LE DONNE DI KAFKA
 
 
 
All'improvviso ho cominciato a zoppicare. È strano come un male si manifesti da un attimo all'altro. Stavo in piedi pensando “sto bene”, constatavo la salute del mio corpo, il buon funzionamento di quel  meccanismo complicato, quando ho avvertito una fitta di dolore. E anche strano come subito abbia compreso che non sarebbe più uscita da me.
Zoppicare è una cosa umiliante. Sa di storpio, di segnalato da dio, di diverso. Si può ignorare la tisi o la sifilide e molti infatti che girano tra noi hanno tabe nascoste, ma quel segnale di una gamba difettosa no. E poi zoppicare obbliga a contorcimenti che ricordano un'oscena frenesia del corpo, un'intima bisogna.
Dapprima mi dissi che sarebbe durato poco, era un inconveniente passeggero. Oscillavo  è vero  a ogni passo allontanandomi con moto stravolto dalla mia verticale, però tutto sarebbe tornato nella regola.
«Ma un attimo fa stavi bene», osservò Lorenzo, del resto con indifferenza.
Giulia mi guardò misurando freddamente la degradazione che quel difetto aggiungeva alla mia persona. Giulia è la moglie di Lorenzo, conosce da sempre i miei propositi malfermi nei suoi riguardi; da quando vennero ad abitare da me, sebbene all'inizio ostentassi distrazione e anche antipatia, sapeva che intendevo strapparla al marito. Non so quale nome abbia dato al mio disegno: forse uso nascosto di lei contro Lorenzo per annientare la figura di Lorenzo, oppure un cervellotico intento di accasarmi pubblicamente con lei. In ogni caso fin dal primo giorno ha creduto a un mio desiderio malato, incrinato non dirò dall'artificio ma dal dubbio. Crede pure che io aspiri a lei da un abisso di inferiorità o meglio che, dentro la mia presunzione di valere di più, mi condanni ad ammettere di esserle inferiore. Ora scendevo ancora di un gradino con quel passo zoppo.
Qualche volta gli uomini zoppi inteneriscono di più, penso a causa di un impulso materno. Ma Giulia non è quel tipo di donna. Tutto lascia ritenere che la sua diffidenza dovesse accrescersi a questo punto.
Eravamo in cucina e forse io per vanità esagerai il moto claudicante. Fu quello il principio. Poi un giorno, allo stesso modo repentino, mi accorsi di non poter più camminare. Così m'insediai infine nella mia poltrona.
 
Giulia venne da me. «Non puoi muoverti», constatò. Ma era incredula. Portava la mia bevanda preferita, il caffè. Dire che fosse quello il primo cedimento sarebbe eccessivo, però non era mai accaduto, in qualche modo era toccato sempre a me concedere tutto senza ricevere niente.
«Queste chi sono?», chiese guardando una fotografia che tenevo tra le mani.
«Sono le sorelle di Kafka da piccole», dissi.
Prese pretesto dalle fotografie per accostarsi ma restava un po' indietro, dietro la poltrona, e guardava da sopra la mia spalla.
«Carine», disse (mentendo) delle tre ragazzette.
«Non somigliano certo alle bambine di Carroll», notai.
Sorrise benevolmente senza capire. Fingeva d'interessarsi all'immagine che contemplavo, sebbene una nebbia pesante velasse i suoi occhi. Mi avvidi subito della ripugnanza di Giulia verso l'oggetto della mia osservazione, non poteva spiegarsi né le tre fanciulle né il desiderio di studiarle. Ma rimaneva curva accanto a me, soltanto un po' discosta perché il gesto di raggiungerla mi apparisse difficile; e con un acidulo sorriso, che rivelava il contrasto al suo interno, si mostrava disponibile alle mie occupazioni come non era mai stata.
«Così non puoi muoverti?», chiese a quel punto.
«E già», assentii.
Fu allora che, senza una parola, la toccai. Lei lanciò occhiate verso la porta per ricordarmi che il marito era in casa, ma finché rimase osservò soprattutto le tre sorelle.
 
Anche Lorenzo venne a trovarmi. «Stai meglio?», domandò.
No, nemmeno per sogno.
Si sedette un poco come non aveva mai fatto. Proprio lì poco prima c'era stata sua moglie. Guardò verso la porta anche, una o due volte, con lo stesso gesto di Giulia; solo che per lui non c'era alcuna minaccia. La porta si apre su un giardino e al di là la strada costeggia un parco pubblico. Lorenzo guardò inquietamente, con un debole sorriso. Non si rendeva conto della propria ansia, né del posto che la moglie aveva occupato un attimo prima, né della lenta devastazione dell'autunno nel giardino.
Ricordo che notai come il giallo delle foglie allargasse per così dire lo spazio; ma egli non poteva vederlo. Aveva un sorriso di disagio, di mezza colpa, quasi la sua mano avesse commesso un reato. Io respirai sulla mia l'odore del corpo della moglie. «Ma che fai?», aveva detto Giulia. Rividi il suo gesto di guardare verso la porta con un sorriso divertito. Si ritrasse indietro e io non potevo seguirla. Poi, sapendo della mia infermità, si accostò per non offendermi, ora con finta tenerezza. «Su, sta' buono». La smorfia era di sfida o di scherno. Mi baciò su una guancia perché non mi sentissi solo. Ho aspettato un poco, per persuaderla che in ogni caso mi sentivo solo. Lei ha protestato: «Ma sei cocciuto!», però bisbigliando perché il marito semmai non la udisse seppure girava nei paraggi. Si mostrava contrariata che io avessi soltanto un'idea fissa verso la sua persona e un modo solo di fuggire dalla mia solitudine di infermo. Approfittavo della sua sollecitudine. Naturalmente non avrei potuto seguirla se si fosse allontanata.
Ora al posto di lei c'era Lorenzo. Vidi alle sue spalle, nella porta verso la quale si voltò quasi sospettasse l'arrivo di Giulia, la caduta continua e interminabile delle foglie. L'autunno dilatava anche il tempo, o piuttosto lo arrestava nella ripetizione di altre identiche stagioni. Però Lorenzo sembrò distratto o inquieto.
Sempre avevo notato la grossolanità dei suoi modi e anche l'indifferenza ostentata per i miei gusti. La lettura di libri lo lasciava perplesso; quanto alla collezione che facevo di articoli su Kafka, poi sul male, sul diavolo, su Eva Braun l'amante di Hitler, più volte mi mostrò di ritenere che fosse almeno inutile. Ma ora si ricordò a un tratto di avere un libro per me. Era un volume sulle donne di Kafla e doveva averlo cercato con cura poiché io non sapevo che esistesse, sebbene più volte avessi pensato che volentieri avrei letto un libro sull'argomento. Era molto soddisfatto che la cosa mi facesse piacere, e soddisfatto anche di sé, pur continuando a guardare verso la porta quasi Giulia dovesse sorprenderci. O forse desiderava che Giulia fosse lì a vedere il suo regalo, la sua buona azione che mai avrebbe compiuto in altri tempi.
Si è accostato a me come mai aveva fatto se non per osservare con muta interrogazione i titoli su Kafka; e indicava a libro aperto le immagini più belle del suo volume: per esempio Dora Diamant (che forse somigliava un poco a Giulia) o le tre sorelle da bambine. Ma io guardavo piuttosto le orecchie da topo di Kafka e la pena insondabile degli occhi. Ero certo che quel libro non esistesse. Dove Lorenzo avesse pescato tutte queste fotografie delle donne di Kafka, parecchie intime, alcune irriverenti, di una sensualità turpe quanto quella della lavandaia del tribunale o dell'amante dell'avvocato del Processo, era un mistero. Possibile ad esempio che Ottla, la sorella preferita di Franz, esibisse in modo ignobile ventre e gambe, proprio come accade in una foto di Eva Braun che conservo? Tanto più che Franz le stava vicino appoggiato al basamento di una colonna nel centro di Praga, con giacca, cravatta, colletto rotondo e la riga nei capelli a mezzo della testa.
«Rimarrei un altro bel poco qui con te  disse Lorenzo e allungò le gambe a dimostrare la verità della sua asserzione.  Solo che ora devo andare». Si alzò raccogliendo in fretta una borsa da ufficio che prima non avevo notato, con movimento perfino più rapido di quanto le sue parole giustificassero.
Pensai: così mi lascia Giulia. Difatti egli disse: «Se hai bisogno di qualcosa Giulia verrà da te».
Poi fuori li sentii discutere a voce bassa ma tesa. Non racconterà tutto al marito, mi dissi. Lorenzo pronunciò (questo lo udii): «Bé, se ti chiama vai». Il tono era un po' adirato quasi concedesse qualcosa controvoglia alla moglie. Supponiamo che sia geloso (pensai), però non può evitare che la moglie venga qui se ne ho bisogno e Giulia questo glielo avrà fatto notare.
Giulia si è affacciata alla mia porta quando egli se n'è andato, restando bene in mostra, una smorfia provocatoria sul viso. Conosco quel modo contrariato di additare i miei pensieri riguardo al suo corpo. Più tardi (mi sono detto) troverò il pretesto per attirarla, forse verrà a guardare quel libro strano che Lorenzo mi ha regalato (ero sicuro che non esistesse) e resterà curva accanto a me tanto che io possa toccarla mentre osserva le pose sfrontate e i corpi indecenti delle donne di Kafka. Se deve guardare il libro che io da infermo tengo in grembo, non può fare altrimenti.
Dapprima potevo ancora alzarmi e camminare sebbene claudicante. Poi mi convinsi che ormai dovessi restare seduto. C'era chi, come Giulia, riteneva che per vergogna di arrancare piegandomi su un lato a ogni passo mi rifiutassi di tenermi in piedi. «Se tu volessi» diceva e m'invitava a raggiungerla all'altro capo della stanza con quel suo ghigno storto, a metà di rimprovero e a metà compiaciuto. Rivelava tanta vanità e anche tanta presunzione del suo potere che quasi si aspettava il miracolo di farmi camminare.
«No, non è possibile , dicevo ridendo.  Vieni tu qui». E Giulia per aiutarmi in una cosa o nell'altra era costretta ad accostarsi. Ecco, prima non l'avrebbe mai fatto di starsene curva abbastanza vicina a me senza ribellarsi, sebbene poi dicesse sempre con aria rabbuiata: «Fai così ogni volta. Mi dà fastidio». Però non voleva umiliarmi e non disse mai: «Approfitti che sei malato». Io pensavo: “Naturalmente approfitto della mia malattia, e tu anche”.
Lorenzo invece era convinto della mia immobilità.
«Non può muoversi, non può alzarsi dalla poltrona», lo udii dire una volta alla moglie per giustificarmi.
«Se volesse camminerebbe, ma gli fa più comodo così», ribattè Giulia.
«Quale comodità vuoi mai che ricavi dallo starsene tutto il giorno in poltrona... È un povero paralitico».
«Approfitta della sua malattia per...», ma qui Giulia abbassò la voce o tacque. Prima mi sembrò che una nota di astuzia o di rivalsa vibrasse nelle sue parole. Ah, pensai, approfitta della mia malattia per ingelosire il marito.
Dopo un poco udii la voce di Lorenzo: «Non può fare alcun movimento se non quello».
Lei disse: «Non mi pare una buona ragione».
Lorenzo teneva a giustificarmi. Direi così: mi aveva preso a benvolere. Veniva a trovarmi sebbene in precedenza ci evitassimo, quasi avesse ora un motivo di gratitudine per me; e tollerava il mio vizio di Kafka. Anzi prese a fomentarlo, direi. Una volta disse: «Guarda come questa Dora somiglia a Giulia». A me piaceva da sempre Ottla, non so perché, forse perché Franz era in confidenza soprattutto con la sorella minore oppure per il suo viso forte, ambiguo, mascolino, che ricordava quello di Franz. E poi scoprirla nelle pose di Eva Braun, sebbene false, mi attraeva di più. Formulai questo pensiero: che Lorenzo con quel libro volesse mettere Ottla in cattiva luce e magari diffamare il fratello. Inoltre la somiglianza di Dora con Giulia non era così certa. Tuttavia apprezzai le buone intenzioni di Lorenzo.
Un'altra volta lo udii dire alla moglie: «Non sarà un gran sacrificio per te». (Avevano l'abitudine di discutere a bassa voce appena fuori della mia porta). Provai a capire se vi fosse sarcasmo in quella frase circa i sacrifici di lei, ma il tono era serio, drammatico. Ne rimasi colpito. Tanto più che Giulia invece disse in modo sguaiato: «Fàllo tu allora». «Che cosa?», egli esclamò sorpreso o indignato, e raccolse subito la borsa d’ufficio quasi a indicare che lui lavorava e comunque non aveva tempo per dedicarsi a me.
Lorenzo ha sempre fretta. Tanto più si deve apprezzare che resti un poco con me malgrado l'impazienza di allontanarsi per il suo lavoro. Non vede il lento precipitare delle foglie quando esce di casa, né si accorge dei gesti che compio sul corpo della moglie se lei prima è venuta da me, né sente  io credo  le parole di Giulia che mi rimprovera dell'ostinata insolenza sebbene si aggiri nei pressi della mia stanza. Si avvia a passo veloce nel giardino con la borsa rigida da ufficio che tanto gli piace. Qualche volta bacia Giulia nell'arco della porta senza rendersi conto dello spazio che l'autunno dilata attorno a loro, e allora dice: «Mi raccomando» sicuramente alludendo a me.
Sempre Lorenzo aveva disprezzato la mia collezione di immagini, e Giulia mi fissava con occhi vuoti, indifferenti, mai visto occhi più vuoti, se le parlavo di Ottla o di Milena o Felice e perfino di Eva Braun. La vedevo rintanarsi lontano con disgusto, i suoi occhi avrebbero potuto sbadigliare. Se l'inseguivo, aveva un suo modo odioso di stringersi la gonna alle gambe che teneva strette, rinculando e piegando i fianchi all'indietro, e intanto protestava: «Ma sono una donna sposata!» e che non provava alcun bisogno di nessun altro, di niente nella vita.
Ora invece, da quando sono malato, resta accanto alla mia poltrona sebbene per poco tempo ma ripetutamente durante la giornata, le gambe sode ben piazzate con una leggera divaricazione per tenersi in equilibrio, per quanto sia convinta che io potrei camminare se volessi. Scende una prima volta da me di primo mattino per portarmi il caffè con addosso ancora il disordine notturno poiché ama lavarsi e vestirsi più tardi quando Lorenzo è già uscito; e allora ritorna e magari studiamo insieme le fotografie di quel libro che Lorenzo ha pescato chissà dove. Questa ripetizione di gesti penso dovrebbe essere ossessiva e insultante per lei, io stesso la compio per constatare la sua abitudine o vizio di scacciarmi, protestare e poi ripetere il fastidio e il rimprovero.
Ma intanto finge interesse ai volti delle donne amate da Kafka, Felice o Milena. Io ho sempre amato studiare l'insondabile infelicità di Kafka ch'egli stesso non poteva spiegarsi: non era tristezza ma un enigma che nessuno avrebbe sciolto. Esiste una via, una sola, accidentata e traversa, per uscire da questo puntiglio?, mi chiedevo. E anche dovevo interrogarmi in quale modo le sue donne vi avessero parte. Era un quesito assurdo, lo riconosco. Che significa mai quel chiuso mistero di figure femminili allacciate in panni severi, simili esse stesse all'ostinato silenzio di Franz, cosa significa di fronte all'enigma più grande del mondo? Bisognerebbe essere indovini per scrutare dietro i loro vestiti fino ai pensieri segreti. Ma ora Lorenzo mi aveva regalato quel libro incredibile. Sapete che Ottla, la sorella così pudica, possedeva un indecente costume da bagno identico a quello che Eva Braun mise nel viaggio in Italia sul lago di Garda?
«Ma sono immagini spurie, vangeli apocrifi...», obiettai a Lorenzo. Mi stupì che in risposta m'invitasse a mostrare le figure a Giulia quando lui fosse uscito.
Sulla parete di fronte campeggiava un grande ritratto di Kafka col cappello duro, l'aria di ebreo attraversato dal dubbio, dall'impossibilità di essere ebreo o qualsiasi altra cosa, gli occhi ironici, l'incorreggibile disarmonia del corpo. Lo sfondo era quello di Praga.
«Sembra un topo», disse Lorenzo.
Io raccontai: «Non poteva unirsi a nessuna donna».
«E perché mai?». Additando le immagini del libro aggiunse: «Eppure...eh», e certamente voleva riferirsi non senza qualche volgarità alle donne che vi apparivano. Qualcuna riproduceva le pose di certe fotografie che avevo appeso al muro, però in acconciature improbabili. «Ti piacciono?», fece complicemente. Tuttavia provava disgusto per me e poi disse: «Giulia è meglio», il che suonò come se mi offrisse Giulia o anche come un'offesa alle ragazze di Kafka o come una vanteria inopportuna della sua donna. Alla fine mi sembrava che l'offerta di Giulia prevalesse su tutto, tanto che rivelò: «Ha gambe più belle». Allora gli occhi si fissarono inquieti alla porta come in attesa di lei.
Io ho detto: «La moglie del custode del tribunale, sai la lavandaia, era l'amante dei giudici».
E lui voleva sapere chi fosse tra le figure del libro.
 
Il giardino era mio e così pure la casa a due piani. L'avevo scelta per la prossimità al parco. Più tardi affittai il secondo piano a Giulia e Lorenzo. Lei diceva spesso: «Se fosse mia... Mi piace molto». Presto smisero di pagare l'affitto. Dapprima lo spazio maggiore era per me; poi rinunciai a qualcosa. Infine, quando mi ammalai, mi ridussi a una sola stanza; di più non mi serviva. Credo che avessi ceduto progressivamente le altre camere non per l'insistenza di Giulia quanto per un gusto di rintanarmi, o forse per veder crescere il desiderio di lei poiché più si estendeva la loro parte e più Giulia ambiva al possesso. Può darsi che io abbia deciso di non camminare più dopo che il mio spazio si fu ridotto a una stanza; talvolta questa successione dei fatti mi sembra più vera che l'ipotesi contraria.
Da allora, come ho detto, Giulia entra da me. Prima mi sfuggiva. Strano quanto sia cambiata. Per colpa della mia malattia deve prepararmi il caffè e ogni altra cosa, e vi si presta regolarmente più volte al giorno, sebbene qualche volta dica a Lorenzo: «Non ne posso più. Lui ne approfitta». «Non può fare che quel movimento, può solo sfogliare le pagine del libro», ribatte Lorenzo.
«Le odio quelle figure», ha detto ieri Giulia.
E lui in tono serio, tragico, senza sarcasmo: «Devi avere pazienza. Non ti costerà molto».
Giulia allora ha replicato: «Se volesse potrebbe camminare».
«Non durerà molto», ha promesso Lorenzo.
Li sentivo parlare, o ridere, a mezza bocca fuori della mia unica stanza, Lorenzo affannosamente, lei col tono di scherno nella voce che usa pure con me. Vedevo le loro ombre agitarsi sul muro presso la mia porta.
«Magari si è alzato e ci spia», disse Giulia.
«E lascia che guardi!», ghignò Lorenzo con allusione volgare, sempre affannato. Le ombre si abbracciavano.
Lei scoppiò a ridere: «Tanto non può farlo se sta seduto nella sua poltrona. Vuoi dire questo?».
«Certo. Non può fare nessun movimento».
Allora le voci si sono abbassate come spesso fanno, sebbene sempre restando presso la mia porta. Credo che amino soprattutto quell'angolo, di tutta la mia casa: voglio dire lo stretto corridoio subito fuori della mia porta.
Poi ho udito Giulia: «Per me si alza e cammina e ora sta dietro la porta ad ascoltarci».
Lorenzo deve aver detto qualcosa di cattivo perché lei dapprima ha riso nel suo tono compiaciuto e poi lamentosamente ha recitato: «Tu non hai nessuna pietà. È così infelice per la disgrazia che gli è capitata, sta in poltrona e guarda le sue fotografie e non può fare come noi, ma tu dici così....».
Dalla poltrona potevo vedere le loro ombre allungate sul muro. Poi mi alzai, feci tre passi e dal punto in cui mi trovavo vidi le loro figure in carne e ossa. Lorenzo aveva posato a terra la borsa da ufficio ma era pronto per uscire e non intendeva scompigliare il proprio abbigliamento. Giulia invece gli stava addosso troppo strettamente.
Mi sembrò in quel momento che mentisse al marito sulle mie condizioni; a un tratto era lampante che fosse sicura della mia possibilità di camminare ma intendesse nasconderla a Lorenzo. Forse le bastava insinuare un dubbio. Perché lo fa?, mi chiesi. Se sa che posso camminare, perché vuole mettere un dubbio nel marito? E perché mai si presta a servirmi?
Un attimo dopo lei domandò: «Quando lo farai?».
«Non può mica restarsene per sempre in poltrona», disse Lorenzo.
Giulia non lo lasciava tranquillo. Dalla mia angolazione vidi che con entrambe le mani gli carezzava il collo, sempre standosene troppo incollata al suo corpo ben vestito, e che slinguava spesso con una lunga lingua contro la bocca di lui. Mi sembrò ch'egli volesse sottrarsi. Anzi disse: «Devo uscire».
«E allora quando?», domandò Giulia senza lasciarlo. Il tono era glaciale, e così capii che non si riferiva alla loro intimità ch'egli voleva rinviare. Ma poi cambiò voce e gorgogliò: «Devo consolarlo se è tanto infelice. Giacché non può muoversi dovrò restargli accanto. Non è vero che devo fare così?».
«Presto», disse Lorenzo, ora anche lui in tono gelido, certamente rispondendo alla prima domanda di Giulia. «Non può restarsene così per sempre....»,  aggiunse infatti, ma poi la voce si smorzò.
Giulia finalmente lo aveva lasciato libero e lui fece subito il gesto di aggiustarsi il vestito e di riprendere la borsa, e così non mi vide. Andai a sedermi in poltrona e la donna subito entrò.
 
«Ti piace la casa?», dissi.
«Certo. Che domande mi fai...».
«Se io me ne andassi diventerebbe vostra».
«Ma tu non puoi muoverti, non puoi andare in nessun posto», osservò.
Ora mentiva con me. Difatti era convinta per la sua presunzione che se avessi voluto l'avrei raggiunta mentre mi chiamava dalla porta: la sua persona poteva compiere il prodigio. Ma venne a sedersi sul bracciolo della poltrona, così presi a toccarla. «E làsciami!», disse.
«Vi ho visti nel corridoio», rivelai.
«E che facevamo?», voleva sapere. Era strano che chiedesse la riprova del mio avvistamento.
Dissi: «Per vedervi, avrei dovuto essere al centro della stanza e io non posso muovermi. Press'a poco avrei dovuto fare tre passi perché eravate subito a lato della porta. Allora avrei visto che ti stringevi a Lorenzo...».
«Che strano,  ammise,  qualche volta credo che tu possa camminare se vuoi».
«Chissà, se ce ne fosse un motivo...».
«Quale?».
Io sorridevo fingendo di non saper immaginare un motivo per alzarmi dalla mia poltrona. E allora lei propose: «Io stessa...? Io sarei un valido motivo?».
La vidi in ansia e pensai che fosse per il rischio di offrirsi: era indecisa se fare un invito che forse infine avrei accettato. Così almeno mi sembrò. O forse temeva per la sorte del suo esperimento: se, allontanatasi fino alla parete di fondo, fino alle immagini delle donne di Kafka che avevo ritagliato e incollato sul muro, e lì compiuto l'invito (che immaginava dovesse essere visibile, fatto di gesti vistosi come spogliarsi o altro di simile), la mia invalidità tuttavia non fosse stata vinta, l'insuccesso allora avrebbe riguardato la sua stessa persona.
Formulai dentro di me queste ipotesi e intanto Giulia domandò con ansietà: «Davvero potresti muoverti mentre tutti ti credono invalido?».
Si era chinata sopra di me e mi baciava slinguando con la sua lingua lunga come aveva tentato col marito, ma sempre fissa a un suo pensiero tanto che la seduzione della lingua e poi delle mani che sfioravano il mio collo in movimenti capziosi apparve meccanica come quella di un automa. «Magari, vinta una volta la tua immobilità per merito mio,  rifletté,  dopo te ne andresti in giro a tua volontà... Ti alzeresti di nascosto mentre tutti ti credono invalido. Cioè tutti tranne me. Io saprei che se vuoi...».
«Se c'è un motivo che ne valga la pena», corressi sempre in tono di scommessa.
«E quale?», tornò a chiedere ansiosa.
Dichiarai di non saperlo, e lei da civetta: «Perché mi tocchi? Se non sei malato, non devo consolarti». Ma intanto mi teneva con entrambe le mani e slinguava.
Dissi: «Tuo marito doveva uscire proprio di corsa. Teneva la sua borsa posata a terra...».
«Da qui non potevi vedere la borsa», obiettò.
«Avrò visto l'ombra sul muro. Ho pure visto a quel modo le tue gambe nude. Ma tuo marito aveva fretta...». Trattenevo a stento le risa.
Giulia osservò giustamente: «Questo non potevi vederlo nelle ombre: voglio dire la fretta di Lorenzo».
«Però le tue gambe nude sì».
Fece due giri della stanza, agitata come una che rifletta rapidamente.
«Ha sempre tanta fretta tuo marito. E perché mai?», dissi.
Assentì, ma con la testa a un altro pensiero.
Io ammiravo il movimento del suo passo lungo, risoluto (poteva sembrare) quanto quello di un militare, e debole, nevrotico come di una donna che rifletta ansiosamente sull'intera sua vita. Pensai: “Magari per  avere una donna di Kafka lo farei”. Lo dissi pure a Giulia: «Per avere una delle donne di Kafka potrei alzarmi e camminare». Ma lei non capì.
«Vuoi che sfogliamo il libro?», propose per interrompere la propria riflessione. Tuttavia era agitata quando si sedette accanto a me sul bracciolo della poltrona in bilico incrociando le gambe per sfogliare il falso libro di Kafka.
«Vedi,  dissi,  questo libro è falso».
Ma Giulia non mi credette. Un libro se esiste è vero; e c'erano le fotografie con Ottla, Dora Diamant e le altre.
Dissi: «Ti pare che Milena o Felice potessero somigliare a Eva Braun.... Oppure Ottla, che Kafka amava tanto...».
Vidi la sua diffidenza. Nessuno di loro, né lei né il marito, aveva mai considerato sul serio la mia collezione.
Aggiunsi pure: «Chissà quanti delitti hanno commesso contro il povero Franz... Hai mai visto gli occhi di Franz? Non poteva vivere con nessuna di loro».
Intanto aveva sciolto le gambe, non erano più accavallate, e sedeva un po' come sopra una bicicletta, pensai, come a cavallo di una bicicletta, comodamente e anche in posa un po' volgare, a gambe comodamente divaricate (io pensai) come in un bagno.
Colse soltanto di tutta la frase la parola “delitti” e disse: «Delitti eh... Quali delitti?».
Dev'essere pazzo, pazzo  pensava. Questa mania delle donne di carta, di Kafka!
Io proclamai: «Per una di loro potrei commettere un delitto».
Allora di nuovo un lampo l'agitò e mi sembrava che riflettesse in fretta, ansiosamente. Anzi il turbamento fu sul punto di spingerla a camminare, uno o due giri di marcia attorno alla stanza, senonché io la tenevo ancorata con le carezze da quando aveva sciolto le gambe.
«Lorenzo dice che somigli a Dora Diamant ma lo dice per compiacermi. È stata l'ultimo amore di Kafka, era bella», affermai.
Così prendemmo a rivedere le immagini di Dora e sfogliando il libro capitava il volto inammissibile di Kafka col naso lungo, la bocca sensibile, gli occhi assurdi.
«Vedeva la vita come un nulla», dissi. E poi: «Guarda qui che orecchie da topo», e Giulia rise. «Anche gli occhi sono da topo», osservò per scacciare il mistero dell'allucinazione che i suoi occhi riflettevano. Del resto non voleva distrarmi, mi sembrò, né dal movimento che facevo sulle sue gambe scavallate né dall'idea del delitto.
È pazzo, pensava a causa della mia ricerca tra le donne di Kafka. Io dissi: «È terribile che non potesse fare nulla se non negarsi».
Giulia da civetta diceva: «E tu che fai adesso?», alludendo alla mia mano che percorreva le sue gambe comodamente divaricate come sopra il sellino di una bicicletta, mentre lei era intenta a sfogliare le pagine del libro.
Dissi pure: «Non poteva vivere con nessuna delle donne che amava. E forse non le amava. Spingeva le cose con loro fino al punto decisivo, fino alla proposta di matrimonio o altre cose del genere, e allora distruggeva tutto. Sicuramente mentiva, falsificava tutto. Le sue lettere sono un cumulo di errori».
«E perché tu vorresti averne una?», mi chiese.
«Chissà...».
Ostentava sempre la sua aria maliziosa di donna che io toccavo in modo illecito poiché il marito poteva spuntare a ogni istante nel vano della porta. «Non si fa!» ammonì perfino, indicando con astuzia la mia mano.
«Tuo marito dice che hai gambe più belle di quelle di Dora Diamant», rivelai.
«E tu che ne dici?», mi soffiò addosso.
«Ma no che non somiglio a questa Dora!», disse quando arrivammo alle immagini di Dora. Era assurdo: Dora vi appariva ritratta nuda.
Ci mettemmo a cercare tra tutte le altre figure e trovavamo che ognuna aveva qualcosa di lei.
«Dunque per loro cammineresti. E per me?», chiese in tono di sfida. Non scacciava via la mia mano perché era quello il modo che aveva di consolarmi da quando per la mia invalidità non mi alzavo più dalla poltrona; intanto però alludeva al pericolo di cambiare umore e infine andarsene.
«E quale delitto dovrei fare?», domandai.
Il marito era già nel vano della porta a quel momento, naturalmente con la borsa dura da ufficio in una mano e il vestito ben composto, ed era ancora lì  s'intende  quando lei disse: «A quel topo di Kafka, per avere una sua donna o Ottla o tutte le sue tre sorelle, che cosa gli avresti fatto...? Ci sono tanti topi nel mondo con le loro donne....».
Era sempre così vaga parlando di Kafka perché non lo conosceva e così non poteva apprezzare le sue donne.
«Ma dico,  esclamai,  erano le donne di Kafka! Ti rendi conto? Mica una qualsiasi».
Giulia già rideva maliziosa e si tirava un po' indietro, indietreggiando di poco mentre stava seduta a una maniera volgare come sopra il sellino di una bicicletta, con la finzione di accomodarsi meglio, e cioè di sfuggirmi. Ma tacque ogni commento. Naturalmente doveva pensare: "É pazzo, ama donne di carta, inesistenti, morte e sepolte perlomeno, seppure sono state mai qualcosa di più che le immagini riflesse dagli occhi di topo di questo signore».
 Il marito (s'intende) era già lì, la borsa nella mano, ad ammirare il gesto della moglie pensando: “È furba, sa come fare. E lui non può eseguire che quell'unico movimento. Lo zoppo! Sta a sfogliare la sua eterna collezione di carta. Non sarà eternamente”.
Io dissi: «Le donne di uno che vedeva il nulla! Kafka con i suoi occhi vedeva il nulla. E guarda com'erano loro: proprio di carne e ossa... Si vede bene adesso com'erano in queste fotografie false nei costumi di un'Eva Braun. T'immagini una donna come Felice Bauer, l'amante di un uomo impossibile, vestita da Eva...  Ebbene, quelle sue fidanzate erano simili alla lavandaia del tribunale, lui le vedeva così...  Le amava e non poteva unirsi a nessuna di loro. Sai che la lavandaia del tribunale era l'amante dello studente e anche dei giudici?».
“È pazzo”: si vedeva dagli occhi di Giulia che pensava così. E il marito udì tutto, ma non lo vedemmo perché Giulia intanto, con la tensione di una persona seduta in bilico sopra il sellino della bicicletta, si tirava indietro per mettere alla prova la mia pazzia, e io la inseguivo.
Dissi ancora: «T'immagini la carne e il resto, e poi il nulla!».
Così, con aria di astuzia la donna retrocesse ancora in uno scatto malevolo per dimostrare che cosa semmai era il nulla.
Il marito udì chiaramente (ma noi non lo vedemmo) quando Giulia proclamò: «Un topo qualunque magari lo schiacceresti....». E io scoppiai a ridere: «Dovrei alzarmi e camminare e andare a ucciderlo. Invece posso fare solo questo movimento!».
Fu probabilmente allora che vedemmo l'ombra di Lorenzo, voglio dire la figura nera con la borsa nera nel vano della porta. Controluce il suo viso era scuro. Dapprima Giulia non smise di gongolare per la simulazione che eseguiva di ritrarsi all'indietro a dispetto, con le gambe distese d'altronde in modo opportuno come se si tenesse in bilico coi piedi a terra dal sellino di una bicicletta. Insomma ci fu un ritardo tra il momento in cui lo vide e il momento in cui si alzò. Strano come subito intuimmo che l'altro aveva ascoltato il nostro colloquio. Allora Lorenzo venne avanti senza lasciare la borsa: nell'ombra aveva l'aspetto di un vendicatore.
«Che fai? , gli gridò Giulia ma senza spavento, senza inflessione di spavento nella voce.  Era per la casa. La casa del topo, il topo è lui. Non può muoversi, può fare soltanto quel movimento, lo sai. È un topo in trappola».
Mi sembrò che Lorenzo ridesse, forse in modo sinistro. Passo dopo passo mi avevano spinto in un angolo della casa, quasi un muro cieco avanzasse sbarrandomi la strada verso il resto delle stanze, e adesso volevano buttarmi fuori.
Vidi Giulia che si appoggiava a Lorenzo con gesto di alleanza, lo stesso gesto che le due ombre compivano sul muro del corridoio. Mi piacque la sua figura in piedi, gambe (che conoscevo) un po' divaricate per tenersi in equilibrio, mentre guardava con fiducia femminile il marito come si guarda il proprio killer, l'esecutore materiale dei propri ordini, anche viziandolo un poco con l'idea di quel compito che gli assegnava e che lui avrebbe eseguito di buon grado. Oppure si appoggiava a Lorenzo (a un tratto mi balenò) come si mette la mano sulla vittima un attimo prima del complotto, come Bruto sulla toga di Cesare, e sempre c'era quell'abilità di piegarlo mediante l'insulsa gioia di lui di farsi ammirare. Ecco che, se ero capace di camminare, dovevo salire a sorprenderli nel sonno: l'invito era questo.
Allora decisi di alzarmi quella notte e di salire nella mia camera da letto di un tempo che ora Giulia e il marito occupavano, rischiando di cadere dalle scale per colpa del mio passo malfermo o di essere buttato giù se invece Lorenzo era sveglio e se la moglie l'aveva avvertito. Ero certo che lei sapesse che potevo camminare. La caduta accidentale di uno zoppo che si ostini ad alzarsi contro il proprio interesse, oppure il delitto impossibile di un paralitico.
«Non può muoversi, è zoppo», ripeté Giulia. Vidi che smorfiava con un certo disprezzo verso di me, come accadeva una volta.
Se fossi salito al piano superiore col suono della mia gamba claudicante, Lorenzo mi avrebbe spinto giù dalle scale senza difficoltà e senza colpa. A meno che non si fosse addormentato sicuro della mia invalidità, e certamente un paralitico non può buttare giù dalle scale un marito ubriaco, non può essere accusato se il marito è ubriaco, né la moglie incolpata se un marito si alza di notte per precipitare in fondo alle scale.
Richiusi il libro sulle mie gambe. Giulia si stringeva sempre al suo uomo aizzandolo contro di me, ma intanto mi fissava con sguardo invitante.
Era convinta di poter compiere il miracolo di farmi alzare e camminare. Se bastava per questo perfino una donna di carta... Piano soffiò all'orecchio del marito col disprezzo di un tempo. «È un paralitico. Se provasse a muoversi, cadrebbe. Sai che voglio dire...». Gli parlava come se io non la udissi. Mi tornarono in mente i gesti affannosi delle due ombre allacciate nel corridoio che avevo spiato da dietro la porta. Udii pure (ma di questa frase che bisbigliava ormai con suono impercettibile non sono sicuro): «Se solo tentasse di camminare, lo zoppo verrebbe su in camera nostra a sorprenderci nel sonno, e allora tu...».
Davvero troverò la forza di alzarmi e di salire, e di trascinare il peso del corpo di Lorenzo fino alle scale? Il peso morto dopo di averlo colpito nel mio letto coniugale, se dorme sicuro tra le braccia della moglie, ubriaco perché lei lo ha persuaso che non potrei muovermi neppure se m'invitasse una donna di Kafka, “Sai, le donne che ama tanto. Figurarsi una donna di carne!”.
Disse: «Non può fare che questo, ammirare le donne di un libro!». E lui rise. O ghignava sinistro: non so, nell'ombra non era possibile capire. Intuii che gli piaceva quella provocazione che la moglie aveva eseguito. Lui stesso l'aveva autorizzata. Come stanare altrimenti un padrone di casa dal suo covo di carte? Certo che le gambe di Giulia erano più belle di quelle delle donne di Kafka. Del resto queste avevano tutte qualche strana somiglianza con Giulia. Ma dove mai Lorenzo aveva pescato quel libro?
«È anche pazzo , disse la moglie.  Crede che il tuo libro non esista perché quelle non si sarebbero mai prestate a farsi ritrarre in certe pose, dice, o in certi abbigliamenti. Delle donne come le altre, capisci?».
Lorenzo ghignò soddisfatto. Nella penombra non poteva vedere l'invito di Giulia, come non si vede il nulla che Franz avvistava, I'orrore riflesso dai suoi occhi. Come un ubriaco non vede una figura che lo minaccia né sente il suono esatto delle parole, mi ripetei.
A causa dell'ombra incombente non potei scorgere le foglie gialle che cadevano nel giardino dilatato. Questo mi era sempre piaciuto come l'angolo più vero della mia proprietà. Lorenzo non l'ha mai notato mentre lo attraversava con la sua rigida borsa dopo che mi aveva appena lasciata la moglie giustificandosi con la ragione che doveva aiutarmi se la casa apparteneva ormai a un paralitico che non aveva modo di usarla. Continuai a intravvedere, invece, nel buio, l'ammicco di Giulia. Più tardi mi sarei alzato a fatica, vincendo la resistenza mi dissi, l'inerzia delle gambe, ma certo.... mi sarebbe riuscito. Se ne andarono, due ombre abbracciate. Come lo ha ingannato, pensai; come lo ha chiuso bene nel suo nodo.
Anche Franz nell'oscurità aveva occhi ciechi. E le sue donne si erano dileguate, ingannevoli e illusorie quanto apparivano nelle figure del libro. Oppure esisteva soltanto il libro, il falso libro che contemplavo, coi suoi segnali indecifrabili.
Non possedevo che sintomi. Il delitto della notte restava un enigma.
 
 
 
 
 
 
 
 
IL MUSEO DI TRENTA PIANI
(Ritratto inmaginario di Andy Warhol)
 
 
 
La collezione fu messa all'asta in una serie di giornate. Riempiva interamente un palazzo di trenta piani: il defunto lo aveva acquistato in una zona costosa della città col fine di collocarvi la sua raccolta. Si trattava di un accumulo di oggetti svariati che non fu possibile catalogare a causa del disordine nel quale erano disposti. Accostamenti casuali ponevano l'uno accanto all'altro pezzi rinvenuti nei luoghi più disparati e giorno dopo giorno secondo le occasioni del momento, con l'unico intento apparente di documentare tutto il possibile.
L'attività di collezionista (se si può definire così un tale esercizio caotico) si era svolta lungo l'arco di parecchi decenni, e perciò gli oggetti portavano tracce di mode diverse. Ma nella collocazione non si era seguito un criterio cronologico, e pertanto la disparità merceologica non era affatto compensata da considerazioni di contemporaneità. Per consentire lo svolgimento dell'asta si provvide a una sommaria schedatura.
Andreas era morto all'improvviso, a un'età in cui poteva presumere di avere ancora dinanzi a sé un consistente futuro, e al sommo della sua fortuna. Probabilmente, se fosse vissuto, avrebbe proseguito - e con mezzi esorbitanti - la collezione, addentrandosi ancora di più in quell'accumulo indecifrabile.
Ciò che stupì fu l'indifferenza di psicoanalisti e psichiatri alla raccolta dell'artista. In qualche modo fu considerata un innocuo divertimento, una mania come le tante altre a cui gli uomini dedicano il loro tempo libero, per esempio il footing o la ricerca di edizioni rare. Si disse: Ecco come spendeva le sue enormi ricchezze. Si notò pure: Non avrebbe mai potuto rimettere ordine tra tante cose senza una fatica immane, senza occupare interamente tutto il tempo che gli rimaneva. O anche: Non era più in grado di utilizzare in alcun modo questa enorme quantità di cose.
L'inutilità della collezione - o meglio, quell'impedimento a fruirne che essa stessa generava - apparve l'aspetto più vistoso. Ne risultava liquidata la fatica di Andreas. C'era stato un eccesso imprudente, sconsiderato - appunto un andare oltre la misura della fruibilità - e questo aveva distrutto, per così dire, la ciclopica costruzione dell'artista.
Il palazzo era stato acquistato a un prezzo elevato. Fu facile dedurne un progetto consapevole di Andreas. Le sue dimensioni (trenta piani sebbene poco estesi) indicavano che fin dall'inizio egli aveva l'idea della dismisura che la raccolta avrebbe assunto. Si poteva dunque dire che non si fosse trovato costretto nel corso della sua impresa in una esorbitanza numerica che non aveva previsto, quasi avanzando a caso o alla cieca nel suo vizio; invece dal principio aveva pensato a una sede appropriata, che tuttavia si dimostrava già insufficiente. La quantità degli oggetti raccolti era appena contenibile nel palazzo al momento della morte. Fosse vissuto ancora, avrebbe dovuto provvedere in altro modo a dare ricetto alla crescita ulteriore del suo museo.
Vi figuravano vistosi e mostruosi pezzi di effimera plastica che nessuno avrebbe pensato di conservare all'epoca in cui furono prodotti, escludendone una durata oltre la moda momentanea. Si poteva immaginare Andreas accaparrarseli con occhio sicuro alla maniera di un archeologo che agisse in anticipo. In breve tempo quasi tutti questi pezzi di una materia irritante erano scomparsi dalla circolazione lasciando il posto ad altri di una durata altrettanto istantanea.
Hangar, magazzini, piccoli mercati domenicali, vecchi negozi decaduti erano i luoghi ch'egli frequentava più assiduamente e i primi che lo interessassero in una nuova città. Una volta aveva percorso chilometri in una allucinata città portuale per ritrovare un deposito di cose vecchie dietro una vaga informazione che risultò poi inesatta almeno perché il deposito era chiuso a causa della giornata festiva.
Probabilmente in quell'interno rimasto vietato alla sua indagine esisteva una sezione del mondo che sarebbe andata ineluttabilmente perduta. L'episodio dovette apparirgli sotto questa forma: rinunciava ad aprire una finestra sull'ignoto a causa di una porta sprangata.
Comunque non si dette quasi importanza all'insieme della collezione e prestissimo venne dispersa, oggetto dopo oggetto.
La raccolta conteneva anche esemplari completamente estranei ai gusti di Andreas: per esempio indumenti femminili. Un'analisi sistematica avrebbe potuto rilevare la frequenza di certe classi di prodotti. Basandosi sul catalogo redatto per l'asta (ma su molti punti in base a indicazioni di massima quali "una cassa piena di ..." ecc.) sembrerebbe che le scarpe fossero tra i più ricercati. Andreas doveva averne messo insieme una quantità veramente esagerata. Sarebbe stato opportuno esaminarle una per una e comparativamente. Per esempio, in numero piu cospicuo pare vi comparissero le scarpe di bambino e quelle femminili. Ora, Andreas non aveva interesse né ai bambini né alle donne. Inoltre risultano presenti di preferenza le scarpe usate, che probabilmente egli comprava in mercatini a due soldi. Le tracce di una vita individuale impresse su questi effetti così personali (l'usura di un tacco, il vizio del passo alla caviglia, la deformità dell'alluce, ecc.) spiegano qualcosa? Leggendo l'inventario compilato piano per piano si deduceva che le scarpe erano state gettate un po' dappertutto e dunque fin dall'inizio della collezione che risaliva al principio degli Anni Cinquanta. Andreas aveva avuto chiaroveggenza sulle proprie manie.
I pezzi venivano raccolti anche dalla strada dove erano stati abbandonati come in discariche occasionali e comode oppure come se si trattasse di corpi compromettenti, alla maniera in cui un criminale si disfa di una prova del reato. Questo non era soltanto il caso di scarpe o altri indumenti (le scarpe allora potevano far pensare a una donna uccisa o a un bambino sequestrato), ma pure di vecchie poltrone sfondate, di tavoli in metallo o plastica, di elettrodomestici in disuso. Più tardi, ma soltanto molto più tardi, gli arredatori cominciarono a riciclare vecchi frigoriferi o televisori in bianco e nero come mobili di pregio, magari verniciandoli di colori sgargianti al modo di arredi post-moderni. Ma quando Andreas aveva preso a salvare con lo scrupolo di un archeologo esemplari ritenuti privi di ogni valore, non c'era una sola casa di lusso che avrebbe accolto testimonianze così passeggere.
Andreas aveva applicato qualche volta un cartellino agli oggetti trovati in strada indicando data e luogo. Non era difficile pensare in questi casi a una versione estrema dell'objet trouvé di certa arte d'avanguardia. Le cose recuperate recavano in sé anche i gesti con i quali i loro proprietari se ne erano disfatti e congetture possibili sui moventi per i quali essi avevano agito, dato che non sempre erano in un tale stato di disfacimento che ne giustificasse l'abbandono. Per esempio certe scarpe femminili erano ancora usabili e belle: così si poteva pensare a un assassino che le avesse abbandonate oppure a una donna che gettasse via tutti i regali ricevuti da un amante dal quale si era allontanata, o altro ancora. Erano come le siringhe o quei panni intrisi di sangue che venivano lasciati nei medesimi posti dove egli raccoglieva gli indumenti usati: tutti con una storia personale e forse terribilmente dolorosa quanto effimera. Chi avrebbe ricordato una donna per l'abito che aveva indossato e buttato via? E chi la disperazione di un rito notturno di droga dalla siringa macchiata di rosso?
 
 
Andreas aveva girato dei fılm che riprendevano, a camera ferma, le intimità tra due uomini in un interno. Lo scenario persisteva fisso (un divano), l'occhio non cambiava di posto. I due attori interpretavano per tutto il tempo un unico atto sessuale, senza varianti nel repertorio dei gesti come accade invece per il cinema a luci rosse.
L'artista non si era mai legato a nessuno. Magro, pallido, spiritato, con un ciuffo biondo sulla fronte e il viso di un ragazzo avvizzito, esibiva il vizio senza dissolutezza, piuttosto come un modo naturale di essere, lo sguardo acuto privo di ogni espressione particolare o di un qualsiasi stato identificabile. Presto la sua figura era diventata parte del magazzino di immagini più note dell'uomo contemporaneo. Proprio come certi oggetti che raccoglieva con maniacalità sistematica e altri a cui egli stesso aveva conferito la qualità di segnali del tempo (fotografie di attrici, scatolette di bevande o di cibi, donne fissate nella disperazione del pianto), l'artista si era a sua volta trasformato in un emblema di uso corrente, alla portata di tutti. La sua faccia, alla pari di quella di Marilyn Monroe che aveva ripreso con ripetizione infinita, era in voga presso ogni ceto sociale ma anche tra chi non avrebbe saputo dire a chi appartenesse. Si ritrovava negli sgabuzzini maleodoranti delle portinerie, nelle stanze dei giovani hippies, negli arredamenti alla moda, perfino stampata sulle magliette dei concerti rock. Quando andava in una città a presentare i suoi film erotici spesso di spericolata e incomprensibile avanguardia, folle di spettatori accorrevano per constatare l'identità della sua fisionomia già vista sui posters. Aveva ormai la stessa volatile essenza di un segno della memoria che possedevano gli oggetti della sua collezione.
Questa appariva immensa, disordinata, casuale, impercorribile. Aperto il portone del palazzo si accedeva a un regno confuso - vero dominio del caos primordiale, sebbene composto interamente di oggetti umani prodotti dall'industria al termine di un lungo percorso storico: ciascuno di essi era stato fabbricato consapevolmente con un nome di riconoscimento, e in una data precisa, perfino con finalità esatte. Ma ora la datazione era ricavabile soltanto da analogie e associazioni del tipo di queste: una forma così fatta presuppone il gusto del tale periodo; oppure: ricordo che quando fu immesso sul mercato io andai in vacanza nel tale posto, dunque doveva essere il tale anno.
I nomi poi risultavano completamente dimenticati, proprio come succede alla generazione appena passata di defunti. Le ragioni per le quali le cose erano state disegnate in un modo piuttosto che in un altro erano ormai incomprensibili (per esempio, perché questa sedia a forma di una grande mano di plastica?). Né possedevano più alcun senso o alcuna importanza gli umori che avevano accompagnato la comparsa di un nuovo oggetto (ironia, entusiasmo, gioco), e così pure i discorsi razionali con i quali si era tentato di giustificarne l'invenzione. Nessuno si sarebbe sobbarcato a capire perché un tavolo di cristallo dovesse essere sostenuto da una donna di plastica a grandezza naturale disposta a quattro zampe, in verità in posa anche un po' indecente. Degli eroi già reclamizzati con tutte le frasi possibili, i nuovi giovani non tenevano alcun conto; alcuni erano stati rimossi con vituperio dai loro piedistalli, altri erano caduti spontaneamente nell'anonimato ed erano ormai non più che una barba e un fez di guerrigliero. Probabile pure che Marilyn fosse adorata in carne e ossa, con desiderio reale, nonostante la dissoluzione totale nella quale era caduta.
Segnali senza data, sintomi oscuri, figure anonime si sommavano nel magazzino a trenta piani ormai saturo, dove gli esecutori testamentari si affrettarono a fare piazza pulita. Uno studio accurato avrebbe potuto invece fornire la ricostruzione della storia di Andreas. Ma gli psicoanalisti considerarono quel grande emporio tutt'al più un vizio, un'abitudine perversa di riempire domeniche vuote e ore morte della giornata percorrendo strade di periferia, depositi sui fiumi che si rivelavano vere e proprie topaie, minimi bugigattoli di rigattieri, scarichi di immondizie in angoli quieti della città, e poi negozi di bigiotteria e di moda, e mercatini rionali delle pulci, fiere periodiche, gallerie d'arte in voga o in disuso - e tutto anche alla ricerca forse di equivoci incontri. Accadeva specialmente nelle ore in cui la luce si affievoliva, verso il crepuscolo, quando egli era più vulnerabile al vuoto e al caos. Reperire documenti con un moto infinito sembrava dare qualche soddisfazione al caos, come in un inventario che almeno tenda alla completezza seppure senza mai avvicinarsi al fine.
Ma si volle vedere soltanto la sazietà di un uomo viziato, arricchito, anche depravato. La dissolutezza e il cinismo gli vennero imputati quale vero movente di questo maniacale sperpero che era la sua collezione. Se un mondo è infrequentabile, impercorribile, incatalogabile, quanto si rivelò subito il museo trenta piani colmato fino all'inverosimile di cose fuori uso e anche scadenti, a conservarlo non si fa che uno spreco. Andreas vi si sarebbe lasciato andare per un capriccio, e all'origine di un tale puntiglio sarebbero il lusso e la lussuria.
In effetti, un passo dopo l'altro, egli si addentrava nel proprio labirinto. E’ quello che non si è voluto guardare. Il labirinto era fatto di moti labili, in numero interminabile. A ogni istante Andreas ne registrava uno. Poi subito ne perdeva la memoria delle ragioni e perfino del nome. Spesso erano eventi o impulsi brutti quanto certi stravaganti oggetti di plastica colorati con eccesso, ma lui doveva tenerne conto, occupavano il suo spazio interno e poi li inseguiva per non smarrirli del tutto. Un caos informe regnava dappertutto. Più che mettervi ordine Andreas agiva tentando di fissare tutto il possibile; ma in questo stesso modo creava le condizioni dell'accumulo e dell'indecifrabilità. Possedere troppi segni equivaleva a renderli infruibili.
Fu probabilmente a imitazione e sotto l'impulso di questo movimento interno che prese a raccogliere la collezione del suo palazzo a trenta piani, esattamente come se accumulasse le prove materiali (le cose erano soltanto questo, prove materiali) dell'inesauribile sregolatezza vitale contenuta nel suo labirinto invisibile. In fondo quei moti, quegli impulsi personali si erano prodotti in coincidenza con le cose di materia che raccoglieva, e dunque queste copie non erano arbitrarie. La comparsa di una sedia, una bottiglia di Coca-Cola, I'immagine fotografica di Jacqueline Kennedy pubblicata sui giornali, la faccia gialla e rotonda di Mao Tze Tung dopo la celebre nuotata dimostrativa, un fiore che l'artista aveva colto un giorno, figure di travestiti awistate in certi quartieri - e insomma tanti avvenimenti pietrificati in oggetti - segnavano mediante profonde corrispondenze le labili apparizioni dell'altra sua soffitta, quella interiore. Andreas stava stendendo un catalogo generale dei fatti awenuti. Ma così si disperdeva in una quantità superlativa e impraticabile.
La sua malinconia, I'indifferenza del suo occhio acuto erano state il frutto di questo pervicace inoltrarsi. Se fosse vissuto ancora, si sarebbe presto trovato sommerso da un'onda oceanica.
All'asta le vecchie scarpe da donna toccarono quotazioni irrisorie e spesso rimasero invendute. Erano troppo anonime. L'essere passate per le mani di Andreas (del resto nell'intervallo brevissimo di tempo necessario ad afferrarle e gettarle in un angolo del suo insaziabile edificio) non conferiva loro un valore. Forse un paio nominativo appartenuto ad Andreas stesso o a un'attricetta un po' nota avrebbe acquisito un suo prezzo. Ma la paccottiglia ammucchiata nell'immenso immondezzaio del mondo non recava in più del suo niente null'altro che l'effimero e incomprensibile gesto di Andreas. Calzature sformate dai piedi che vi avevano camminato non segnalavano in alcuna misura la vicenda che eventualmente Andreas vi aveva presupposto nell'atto di recuperarle. Per le scarpe di bambini può darsi che lui pensasse alla propria infanzia, e niente esiste di più personale e inconsistente di questa. Senza dire che la ripetibilità delle cose, la loro moltiplicabilità all'infinito svuotava ancora di più di valore ogni singolo esemplare, come avverrebbe per la fotocopia di un volto.
Forse Andreas aveva tentato inutilmente di salvare dal baratro proprio i singoli esemplari, non il tutto ma invece quella effimera creazione che era ogni individuo. Egli stesso era composto di eventi singolari, però tanti - troppi e fragili. Agli amici naturalmente parlava di mania di collezionismo. Ma già correvano voci sull'assoluta mancanza di pregio delle migliaia di oggetti del palazzo di trenta piani - vera spazzatura del mondo. L'insieme era demenziale, a parere di molti; ed è risaputo che egli spendeva una fortuna per questa raccolta, pagando cifre molto alte in cambio di qualche pezzo soltanto perché la sua faccia era ormai universalmente nota e il mercante ne approfittava.
Per esempio gli indumenti femminili non erano certamente per lui oggetti di affezione, dunque non avrebbe dovuto collezionarli. Invece la raccolta ne conteneva di ogni foggia. Solo l'esplorazione metodica che perseguiva tra i segni dell'esistente poteva giustificare un interesse a simboli ai quali si sentiva così refrattario. La sua era insomma una "scrittura dell'esistente". Uno psicoanalista avrebbe dovuto almeno mettervi le mani.
Come artista era noto per le azioni scandalose. Quei film in cui due uomini si producevano in un lungo accoppiamento in tempo reale, senza variazioni di pose, di gesti, di punti di osservazione, ne avevano creato la fama più di ogni altra opera. Poi era seguito lo "scandalo" di ripetere in serie un'immagine pubblicitaria o un famoso personaggio. Quindi la sua stessa persona emaciata, pallida era stata venduta quale emblema del vizio e forse del disordine mentale che segue il vizio. Egli aveva pagato - si diceva - un prezzo molto alto alla notorietà. Diventato ricco si era abbandonato a quel delirio di oggetti insensati racchiusi oltre il limite dell'inverosimile nel suo museo vertiginoso. Se fosse vissuto ancora, avrebbe dovuto elevare di altri trecento piani l'edificio. La morte era arrivata opportuna a frenare questa crescita.
Come in una schedatura universale aveva tentato di salvarsi provvisoriamente attraverso il vizio dell'accumulo, girando film che rivelavano la stanza troppo privata di un amore gay, moltiplicando inutilmente le etichette già troppo note della pubblicità e infine raccogliendo ogni cosa. Poi il marasma degli eventi infiniti riprendeva il sopravvento ogni volta. Dall'archivio, dal tentativo disperato di una testimonianza rinasceva il caos. Non si sfugge all'immensa dispersione delle cose. Nemmeno contarle può servire.
 
 
(due racconti dal volume: Angelo Mainardi, Le donne di Kafka, 1993, Shakespeare & Company)
 
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