Narratori degli anni 80 *
 
 
Si sono imposti in sordina, senza manifesti programmatici o gruppi, ciascuno procedendo per proprio conto, nella diffidenza o estraneità - se non ostilità - del mondo letterario ufficiale. Anche il sostegno di una critica militante è mancato, quel legame organico tra scrittori e critici che connota una situazione culturale di movimento. I nuovi narratori sono comparsi in ordine sparso, più spesso per merito di piccole case editrici che li hanno pubblicati dopo una serie di rifiuti da parte degli editori maggiori, l'establishment editoriale-letterario continuando a ritenere che in fatto di narrativa italiana sia meglio gestire il passato, nomi più o meno illustri ma già entrati saldamente nel Gotha (non sempre immortale) della letteratura. Ma poi la grande editoria ha cominciato a muoversi acquistando gli autori più quotati, magari con l'occhio attento al mercato estero come si è visto alla Fiera di Francoforte; i premi allineano i nomi nuovi accanto o in luogo di quelli codificati; i recensori segnalano i testi che fino a ieri erano stati scartati. Per la prima volta dopo la clamorosa «rivoluzione mancata» della neo-avanguardia (ma da allora sono passati oltre vent'anni e molte cose sono avvenute nel romanzo in altre aree) si torna a parlare di una situazione nuova della nostra narrativa. È davvero così? Che cosa sta accadendo?
Tra i segni «certi» stanno il numero cospicuo degli scrittori emergenti e la loro consapevolezza comune di operare un ricambio nei modi di fare scrittura. Estranei a ideologie letterarie, a scuole e a correnti, i narratori degli anni ottanta hanno tutti la convinzione di non appartenere a una tradizione, di non avere maestri nel romanzo italiano del Novecento e di ripartire quasi da un punto zero per un aggiornamento del discorso letterario. Il che vuol dire innanzitutto che un discorso letterario esiste, contro quella stagnazione del dibattito culturale che è prevalsa de tempo nel nostro mondo delle lettere; e poi vuol dire che potrebbe essere falsa l'opinione secondo cui la generazione di scrittori del dopoguerra non ha eredi. Testi nei quali si avvertiva l'esigenza di un rinnovamento della narrativa italiana erano certamente comparsi negli ultimi decenni (basti citare per tutti Diceria dell'untore di Gesualdo Bufalino, i racconti di AntonioPizzuto, Orcynus Orca di Stefano D'Arrigo); ma si era di fronte a esperienze singole, rimaste isolate, che non delineavano un ricambio generazionale. Gli scrittori oggi emergenti in evidente sintonia sono molti, e questa volta la quantità potrebbe diventare qualità, determinare un fenomeno. Chi sono dunque i narratori degli anni ottanta? quali le loro carte letterarie?
Procedendo in ordine sparso, senza unapoetica comune (anche se oggi si riconosce che l'ultimo raggruppamento letterario, il Gruppo '63, fu solo un «luogo» dove discutere e dissentire), i nuovi narratori presentano proposte di romanzo difformi e contrastanti quanto possono essere  l'epica sociale di Aldo Busi o il racconto di riflessione di Daniele Del Giudice o la scena per l’età del rock di Pier Vittorio Tondelli o il «romanzo metafisico» di Roberto Pazzi. Queste sono naturalmente soltanto indicazioni tendenziali (o anche tendenziose), poiché la realtà dei testi è più complessa e per così dire ibrida, e un libro vivo si presta ben poco a cifre o a sigle ma richiede molteplici percorsi di lettura. Ciò che conta tuttavia è il fatto che, nella diversità dei modelli, i narratori emergenti si rifanno poi a un terreno di impulsi comune. Forse può avere un valore simbolico la metafora di uno dei libri di questa nuova generazione, Lo stadio di Wimbledon di Daniele Del Giudice, dove il protagonista, indagando i motivi per i quali un altro intellettuale, Bobi Bazlen, si rifiutò di scrivere, perviene per proprio conto alla scrittura, scioglimento della lunga negazione della letteratura e segno della vitalità del racconto.
 
Questa della possibilità (o necessità) della scrittura, del racconto, è la prima affermazione comune. Per tutti essa significa, in concreto, recupero della categoria della narratività che le avanguardie hanno da sempre contestato, e al contempo significa irruzione del fantastico, dell'ignoto, del dato non percepibile, perfino del mistero, nell'esperienza quotidiana del reale, e questo in polemica col «realismo» che è da tempo la linea maggiore della nostra narrativa. Per gli scrittori anni ottanta, un romanzo deve raccontare vicende, concatenazioni di eventi, storie di persone, secondo la tradizione della narrativa ottocentesca interrotta dagli sperimentalismi del Novecento; la dissoluzione ironica del racconto è respinta. Però deve farlo immettendo nel repertorio dell'esperienza accertabile un elemento «meta-fisico». I «piccoli equivoci» del libro di Antonio Tabacchi provengono sempre da un ignoto; la follia autodistruttiva di imperatori e generali in Roberto Pazzi non si spiega con una degenerazione della psiche o con i drammatici casi della Storia. Il determinismo, anche psichico, che muove la macchina del romanzo realistico non è più l'unica leva. Forse ai nuovi scrittori non interessa tanto spiegare un «caso», ricondurlo o ridurlo alle sue motivazioni, quanto «aprire» su possibilità inedite dell'esperienza. Lo fanno ciascuno in forme e misure diverse. Pazzi accoglie per sé la definizione di romanzo metafisico; Del Giudice parla di «evocazione» a proposito della trasparenza della sua scrittura, e certo il termine non si riferisce solo a un risultato di stile quanto a una capacità di metafora della vicenda rappresentata. E Busi, nella sua «epica», nei suoi calchi anche linguistici del «presente», disegna vagabondaggi sempre sospinti da smanie o da ossessioni (vendetta, sconfitta, complicità) che difficilmente si potrebbero rintracciare in quella dialettica sociale che offre la materia del racconto.
A connotare i nuovi narratori sta anche il rifiuto dell'interiorità, dell'introspezione. La scena sociale viene in primo piano, lo sguardo dell'autore indaga «dall'esterno» i personaggi. E con il mutamento di ottica cambiano i temi, più attenti ora all'avventura collettiva, ai rapporti tra le persone, che non al monologo dell'io con se stesso. Anche l'oggi entra più vividamente nella rappresentazione, spesso attraverso una segnaletica di chiaro riferimento alle «cose» del panorama contemporaneo: oggetti, situazioni, atteggiamenti, pur nella mediazione letteraria spesso molto intensa, posseggono il marchio di nostri «vicini», quasi una riconoscibilità visiva e corporea. L'Italia dell'economia sommersa in Busi, le avveniristiche ricerche della fisica sulla materia in Del Giudice occupano il campo della narrazione in luogo di grovigli intimi e familiani ai quali toccava inevitabilmente il destino di una certa «atemporalità», una sorta di parentela col mito come è proprio delle figure della psiche. Naturale che la psicologia indietreggi al fondo del quadro. C'è tuttora, logicamente; ma è contratta e tenuta nascosta, sotto sorveglianza direi, non è il campo privilegiato di indagine né lo strumento principe per indagare. All'oscurità dell'inconscio e della coscienza si preferisce quel tanto di solare che hanno (o sembrano avere) i rapporti tra le persone. Semmai, se si arriverà al «profondo», è da questa via di superficie che il cammino sarà compiuto.
Scrittura e tecniche narrative si adeguano alle nuove intenzioni. Con la categoria della narratività tornano l'intreccio e i personaggi che, se non erano scomparsi del tutto neppure nei momenti di estrema dissoluzione del racconto, vengono ora restaurati in pieno nei loro diritti. Il personaggio è un'entità (narrativa) della cui esistenza non si dubita, come accadeva di fare agli sperimentalisti, la rappresentazione della sua vita avviene attraverso un intreccio, una storia che organizza e orienta gli eventi. Quanto allo stile, esso si svolge tutto nel segno della «leggibilità». Bandita rigorosamente ogni sperimentazione, strutturale o verbale; ricomposto il tessuto signifïcativo del discorso; ricondotto il linguaggio al grado della lingua parlata; ripristinata la sostanziale successione cronologica dei fatti. La stagione delle avanguardie sembra appartenere ormai al passato.
D'altronde neppure ideologicarnente questi autori sono apocalittici. Si potrebbe ritrovare in loro un desiderio di normalizzazione del mondo. Gli eroi irregolari, gli outsiders di Busi non sono mossi da impulsi di trasgressione; vogliono invece restaurare un'integrità della persona e un'«onestà» che il meccanisrno sociale, la borghesia affaristica hanno violato. E in Del Giudice lo scrittore e lo scienziato cercano un accordo possibile col futuro nucleare che è già il nostro presente. In dissenso con l'oggi per i suoi errori e i suoi ritardi, gli uni e gli altri non si configurano più come eroi negativi, eroi del rifiuto del reale in nome di una realtà «altra» o del significato; sono piuttosto gli eroi (o i pionieri) di una positività nuova estraibile già, attraverso un processo maieutico anche violento, dal mondo che ci circonda. Il Male (se si può usare questa nozione) appartiene agli altri, alla macchina sociale o al vecchio costume, non al protagonista il quale - in luogo di demoniache discese agli inferi (o al profondo) - aspira a ristabilire un'integrazione, un «conformismo» nuovo con la realtà, riveduta e corretta.
 
Ritorno all'ordine dunque? In certo senso sì. In tutti i nuovi autori è presente il paradosso di aver ucciso il padre (letterario, s'intende), di non riconoscersi un passato, e di ristabilire poi una continuità con modi tradizionali (e non di quella «tradizione del nuovo» inaugurata dall'arte moderna). Questo potrebbe portare a un'operazione ambigua, a un falso spostamento. Forse l'intero bagaglio della sperimentazione con tutte le sue potenzialità espressive è stato gettato via troppo presto; forse, sotto certa novità di temi, può rispuntare la vecchia via senza uscita del compromesso. In fondo, in questi decenni il romanzo è andato molto più avanti in altre aree culturali, e recuperare tecniche e forme del passato potrebbe essere un inutile attardarsi, magari con qualche opera di buon livello accanto a molti libri d'occasione e niente più. In questo caso la generazione degli eredi di Calvino, Gadda, Moravia non sarebbe ancora spuntata.
D'altra parte si può sostenere che proprio questa è la novità: il rapporto che si ristabilisce tra leggibilità della scrittura e nuova tematica, tra ricerca letteraria e piacere del testo, tra la consapevolezza superiore della scrittore e l'identificazione del lettore nel mondo narrato. Conta la riconoscibilità che un nuovo pubblico, meno elitario di ieri e sintonizzato sui mass-media, può rintracciare nell'opera. Forse anche certi innesti e contaminazioni (dal romanzo di azione, dall'École du Régard), più che un riuso di forme già date, d'impronta post-modern, indicano proprio questa volontà di evocare il «presente».
Il problema resta aperto. Intanto i nuovi narratori sono alla verifica della seconda opera. Aldo Busi, dopo Seminario sulla gioventù edito da Adelphi, pubblica presso Mondadori con un notevole lancio pubblicitario Vita standard di un venditore provvisorio di collant; Daniele Del Giudice, al suo primo romanzo Lo stadio di Wimbledon, fa seguire (sernpre presso Einaudi) Atlante occidentale; Pier Vittorio Tondelli, dopo i libri “trasgressivi” Altri libertini e Pao Pao, è uscito con un “romanzo cinematografico” dal titolo Rimini; Roberto Pazzi, che ha esordito nella narrativa con Cercando l'imperatore pubblicato de Marietti, annuncia per i prossirni mesi un nuovo libro presso Garzanti.
 
* Introduzione all’inchiesta a cura di Angelo Mainardi pubblicata nella rivista “MondOperaio” nei numeri di novembre e dicembre 1985)
 
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