LUIGI PIRANDELLO
IL DRAMMA DEL “SANS-PAPIER”
 
 
                                          La scena fissa un “momento storico” della letteratura:  Giovanni Verga che riceve da Luigi Pirandello una copia,             appena stampata, de Il fu Mattia Pascal, in un incontro non previsto nella redazione della “Nuova Antologia”, che aveva pubblicato il romanzo a puntate poco prima della sua uscita in volume. È il 1904: Verga ha 64 anni e si sente superato dai tempi; Pirandello, a 37 anni, sta per raccogliere il suo primo grande successo, anche se dovranno trascorrere quasi due decenni prima che esploda la sua fama mondiale con Sei personaggi in cerca d’autore. Una settimana dopo l’incontro, Verga manda a Pirandello una lettera, andata perduta, in cui lo accredita come la nuova “luce” della ricerca letteraria, L’intuizione è acuta: se il personaggio ottocentesco “vive”, nasce ora il nuovo personaggio che “si vede vivere”. All’alba del Novecento, Pirandello registra la crisi di identità dell’uomo moderno. La grande stagione delle Avanguardie artistiche non è ancora cominciata, il Cubismo nasce nel 1907, i primi manifesti teorici del Futurismo sono del 1909-10, nel secondo decennio del secolo si collocano Espressionismo, Dada, Metafisica... Pirandello anticipa le nuove ricerche con questo suo anti-romanzo che mette al centro la vanificazione della coscienza di sé dell’individuo contemporaneo. Sarà, con molte varianti, il tema di tutta la sua opera narrativa e teatrale, come di molta pare della letteratura novecentesca. Interrogazione costante dei suoi personaggi presi nel vortice dell’essere e del parere, della maschera e della verità, quel tema ispirerà anche la nuova forma che lo scrittore siciliano ricerca per la scrittura letteraria, fino all’approdo del “teatro nel teatro” che delega ai personaggi di vivere e agire in proprio, senza l’intervento dell’autore.
Mattia Pascal, bibliotecario di provincia in conflitto con moglie e suocera, allontanatosi dal suo paese, è sulla via del ritorno dopo aver vinto una cospicua somma alla roulette a Montecarlo, quando apprende dai giornali che è stato scambiato con un suicida. Ufficialmente morto, decide di approfittarne per cominciare una nuova vita. Si dà un altro nome, ma presto si accorge che nulla gli è più consentito senza stato civile, non può sposarsi, non può fare una denuncia, insomma non esiste. Fingerà infine il suicidio dell’uomo che ha preso il suo posto, per tornare a riassumere il proprio nome e rivelare la verità.
La scoperta illuminante di Pirandello è che l’identità sociale è anche l’identità ontologica dell’individuo. È questa scoperta che cortocircuita la narrazione facebdo di una cronaca grottesca un romanzo filosofico. L’uomo che non ha documenti non è più soggetto, ma soltanto individuo – diventa una cosa. Il fu Mattia Pascal non ha accesso all’esistenza per il fatto di essere un “sans-papier”. Nelle sue esperienze dopo la falsa dichiarazione di morte, mentre sperimenta che tutto gli è negato nella società, si rende conto di essere un fantasma, un uomo senz’ombra. «L’ombra di un’ombra», come egli stesso dice. Così si configurano anche i personaggi della letterature fantastica: il vampiro non può vedersi perché lo specchio non rimanda la sua immagine. Rinunciando al nome. alla paternità, ai dati di nascita scritti sulla carta d’identità, il protagonista del romanzo si dissolve. Dunque la sua persona – è la deduzione che Pirandello ne trae – è sospesa al filo sottile e falso della figura che le convenzioni sociali le assegnano. Non a caso nella Grecia antica la pena per l’assassino era l’ostracismo: cacciato dalla sua città-stato egli non esisteva più. Ma nell’umorismo amaro di Pirandello la scoperta assume il senso di una catastrofe, si fa simbolo del nulla che è l’uomo, dell’indeterminatezza irrimediabile della sua storia. Avverrà qualcosa di simile anche nella tragedia dell’incesto di Sei personaggi in cerca d’autore che si origina non dall’oscurità dell’inconscio come in Edipo, ma dall’ignoranza dello stato civile dei personaggi, dei loro rapporti di parentela – si potrebbe dire da un “accidente”, non certamente da un decreto del Fato. Tuttavia questo caso fortuito genera, più ancora che una colpa, una perdita metafisica: se non si riconoscono nei loro documenti, un padre e una figlia diventano soltanto un uomo e una donna, alla maniera della celebre frase di don Giovanni. Nella sua finzione di essere un altro, Mattia Pascal è davvero defunto: l’astuzia non vale di fronte alla condizione umana, non si raggira il destino che l’atto di nascita impone. È l’altra amara conclusione di Pirandello, che assegna al suo personaggio un triste ritorno al paese da dove aveva tentato di fuggire. Davvero nomen est numen.
Il tono del romanzo è grottesco. Un campionario di piccolo-borghesi  dalla vita mediocre o misera, dalle vedute anguste, litigiosi e petulanti, in cui affiora già pienamente quella dialettica esasperata, accanita che è il marchio di tanti personaggi pirandelliani. stringe in un cerchio soffocante il tentativo di evasione di Mattia Pascal. Non sono figure sublimi, ideali, quelle che incarnano il rovello della perdita di identità. Ma proprio l’accostamento tra dimensione quotidiana e pensiero filosofico disegna il modo irreversibile la prigione in cui è chiuso l’uomo. Pirandello veniva elaborando allora la sua teoria dell’umorismo che esporrà poco dopo in un libro. Asse portante. quel “sentimento del contrario” che induce a scoprire il patetico nel comico, e il comico nel patetico. Ed è questaumanità dei personaggi e dello sguardo con cui l’autore li osserva a segnare in profondo Il fu Mattia Pascal.
Scrittore dalle radici insulari, che contengono però già lo strato italiano e quello europeo. come la critica ha rilevato, in Pirandello la partenza, la fuga che tentano Mattia Pascal si configurano come un altro motivo essenziale. Ne parlò lui stesso nel discorso per le celebrazioni verghiane, del 1931, quando mise in contrasto i siciliani che per un’istintiva diffidenza si chiudono in sé, appartati, e «quelli che evadono... e vanno, ambiziosi di vita, ove una certa loro fantastica sensualità li porta, spassionandosi o piuttosto soffocando e tradendo la loro vera riposta passione con quell’ambizione di vita effimera».
Pirandello appartenne a questi ultimi. Ma la Sicilia alimentò sempre la sua personale mitologia: fu il territorio del suo immaginario, il modello della sua dialettica; gli fornì (come ha scritto Leonardo Sciascia) la sua «forma esasperata di individualismo in cui agiscono, in duplice e inverso movimento, le componenti dell’esaltazione virile e della sofistica disgregazione».
 
(articolo pubblicato nella rivista “Piazza Armerina”, primavera 2004)
 
 
 
Nelle immagini, dall’alto in basso:
Luigi Pirandello all’epoca in cui scriveva Il fu Mattia Pascal;  lo scrittore in un ritratto
di Fausto Pirandello, del 1933, e in ritratto di Primo Conti, del 1932.
 
 
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