RAYMOND ROUSSEL
ECCENTRICI ENIGMI
 
 
Un dandy. Miliardario (il padre era un agente di cambio che aveva fatto fortuna con gli investimenti immobiliari nei nuovi quartieri, a ovest di Parigi, progettati dal barone Haussmann; la madre riceveva nel proprio salotto uomini illustri), Raymond Roussel poté permettersi tutto. A cominciare da un'eleganza raffinata e capricciosa: non indossava più di due volte una stessa camicia. E poi i viaggi (il primo, alle Indie, lo fece con la madre, che, per timore di morire, si portò dietro la bara), il giro del mondo, il finanziamento della spedizione Dakar-Gibuti, dal quale lo scrittore Michel Leiris, suo biografo, riportò importanti reperti etnografici, e naturalmente la pubblicazione di libri e l’allestimento di spettacoli teatrali a proprie spese. La sua opera più importante, Locus solus, uscì nel 1914, quasi in concomitanza con un altro libro illustre stampato a spese dell’autore, il primo volume della Recherche di Marcel Proust. André Gide - si sa - fece presto ammenda per aver trascurato il manoscritto di Proust. Locus solus non ebbe, invece, il successo che lo scrittore, ancora una volta, aveva cercato e lo confermò nella sua solitudine. Ma la sua non era semplice vanità o impazienza di letterato. Roussel era certo di meritare una “gloria universale”, e ne aveva fatto esperienza a diciannove anni, durante la scrittura del romanzo di esordio in versi, La Doublure, titolo ambiguo dal doppio significato: “fodera” e “controfigura”, riferito a quando era vissuto in uno stato di acuta esaltazione, che descrisse come ebbrezza fisica, euforia. Quell’esperienza lo segnò con nostalgia lancinante, ed egli continuò per tutta la vita a stupirsi che il proprio genio non fosse riconosciuto. La delusione gli costò una crisi che lo portò ad affidarsi alle cure del celebre psichiatra Pierre Janet, il quale ne studiò il caso in un libro dal titolo significativo: Dall’angoscia all’estasi. Da allora Roussel decise di rimanere un uomo solo. Egli fa parte, come Gérard de Nerval, Heinrich Kleist o anche Flaubert, della schiera degli scrittori interamente votati all’impresa letteraria e inquietamente inadatti a inserirsi nella società. Il titolo Locus solus non designa soltanto la tenuta appartata dove uno scienziato (che potremmo anche assimilare alla fortunata figura letteraria dello “scienziato pazzo”) si rinchiude per realizzare astruse invenzioni; è, piuttosto, una cifra autobiografica, tanto che, quando i critici si divertirono a fornirne parafrasi denigratorie, Roussel replicò che l’unica appropriata era stata ignorata, ed era “Logicus solus”.
A trentatre anni gli fu assegnata un’accompagnatrice fissa, la bella Charlotte Dufrène, con l’intento di mascherare la sua omosessualità. Roussel, tuttavia, non faceva mistero delle proprie propensioni erotiche, non ne fu ossessionato, né attraversò il tormentoso travaglio di un Gide. Ma la “governante” Dufrène, la quale a trent’anni aveva lasciato per lui l’uomo che la manteneva, divenne poi anche la confidente – l’unica – di questo personaggio solitario, al cui fianco restò per ventitre anni, fino alla fine della vita del suo “compagno”.
L’avventura letteraria di Roussel, eccentrica come la sua vita, ha dello straordinario. Sebbene dadaisti e surrealisti lo abbiano riconosciuto come loro antesignano (ma lui negò di sapere che cosa fossero quei movimenti), la sua ricerca è unica nell’universo della letteratura. Convinto che l’arte debba essere un mondo d’invenzione, più lontano possibile dalla realtà, egli si propose di riportare il linguaggio al rango di agente creatore. In un libro, volutamente postumo, Come ho scritto  alcuni miei libri (1935), spiegò di partire da due frasi quasi identiche, costruite con parole simili ma prese in due sensi differenti, per scrivere un racconto che cominciasse con la prima e finisse con la seconda. E le frasi erano spesso indecifrabili. Alle parole, e soltanto alle parole, era riconosciuto il ruolo di fatti. Con questo metodo sperimentale, lontano anche dalla “scrittura automatica” dei surrealisti, Roussel dava vita a veri e propri miti. Interessato alla scienza e, in particolare, alla relatività di Einstein, egli attingeva i propri materiali all’immaginario popolare e infantile, e soprattutto amava Jules Verne e l’astronomo Camille Flammarion. Melodrammi, romanzi d’appendice, operette, racconti di fate, fantascienza, gli servirono per esprimere la profondità, “in uno strano connubio – dirà Michel Leiris – tra il banale e l’essenziale”.
Misteriosa è rimasta la morte di Roussel, avvenuta nella notte del 14 luglio 1933, in un albergo di Palermo dove soggiornava da un mese insieme alla Dufrène, in due camere separate (la circostanza è importante). Suicidio? Avvelenamento da barbiturici? O che altro? L’inchiesta fu chiusa lo stesso giorno, senza procedere all’autopsia, senza interrogare tutti i testimoni – tra i quali l’autista francese di Roussel, che si precipitò a Parigi per ricattare il nipote del defunto scrittore con la falsa storia di una relazione particolare. Michel Leiris crede al suicidio. Per la tesi dell’overdose di sonniferi propende, invece, Leonardo Sciascia, che quarant’anni dopo ha riesumato il dossier dell’inchiesta dagli archivi di polizia, mettendone in luce le contraddizioni: le differenti versioni fornite dalla Dufrène, lo strano diario delle dosi di stupefacenti consumate giorno dopo giorno, redatto da lei e ritrovato nella stanza del defunto, il mancato rapporto del medico sull’”esperimento” di suicidio che lo scrittore aveva compiuto pochi giorni prima tagliandosi le vene di un polso.
Come leggere i testi di Roussel? Come decifrare le sue invenzioni? È un risultato di scomposizione e diffrazione dei significati quello ch’egli opera, come fa delle cose visibili la pittura di Seurat, a cui riportano anche molti temi dello scrittore e il comune interesse per lo spettacolo. Forse si dovrà parlare di una scrittura dell’enigma, delle influenze misteriose che agiscono sull’uomo. Il più bell’elogio di Roussel si deve a Marcel Duchamp, anch’egli maestro della dissoluzione delle forme. Quando, nel 1912, vide con Apollinaire al Théâtre Antoine Impressioni d’Africa, disse che questo lavoro di Roussel era “fondamentalmente responsabile” dell’opera più rivoluzionaria da lui stesso realizzata, il grande vetro La sposa messa a nudo dai suoi scapoli, anche. «Roussel mi ha mostrato il cammino».
 
(articolo pubblicato nella rivista “Piazza Armerina”, inverno 2003)
 
Nelle foto, dall’alto in basso:
Raymond Roussel a 35 anni - Lo scrittore insieme alla sua accompagnatrice fissa, Charlotte Dufrène.
 
 
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