PAUL VERLAINE
UN CUORE DOPPIO
 
 
Figlio unico, privato della nascita di una sorella, che riteneva un legame affettivo essenziale tanto da definire in «Nocturne parisien» l’uomo una «specie di Oreste a cui manchi un’Elettra», Paul Verlaine, aiutato dal caso,  se ne costruì una, alla maniera di Pigmalione. Una quasi sorella - figura ambivalente che, in tutto simile per consanguineità e intimità di vita a una sorella, gli offrisse tuttavia la possibilità di amarla in modo lecito. Otto anni prima ch’egli nascesse, una zia materna era morta nel dare alla luce una bambina chiamata Elisa, che, sottratta al padre alcolista, venne affidata alla madre di Paul. La nascita avvenne nel 1836, quando la donna, sposata da cinque, temeva ormai di non poter procreare; e difatti dovette aspettare il 1844 per avere un figlio, dopo dodici anni di tentativi coniugali frustrati.
Paul scriverà di questa cugina: «Ho sempre avuto per lei l’affetto di un giovane fratello e lei mi amava teneramente». In effetti il rapporto tra i due fu più stretto e profondo, e più tardi, quando lei aveva già contratto un matrimonio d’interesse, Paul tentò di  trasformarlo in una relazione di amanti, a cui Elisa sembrò dapprima propensa. Era stata la cugina a invitare il poeta ventenne nella sua casa a Lécluse durante l’estate 1863, e qui si lasciò coinvolgere nelle sue confidenze cariche di angosce e di sogni di gloria letteraria. Verlaine chiamò questo periodo una «bella follia», ricordandolo con i versi:
 
    Nous étions seul à seule et marchions en rêvant,
    Elle et moi, les cheveux et la pensée au vent.
 
Già madre di due bambine, Elisa, se in un primo momento fu trascinata dall’esaltazione del giovane, presto si rese conto dei rischi per la propria reputazione e si sottrasse a una relazione pericolosa. Paul, per il quale gli scrupoli della cugina erano un «odioso incubo», cadde nella disperazione. Vorrei - scrisse - che non mi si parlasse più dell’Amore, questa «vecchia ironia». Sarà anche l’inizio di quella malinconia, di quel «dolore profondo» che impronterà tutta la sua poesia, facendo pesare sul suo animo la convinzione della condanna a un «avvenire solitario e fatale». Il trauma non sarebbe stato così esiziale se Paul non fosse stato immerso fin dall’infanzia nelle chimere di impulsi amorosi per la «sorella» maggiore, a cui lo strappava adesso la delusione prodotta dalla prudenza di lei.
La storia doveva avere un finale tragico.  Tornato a Lécluse tre anni dopo, nel 1866, col manoscritto già completo dei Poèmes saturniens, di cui Elisa si offrì di pagare  la stampa, Paul ripetè il tentativo di seduzione. E di nuovo fu respinto dalla cugina, appena uscita da un aborto, che sarebbe stato l’origine della sua morte un anno dopo. L’abuso di morfina, che il medico le aveva prescritto per alleviare le sue sofferenze, produsse gravi disordini cardiaci. Una sera, mentre cantava, ebbe una sincope. Pochi giorni dopo, quando Paul accorse a Lécluse chiamato d’urgenza, la trovò morta.
Il dolore di questa perdita ebbe conseguenze smisurate per Verlaine, che si abbandonò alla tentazione di un suicidio e poi si assuefece all’abuso dell’assenzio. La sua psiche ne fu definitivamente turbata, così da intonarsi per sempre su quello smarrimento nostalgico, su quel timore panico dell’assenza e della solitudine, che generano il colore evanescente e accorato della sua poesia. Una tristezza malata a cui egli era incline si era radicata nel ricordo incancellabile della «sorella» perduta.  Il «languore» sarà da allora la parola-chiave del suo dizionario psichico e poetico.
 
L’attaccamento fraterno di Paul a Elisa rivela presto due cose: la sua paura dell’altro, e l’incertezza delle sue scelte sessuali. Durante l’adolescenza, Verlaine si sente «separato dalle donne da un abisso», come testimonia il suo amico Lepelletier; e del resto manifesta un interesse eccessivo per i suoi compagni di classe. Dinanzi a questo enigma della propria identità, Verlaine svilupperà un senso di colpa, dal quale troverà rifugio appunto nel sentimento per la «sorella», poiché la cugina Elisa, nonostante l’insistenza sul desiderio, è l’oggetto di un amore ideale, epurato dagli impulsi terreni, è l’altro temine di una fusione spirituale dalla quale resta assente ogni differenziazione sessuale. «Anime sorelle», i due provano «la dolcezza puerile di camminare lontano dalle donne e dagli uomini», come il poeta scrive nelle sue Confessioni. Verlaine chiamerà Elisa «una piccola madre», più vicina ancora a lui della grande madre. Egli ricorre a lei nel tentativo di preservare per sempre il paradiso dell’infanzia; ma il suo sentimento è ambiguo, duplice. «Mia cugina Elisa, quasi una sorella maggiore, meglio che una sorella», così si esprimerà nel  ricordare «il giorno spaventoso» che lo ha privato del «dolce aiuto» in cui si rifugiava contro il dolore. Ma alla tenerezza e fedeltà di sorella si unisce indissolubile la figura della sposa. Perché possa contare eternamente sull’intimità fraterna, egli deve presupporre un sentimento di amore. Viene alla mente già il «mia sorella, mia sposa» di Rilke per Lou Andreas-Salomé. Quando più tardi, dopo una breve illusione, Paul Verlaine si scoprirà deluso dalla realtà della sua compagna Mathilde Mauté, ciò che le rimprovererà sarà  di essere una «fredda sorella», di non essere all’altezza del suo sentimento sororale. I suoi occhi, scriverà,  «hanno preso un tono di fiele», e la chiamerà «lamentable sœur qui nous fait mal à voir».
 
In questa ricerca di una comunione di anime sorelle si colloca anche l’incontro, nel 1871, con Arthur Rimbaud, allora diciassettenne. I dieci anni che lo dividono da lui si rovesciano subito in Verlaine in un rapporto debitore: il poeta adolescente si trasforma nel fratello maggiore. Verlaine ne è affascinato e gli chiede di proteggerlo e di infondergli fiducia. Nel poema Une saison en enfer, lo sposo infernale - Arthur - avrà il ruolo di «giovane madre» e di «sorella amata»; Paul sarà la vierge folle. I ruoli tuttavia restano incerti o, meglio, si duplicano. Michel Butor, in Improvisations sur Rimbaud (Parigi 1889) ritiene che non sia possibile stabilire in maniera definitiva «chi sia lo sposo, chi la sposa». Se per Rimbaud è Verlaine a dover essere l’iniziatore e il maestro, poi l’allievo deluso assume una statura gigantesca.  L’oscillazione continuerà in Verlaine fino alla fine. Nota Butor: «Nei Poètes maudits, il commento delle Chercheuses des poux cerca di evocare il Rimbaud femminile (lamartiniano, raciniano, virgiliano) con la sua “vaporosità di fattura” e il suo “fascino fragile”. Nel paragrafo successivo si parla dell’”impero della Forza splendente dove il mago ci invita con il suo Bateau ivre”». Ma il sogno di una identificazione totale tra esistenza e poesia, che è la scommessa del poeta adolescente, se dapprima tenta Verlaine, non reggerà alla prova dei fatti.  Presto la divergenza tra i due si fa insuperabile - con Verlaine che aspira a  tornare al paradiso perduto della sua infanzia ed è preso da panico di fronte all’azzardo dell’ignoto, e Rimbaud che propone l’avventura prometeica e infernale di un avvenire inesplorato. Paul diventerà per il poeta delle Illuminations un «pitoyable frère» che di notte urla «son songe de chagrin idiot», il suo sogno di tristezza idiota. La separazione, dopo le agitate vicende della loro relazione, diventerà inevitabile.
Era stato Rimbaud a prendere l’iniziativa di scrivere, su suggerimento dell’amico Auguste Bretagne, una lettera a Verlaine inviandogli alcuni suoi versi, dopo l’analogo tentativo fallito col celebre poeta parnassiano Théodore de Banville. Verlaine ne fu  entusiasta e invitò il giovane a Parigi, dove lo impose all’attenzione degli altri letterati. A ventisette anni Paul Verlaine si era già conquistato un posto nel mondo letterario parigino, con la pubblicazione dei Poèmes saturniens e delle Fêtes galantes. Un anno prima aveva sposato la diciassettenne Mathilde Mauté, aveva abbandonato gli eccessi alcolici e lavorava all’Hôtel de Ville, il municipio di Parigi. La capitale era stata appena sconvolta dai moti della Comune, scoppiati in seguito alla sconfitta di Sedan nella guerra contro la Prussia e alla destituzione di Napoleone III, e repressi duramente nel sangue, con l’uccisione di 40.mila comunardi durante quella che fu chiamata la «semaine sanglante».
Rimbaud portava con sé, all’arrivo a Parigi, il suo grande testo poetico Le bateau ivre e aveva già definito la sua poetica  nella famosa lettera del Veggente, inviata poi a Paul Demeny, nella quale sosteneva la «ragionata sregolatezza di tutti i sensi». Alla lettura in pubblico il poema fu accolto come l’opera di un genio. Ma le sue intemperanze, gli scatti di violenza, infine il ferimento del fotografo Ètienne Carjat che lo aveva allontanato di forza da una riunione letteraria dopo che Arthur aveva commentato due volte con la parola Merde i versi di un poeta, finirono per emarginarlo dalla società dei letterati. Fu un prezzo che pagò per tutta la vita.
Mathilde, allora incinta, concepì subito una forte gelosia per Rimbaud, tanto da convincere il marito ad allontanarlo da casa Mauté, dove le scene di violenza tra i due coniugi erano sempre più frequenti. Quando, durante un secondo soggiorno parigino, dopo un periodo di abbrutimento nell’assenzio, Rimbaud decise di porre termine a quella sua esistenza e andò ad annunciare a Verlaine la sua partenza definitiva, i due fuggirono insieme a Londra, nel settembre 1872. La città li incuriosì in tutti i suoi aspetti, dalla nuova metropolitana alla National Gallery, al museo delle cere.  Ci furono poi le pratiche di divorzio avviate da Mathilde, le separazioni momentanee dei due poeti, i loro nuovi soggiorni londinesi, i contrasti sempre più violenti, fino alla famosa scena dei tre colpi di pistola sparati in una stanza d’albergo di Bruxelles da Verlaine che ferisce l’amico al polso. Seguirà il processo durante il quale, dal racconto di un teste, verrà fuori la verità sul legame tra Paul e Arthur. La condanna per Verlaine è a due anni di reclusione nel carcere di Bruxelles.
Verlaine conserverà sempre l’ammirazione per Rimbaud poeta, e di lui scriverà nel 1888:  «Non era né il Diavolo né il Buon Dio, era Arthur Rimbaud, cioè un grandissimo poeta, assolutamente originale, di un sapore unico, prodigioso linguista […]   la cui vita è tutta rivolta in avanti nella luce e nella forza, bella per la sua logica e per la sua unità come la sua opera».  A Verlaine si deve, nonostante le difficoltà di ogni genere incontrate, la prima edizione dell’opera completa di Rimbaud col titolo Poésies complètes, presso l’editore Vanier, nel novembre 1895, tre mesi prima della sua morte, e quattro anni dopo la scomparsa di Arthur, ignorato e dimenticato dal mondo letterario. E questa è davvero una data importante per la poesia moderna. Altri parleranno del poeta dalla vita avventurosa e tragica nei modi più vari: «pubertà perversa e superba» dirà Mallarmé, «meraviglioso ragazzaccio»  (Philippe Soupault), «ribelle incarnato» (Henry Miller), «mostro di purezza» (Jacques Rivière).
Resta che il legame interrotto non si spezzò. Verlaine continuò a viverlo in quell’ambigua chiave fraterna tra sensualità e fusione spirituale, che era dall’inizio il marchio della sua affettività, segnato indelebilmente sulla sua persona dall’amore per la sorella Elisa. Più tardi, consumata la separazione da Mathilde, tenterà di nuovo di realizzare il miraggio dell’unità fraterna  con uno dei suoi allievi, Lucien Létinois, anche lui come Rimbaud di diciassette anni all’epoca del loro incontro, nel 1877. Faranno un viaggio insieme in Inghilterra, che prende l’apparenza di una rivincita su quello compiuto con Arthur, e si accaseranno insieme in campagna.  Ma anche qui, come a ripetere il destino di Elisa, il giovane compagno morirà all’improvviso, di tifo, nel 1893.  J’étais toi, ero te - così il poeta sanzionerà la sua ricerca di totale unità con l’altro. Per tutta la vita aveva cercato di abolire ogni distanza dalla persona amata. Era l’unica possibilità per lui di concepire l’amore, come identità perfetta, garantita dalla costanza dei legami fraterni. Una simbiosi totale, nella solitudine più profonda, da paradiso terrestre o d’infanzia, dove scompaiono le differenze e gli stessi impulsi sessuali possono essere ignorati.
 
         Plus de désirs fiévreux, plus d’élans énervants,
        On est des frères et des sœurs et des enfants
        [............]                  enfin on cesse
        De vivre et de sentir pour s’aimer au-delà...
 
Rifiutando l’alterità, il poeta celebra un «godimento del nulla migliore di ogni pienezza».  Non elaborando il lutto, il taglio da un legame impossibile, a ogni esperienza ripeterà quelle passate, così che tutte le figure amate - la sorella maggiore, il poeta adolescente, la moglie, il giovane allievo - si sovrappongono con una permanenza eterna nel tempo. Tutto resta immobile nella sua psiche, e perfino la moglie odiata è rimpianta quando risposandosi si macchia per il poeta di tradimento. Il risultato è una condizione di malinconia in cui sono presenti tutti i ricordi dolorosi. La sua personalità si fa esangue, e si affida alla scrittura come all’unico mezzo per stabilire, al di là della morte, la cercata comunione fraterna. Sempre più egli svilupperà un gusto dell’auto-umiliazione, per dimostrarsi indegno di amore. L’alcolismo, la miseria, la bassezza dei suoi disordini di vita, tutto appare giustificare agli occhi di Verlaine il proprio fallimento affettivo. Ma il dubbio è lecito che, in questo atto di auto-devastazione, l’accusa sia rivolta piuttosto agli oggetti dei suoi amori proibiti, agli esseri fraterni ch’egli non ha saputo o voluto trattenere accanto a sé.
 
(articolo pubblicato nella rivista on-line “L’Amour Fou”)
 
Nelle immagini, dall’alto in basso:  
Paul Verlaine negli anni della relazione con Rimbaud. - Il più celebre ritratto di Arthur Rimbaud, fotografato da Carjat nel 1871. - Verlaine e Rimbaud a passeggio nelle strade di Londra, in un disegno di Félix Régamey. - Verlaine al caffè  François I° , in una foto di Dornac. - Fantin-Latour, Coin de table (partic.). I due primi a sinistra sono Verlaine e Rimbaud.  Il quadro ritrae i poeti dell'epoca, riuniti sotto il ritratto di Baudelaire, per un “Omaggio a Baudelaire”.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Rimbaud in due disegni di Picasso e di Giacometti
torna a I libri degli altri torna all’homepage
Copyright © Angelo Mainardi - 2009 - All Rights Reserved
I libri degli altri