutto col lavoro. Per Henry James, il sacro era sua madre; il legame familiare; il segreto legato alla propria natura». Il dissenso, centrato su questo punto focale, disegna l’opposizione tra il puritanesimo di James e il rischio della verità di George Sand. La quale annoterà: i censori «sono coloro che non vogliono o non possono comprendere la vera morale delle cose umane».
La giovane Aurore aveva provato una «indicibile sofferenza» quando, nella sua misera adolescenza, aveva scoperto che sua madre era una «donna perduta», aggiungendo tuttavia che, come i ciechi non capiscono i colori, così i ricchi non comprendono le fatalità e le disgrazie della vita dei poveri. Morta la nonna a cui era stata affidata, Aurore-George subirà la violenza morale esercitata su di lei dalla madre. Fu questo «aspetto drammatico del rapporto madre-figlia a scioccare James per il quale la Madre doveva restare idealizzata?», si chiede Diane de Margerie. Più che di rispetto si tratta qui di sudditanza a una gerarchia. «Senza dubbio fu questo a sconcertare lo scrittore la cui corrispondenza rivela una dipendenza di bambino colpevole, pauroso, che deve senza tregua giustificare nelle sue lettere filiali la propria scelta del celibato, i viaggi, le spese, e questo ancora nel 1878, passata la trentina», nota ancora la prefatrice.
Henry James indaga nelle ascendenze della Sand per arrivare alla conclusione che
 
Tre delle antenate della nostra autrice erano donne leggere, donne in rotta con la società, che la sfidavano, e dalla quale erano disapprovate, almeno teoricamente. Ci si poteva aspettare che la nipote della contessa di Königsmark e di M.lle Verrières, che la figlia della seconda M.me Dupin, proseguisse le imprese ancestrali. Da notare che dal lato femminile della famiglia, ciò che si chiama rispettabilità era un valore molto relativo.
 
Il giudizio da letterario si fa morale e, ispirato com’è a un’etica puritana della rispettabilità, si concentra sui dati esterni, sviandosi dall’esperienza intima, dal significato interiore delle azioni. Con l’aggiunta di una condanna ereditaria, una sorta di tabe del sangue, che peserebbe sulla discendenza. Tre “donne leggere” non potevano che generare un’erede dissoluta. Sul banco degli imputati stanno i “peccati”, le infrazioni a un codice sociale e religioso (adulterii, unioni illegittime), non l’esperienza viva, reale delle persone. E gli antenati vi imprimono il marchio indelebile delle loro colpe.
 
Se è giusto dire che George Sand fu, durante il periodo della sua carriera in cui si stabilisce la sua reputazione, un’apostola dell’amore verso e contro tutto, uno sguardo alla sua ascendenza mostra che era una disposizione logica. Lei stessa risultava da una serie di storie d’amore in un modo ben più marcato che la maggior parte di noi. In ciascuna di queste storie, la donna era stata amata con una forza che si affermava contro le convenzioni e i costumi.
 
James rintraccia poi una duplicità di influenze nell’ascendenza della scrittrice. Egli scrive:
 
Possiamo osservare, in questa catena ereditaria, l’opposizione tra l’elemento di disordine e d’insubordinazione (che si espresse sufficientemente negli atti esterni  degli anni giovanili di Mme Sand), e l’elemento “ufficiale”, la tendenza rispettabile, conservatrice ed esclusivista.
 
Se la prima di queste tendenze è quella che deriva  dalle unioni illegittime delle sue antenate “donne leggere” che ebbero “molti amanti”,  la seconda proviene dal “lato militare e aristocratico della sua ascendenza» e «non cessa di ostacolare e complicare la sua bohème».
 
 
Attraverso i criteri, più morali che letterari, che applica all’esame della vita e dell’opera di George Sand, è dunque Henry James a installarsi in primo piano, su una sorta di lettino analitico; e sta qui l’interesse dei due saggi critici ora pubblicati, in questo singolare dibattito conflittuale che si instaura tra due universi letterari e umani così divergenti, ma attratti in qualche modo l’uno verso l’altro, attorno a una questione essenziale: Che cosa è lecito dire? Qual è il limite oltre il quale spingersi equivale a tradire la scrittura? E quali sono i criteri non-letterari che possono eventualmente segnare un confine per la pratica della scrittura?
Quando la “Revue de Paris” pubblicò le lettere che George Sand aveva indirizzato a Alfred de Musset durante la loro “scandalosa” passione, il contrasto venne in piena luce col secondo saggio scritto da James nel 1897, che nel titolo richiamava il romanzo Elle et lui in cui la scrittrice aveva raccontato quella vicenda.
La relazione risaliva al 1833, quando George Sand aveva ventinove anni e il poeta, che aveva esordito clamorosamente poco tempo prima, sei anni di meno.  Dandy alla Byron, già circondato dalla fama di libertino deluso («Per le nostre donne - diceva - amare è giocare a mentire come i bambini giocano a rimpiattino. Commedia sordida e abietta»), dedito all’oppio e agli amori venali, de Musset incarnava, come scrisse Sainte-Beuve, «l’idea del genio adolescente». George, che rivelò in questa occasione il suo interesse per gli uomini più giovani di lei, dove all’attrazione erotica si univa un impulso materno, sposata a diciotto anni, aveva fatto l’esperienza di un matrimonio deludente con un uomo brutale, Casimir Dudevant, completamente estraneo a ogni interesse elevato.  Gli era rimasta tuttavia abbastanza a lungo fedele, sognando amori platonici con uomini dai sentimenti nobili, finché, quando ormai il fallimento coniugale era conclamato, non commise adulterio con uno studioso grecista e latinista, Stéphane Ajasson de Grandsagne, da cui ebbe una figlia, Solange, nel 1828. Il marito, occupato a sua volta in amori ancillari, tollerò il tradimento per non perderla. Ormai le loro vite erano separate in ogni senso. George, nutrita di Madame de Lafayette e di Rousseau, era divorata da una sete di assoluto che, se si rivolgeva ai rapporti tra «anima individuale e anima universale», secondo l’ispirazione romantica dell’epoca, aveva soprattutto il suo oggetto nella passione amorosa. Si descriveva «oppressa dalla disperazione, sentendosi quasi impazzita». Ma la sua crisi esistenziale, nell’esilio della provincia, a Nohant noiosa e maldicente, investiva, al di là delle esigenze sentimentali ed erotiche, l’esperienza del mondo, la libertà dello spirito. All’inizio del 1831 compì la prima tappa con la separazione dal marito, il trasferimento a Parigi, una nuova passione per un giovanissimo, Jules Sandeau. A deciderla alla fine fu, sembra, anche la lettura (abusiva) di una lettera-testamento in cui il marito esprimeva disprezzo e collera verso la moglie e la condanna della sua “perversità”.
Certamente si poteva applicare a lei una frase dell’amante di Alfred de Vigny, la grande attrice Marie Dorval: «Sono i sensi che ci trascinano? No, è la sete di tutt’altra cosa. È la frenesia di trovare il vero amore, che ci chiama e sfugge sempre». A quel tempo si amava alla maniera del giovane Werther e di Jacopo Ortis. Marie Dorval, mito dei giovani ribelli, creava allora l’Anthony di Dumas, apologia dell’adulterio e della nascita bastarda. Aurore-George con i suoi amici andò a sostenerla in teatro e per essere più libera si travestì per la prima volta da uomo. Però Aurore Dudevant già adorava Hugo e avrebbe dato chissà cosa per veder passare davanti a lei Balzac. E nella Parigi scossa dalla rivoluzione di febbraio, arrivò con un romanzo in tasca, Aimée, e presto trovò lavoro nella redazione del “Figaro”.
Col “piccolo” Jules Sandeau tutto andò bene dapprima; scrivevano insieme romanzi, si sentivano fatti l’uno per l’altra, era l’amore ardente che lei desiderava. Convisse con lui a Parigi ma lo ricevette anche nella dimora di Nohant di notte sotto gli occhi del marito. L’irregolarità, l’infrazione aperta delle leggi sociali, giustificata dalla passione, aveva ormai il sopravvento. Lei non voleva essere presa per una di quelle donne che pregano di «rispettare il loro segreto» e di «non compromettere la loro reputazione». «Ho l’orgoglio di non sentirmi umiliata quando misurano il mio destino con la stessa misura delle donne oneste».
Poi la relazione diventò difficile per molte ragioni, non ultimo il successo improvviso che arrise a George Sand col suo primo romanzo Indiana pubblicato nel 1832, e al quale il giovane Jules non seppe tenere dietro. Il romanzo piacque senza riserve a Balzac, che scrisse: «Questo libro è una reazione della verità contro il fantastico, del tempo presente contro il Medio Evo, del dramma intimo contro la tirannia del genere storico... Non conosco nulla di più semplicemente scritto, di più delicatamente concepito». Cominciava la fortuna della scrittrice, e cominciava quella stretta interrelazione tra la sua figura pubblica di donna libera e il messaggio di libertà femminile dei suoi libri - tra stile di vita e stile di scrittura.
Jules Sandeau non seppe neppure essere all’altezza delle aspettative erotiche di George: in effetti lei era stanca di un amante che non le dava né il piacere fisico né l’ardore romantico di cui sognava. Alla rottura si giunse all’inizio del 1833 per volontà di lei. Balzac, che tra i due amanti scelse di restare amico di Jules, testimoniò che il giovane partendo per l’Italia era «alla disperazione; sembrava pazzo». Un tentativo di suicidio con acetato di morfina non gli riuscì perché rigettò la dose eccessiva che aveva ingerito.
Anche George era disperata, disillusa, convinta di aver fallito nel matrimonio come nell’adulterio, certa (e non del tutto a torto) di essere - come si descrisse proprio allora nel romanzo Lèila - negata all’amore, fredda come un statua. «Come posso uscire da questo marmo che mi sale fino ai ginocchi e mi tiene incatenata come il sepolcro tiene i morti?», confesserà la protagonista. Come don Giovanni, anche Lélia va da un amore all’altro perché nessuno le ha dato la felicità. Alcuni passi del romanzo hanno un’importanza capitale per comprendere George Sand:
 
Se lo amai a lungo... fu per la febbrile irritazione prodotta nelle mie facoltà dall’assenza di soddisfazione personale. Quando ero con lui avevo una specie di avidità strana e delirante che non poteva essere saziata da alcuna stretta carnale. Mi sentivo divorare il petto da un fuoco inestinguibile, e i suoi baci non vi versavano alcun sollievo. ... Il desiderio, in me, era un ardore dell’anima che paralizzava il potere dei sensi prima di averlo destato, era un furore selvaggio che s’impadroniva del mio cervello e vi si concentrava esclusivamente. Mi si gelava il sangue, impotente e povero, durante l’immenso slancio della mia volontà.
 
Provai tutti i tormenti dell’inquietudine, dei desideri vaghi e impotenti. Mi parve che avrei potuto ancora amare e finalmente sentire. Una seconda giovinezza, più vigorosa e più febbrile della prima, mi faceva palpitare il seno. In quelle alternative di desiderio e di timore, consumavo la mia forza a mano a mano che si rinnovava... Sognavo gli amplessi di un demone ignoto; mi sentivo bruciare il petto dal suo alito ardente, e mi affondavo le unghie nelle spalle, illudendomi di sentirvi l’impronta dei suoi denti. Invocavo il piacere, a costo della dannazione eterna... Quando spuntava il giorno, egli mi trovava affranta dalla stanchezza... Tentavo di darmi sollievo lanciando gridi di dolore e di collera.
 
Dopo aver lasciato fluttuare i miei desideri verso le ombre, mi accadde di rincorrerle in sogno, di afferrarle al volo, di chiedere loro imperiosamente, se non la felicità, almeno l’emozione di qualche giorno. E poiché quel libertinaggio invisibile non poteva urtare nessuno... mi abbandonavo ad esso senza rimorsi. Fui infedele, con l’immaginazione, non solo all’uomo che amavo, ma, ogni giorno, a quello che avevo amato il giorno prima.
 
L’immagine di una donna fredda come il ghiaccio, che si sente impotente a raggiungere il piacere con gli uomini dai quali cerca una passione assoluta, e si abbandona alle esasperate fantasie “invisibili” è qui tracciata con una crudità di confessione che mai prima di lei si era registrata nella letteratura o nella memorialistica femminile.
 
* * *
 
È in questa situazione che George Sand incontra Alfred de Musset, «enfant gâté», il quale le dice: «Amo tutte le donne e le disprezzo tutte». La passione esplose presto, andarono a vivere insieme, e alla fine del 1833 partirono per l’Italia stabilendosi poi a Venezia, dove de Musset, soggetto a crisi di delirio e ad allucinazioni, non tardò a riprendere le sue abitudini di dissolutezza romantica. Era ancora una di quelle “unioni illegittime” delle quali si erano indelebilmente macchiate  le antenate di Aurore. Tanto più che, ammalatosi de Musset, nel loro ménage entrò il giovane medico veneziano Pietro Pagello, con il quale - alla partenza del poeta dopo tre mesi di soggiorno nella città lagunare - George visse per tutto il 1834, fino al suo ritorno a Parigi, dove lo condusse con sé e dove presto il ruolo di amante ritornò a de Musset.  
Quando nel 1897, in piena epoca vittoriana, Henry James rievocò la vicenda, non prestò alcuna attenzione alle circostanze in cui era nata, non le citò nemmeno, per insistere invece sulle «laideurs», le brutture, come le chiamò, del rapporto a tre. Il giudizio fu ancora una volta molto severo: queste lettere mancano di «dignità». La rivelazione dell’intimità si giustifica soltanto se fa nascere un capolavoro, se «il risultato artistico rappresenta un nobile gesto». Non è questo, a suo parere, il caso né del romanzo Elle et lui né delle lettere che ne svelano i retroscena.  Fingendosi la voce, in verità abbastanza acida, di un critico immaginario, Henri James scrive: «Se sacrificate ogni delicatezza... date almeno un capolavoro, per dimostrare che non avete avuto torto». Ma quei testi della Sand non vanno al di là di «un’abitudine personale di incontinenza» e di «un’abitudine letteraria di egotismo». Stilandoli, la scrittrice (è sempre il falso critico a sentenziare) «non ha obbedito ad alcuna esigenza più esaltante di quella di esibire la sua facilità personale (in cui includo la facilità verbale), e questo a spese di tutte le persone nominate; e per conseguenza... siete semplicemente ridotti alla vostra curiosità o simpatia, con esclusione di ogni domanda sul servizio reso all’arte».
Il commento si fa ancora più duro quando James riprende in proprio la parola. Nei testi della Sand e nella Confessione di un figlio del secolo di de Musset, «gli amanti si presentano nudi sul mercato, e si esibiscono per la società. La mosca che li ha punti, nota stupefatto lo spettatore, è di provare l’uno per l’altra tutti i sentimenti possibili, tranne il sentimento del rispetto. Ciò che l’assenza di rispetto può apportare all’odio sembra loro trascurabile a paragone di ciò che può apportare all’amore».
È una «storia un po’ sordida e ridicola», rincara ancora James, aggiungendo: «Essa fu non solo preceduta e seguita, nei due, da altre intimità rivelate con la più brutale sincerità, ma vi si mescolò in una maniera che ci sembrerebbe spaventosa se non apparisse piuttosto comica, o se non rifiutasse di accordarsi nella nostra mente con la grossolanità dei costumi del tempo. È una storia antidiluviana, che si è svolta in un mondo bizzarro e scomparso».
Difficile riconoscere a Henry James, dinanzi a questo saggio, una comprensione della mentalità romantica, come di quell’episodio paradigmatico dell’amore-passione romantico che fu la “scandalosa” relazione tra George Sand e Alfred de Musset, o infine del significato di liberazione dello spirito e della sessualità femminile che la figura della scrittrice rivestì.  La sua intuizione fu che la libertà dello spirito nella donna non poteva disgiungersi dalla libertà sessuale - ma era proprio questo il punto che James non poteva ammettere. Con ironia egli metterà in conto alla letteratura dell’epoca «la vertigine del sublime e dell’impossibile» da cui i due amanti furono ripresi al loro ritrovarsi a Parigi. Se tenta di portare il discorso sul piano di quella che chiama la questione fondamentale, e cioè «la disputa eterna tra pubblico e privato, tra la curiosità e la delicatezza», la risposta è poi: «Non dimentichiamo che esiste la biancheria pulita e la biancheria sporca, e che la vita sarebbe intollerabile senza qualche riconoscimento di questo fatto, anche quando si sconvolge ciò che si chiama il dominio del proibito».
Sembra che Henry James per salvare se stesso, le sue inibizioni, i suoi tabù, la sua morale, abbia bisogno di abbassare l’esperienza di George Sand presentandola al contempo come sordida e ridicola. Una distruzione senza appello, alla quale non può sottrarla la ripetuta ammirazione per il suo “stile” di scrittura.  Del resto si vede anche come egli sia portato a sminuire la qualità letteraria della romanziera, se dal giudizio artistico sull’opera dipende la condanna o l’approvazione della sua “indiscrezione”. L’estetica era sfociata nella morale, e infine la morale ricade sull’estetica.
E il rimprovero supremo: George sottrae se stessa a ogni scrupolo. «Niente colpisce di più che l’impunità personale con la quale si abbandonò a condizioni che di solito passano per denotare o implicare uno stato di depravazione». È una delle ragioni per cui la sua opera appare a James sbiadita, se non addirittura comica.
Ha ragione Diane de Margerie nel ricordare, nella sua prefazione, che «George Sand non ha mai preteso di dipingere il non-detto, contrariamente a Edith Wharton per la quale è stato il grande tema. Tutt’altra è la sua scelta: quella di dire, di indagare quello che James chiama «vicious love», cioè l’amore passionale». E lo scrittore si tradisce quando citando gli anglosassoni che hanno dipinto l’amore tra giovani (la Austen, Dickens, Tackeray, Hawthorne, George Eliot) afferma che nessuno «ha descritto qualcosa che possa essere chiamato passione», ma omette stranamente di nominare Charlotte e Emily Brontë, «i cui romanzi (come nota ancora la prefatrice) trattano tutti della passione distruttrice o autodistruttrice, dell’erotismo fino alla morte, dei rapporti intimi tra padrone e schiavo, dell’incesto, del proibito e della sua trasgressione».
I personaggi femminili di James saranno quanto di più lontano dalle donne della Sand: ragazze emarginate, sorelle, madri, confidenti, oppure figure vampiresche, ma mai compagne erotiche. Così questi saggi appaiono come la giustificazione di un’arte della mancanza rispetto alla sensualità della scrittrice francese. James amava la «torre d’avorio» dello scrittore e nel 1908 distrusse tutte le sue lettere personali. Resta - se sciolta dai complessi puritani - la sua preoccupazione di salvaguardare il mistero dell’essere, uno spazio di enigma, una zona intima e imperscrutabile a cui solo l’arte può avvicinarsi trasformandola, trascendendola. Ogni scrittore autentico cerca una sua risposta a questo quesito. Quelle di Henry James e di George Sand furono opposte - riserbo o confessione - e proprio qui risiede la vitalità del dibattito a distanza che instaurano i due saggi così parziali e autorivelatori dello scrittore americano.  
 
 
(articolo pubblicato sulla rivista on-line “L’Amour Fou”)  
 
 
 
Nelle immagini, dall’alto in basso:
George Sand, in un autoritratto di adolescente. - Auguste Charpentier, Ritratto di George Sand. - Aurore-George a ventisei anni, nel 1830, in un acquarello di Candide Blaize, conservato al Museo Carnavalet di Parigi. - Caricatura di George Sand attrice in una recita al teatro di Nohant (1849). - Frederic Chopin, in un disegno satirico di Pauline Viardot, del 1844. - La Sand in un disegno di Alfred de Musset. - La scrittrice in una fotografia di Nadar.
 
 
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