THOMAS MANN
IL COMPAGNO SEGRETO



Quando nel 1975, a vent’anni dalla morte, furono pubblicati i Diari di Thomas Mann, si ripeté la leggenda del dottor Jekyll e mister Hyde: l’altro, che lo scrittore aveva tenuto accuratamente nascosto durante tutta la vita, stava infine sotto gli occhi di tutti. Come per mister Hyde, era l’apparizione di forze oscure che avevano dominato la personalità di  Thomas Mann negando l’equilibrio goethiano a cui si era ispirata la sua figura pubblica. Allora apparve chiaro che il grandioso edificio della sua opera era stato una manovra di diversione, una costruzione per distrarre dal nucleo più profondo da cui essa muove, dal “segreto” dello scrittore, come lo designano solennemente i Diari. Presi nelle infinite storie che i suoi romanzi raccontano, ai lettori sarebbe rimasta sconosciuta la zona più intima dell’autore: la “colpa” dall’enigmatico fascino che la confessione postuma avrebbe consegnato al futuro. Si comprese anche perché egli avesse definito la propria opera un “espediente”. Come ha osservato in proposito Martin Walser: «Uno scrittore motivato biograficamente deve rappresentarsi come un altro, solo così può andare lontano nella rappresentazione», precisando poi  che nella narrativa di Thomas Mann si compie una rielaborazione o metamorfosi dei dati reali simile a quella che avviene nel sogno. 
Il “segreto” che lo scrittore registrò con ambiguo «orrore» nell’autodenudamento del suo testo proibito è la passione costante, disperata per gli adolescenti. Rievocando più tardi gli anni 1927-1928,  epoca della relazione col giovane Klaus Heuser che definisce l’epoca più intensa della sua esistenza, Mann dice di custodirla «con orgoglio e gratitudine, perché fu l’appagamento insperato di un desiderio di tutta la vita, la “felicità” che sta nel destino degli uomini, e perché il suo ricordo significa “Anch’io!”», e annota come «il tardivo e straordinario appagamento» comprendesse in sé tutti gli altri episodi: le passioni precoci dei tempi del ginnasio per Armin Martens e Willi Timpe, «la fondamentale esperienza d’amore» per Paul Ehrenberg. Quando amò il diciassettenne Klaus Heuser, Mann aveva cinquant’anni. A quel tempo, scrive nel Diario, «ero un amante felice. La cosa più bella e commovente fu l’addio a Monaco, quando per la prima volta “mi tuffai in un mondo fantastico” e appoggiai la sua tempia alla mia. Ebbene sì, ho vissuto e amato. Occhi neri, le lacrime versate per me, labbra amate, che baciai, ecco, l’ho avuto anch’io, potrò dirlo a me stesso, quando morirò». 
Una confessione così orgogliosa rivela il consenso profondo con il fascino e l’orrore della trasgressione. Il rapporto tra i due Thomas Mann è in effetti assai complesso, più complesso della scissione che divide tra bene e male Jekyll e Hyde. La passione proibita non era il male da condannare e reprimere, era invece la “felicità”. E d’altra parte il mondo della norma, dove l’eros segreto doveva rimanere nascosto dietro la facciata della famiglia e del matrimonio, rispondeva a un’aspirazione altrettanto profonda per l’ordine e la ragione. Il lungo dibattito che lo scrittore condusse con se stesso tra illuminismo e decadenza, tra dignità borghese e liberazione degli istinti - in particolare nella Montagna incantata dove la malattia è al tempo stesso creazione di valori spirituali e oscurità irrazionale - dimostra quale significato fondamentale egli attribuisse alla sua immagine pubblica e, con questa, al prevalere della razionalità nella vita sociale. Tentò anche di distinguere tra la nobiltà estetizzante del suo sentimento per i giovani e la «liberazione orgiastica» dell’omosessualità nella quale  il figlio scrittore Klaus si era riconosciuto. E qui il groviglio delle relazioni familiari che porterà infine Klaus al suicidio si annoda più stretto, si fa oscuro, se è vero, come annotano i Diari nel periodo 1918-1921,  che Thomas sentì un’attrazione sessuale per il figlio adolescente (25 luglio 1920:  «Trovo molto naturale che mi innamori di mio figlio... Klaus leggeva a letto a torso nudo e abbronzato, cosa che mi ha turbato». 17 ottobre 1920: «Molto colpito dal suo splendido corpo adolescenziale, sconvolgimento…»), e se d’altra parte il figlio rimase sempre nel dubbio che la sua esistenza non fosse accettata dal padre e che la sua infelicità fosse considerata da lui la giusta punizione per avere infranto i tabù che l’altro aveva imposto. Il desiderio del padre fu per Klaus un’esperienza distruttiva, e il figlio concepì aggressività e odio contro il padre a livello inconscio, come mostrano i suoi sogni di morte di Thomas.
Tuttavia quella strategia di occultamento dell’impronunciabile è ambigua e parziale. Thomas Mann conduceva piuttosto un gioco di mettere a nudo e velare. Tutti i suoi libri alludono, nelle loro storie “trasposte”, alla sua esperienza di vita, proiettano nelle maschere dei personaggi le persone del suo mondo familiare, ne raffigurano sotto falso nome le tragedie - i suicidi, i fallimenti, i disamori - che si ripeterono ossessivamente attorno a lui. Fino al romanzo-rivelazione del suo eros segreto, La morte a Venezia, che racconta la vicenda vissuta da Thomas nella città lagunare, nel 1911, sotto gli occhi della moglie Katia e del fratello scrittore Heinrich, quando s’invaghì del giovane figlio del barone polacco Moes, il cui nome Wladislaw era abbreviato dai familiari in Adzio o Wladzio, e divenne poi il Tadzio del romanzo amato da Gustav Aschenbach. Katia  conferma di esserne stata a conoscenza: «Provò subito un debole per quel ragazzo, gli piaceva oltre ogni misura e spesso restava a osservarlo sulla spiaggia. Non gli corse dietro per tutta Venezia, questo no, ma quel ragazzo lo aveva affascinato e spesso pensava a lui». Evidentemente la bellissima moglie sapeva di più dei desideri segreti di Thomas, se questi annota la propria “gratitudine” verso Katia «perché nel suo amore non c’è la minima traccia di imbarazzo o disappunto quando in definitiva non suscita in me alcun desiderio e lo stare a letto con lei non mi rende capace di procurarle piacere, cioè l’ultimo piacere sessuale».
Nella vita come nell’arte il gioco di Thomas Mann era di portare fino all’estremo la scommessa di rivelare il suo demone, per poi negarlo dietro i volti della mistificazione. A lui meno che a chiunque altro si potrebbe applicare il paradosso di Max Frisch: «Si può raccontare tutto - ma mai la propria vita reale».

Dai Diari non emerge soltanto l’altra faccia dell’eros dello scrittore. Affiora anche il ruolo che egli ebbe nella rete di intrichi della famiglia, che vide precipitare tanti nel disordine, nella droga, nel suicidio. In tutti questi casi è rintracciabile all’origine un distacco austero, un giudizio impietoso, una gelida incomprensione da parte di Thomas, di fronte alla richiesta di affetto e di approvazione che gli veniva rivolta dai figli come condizione per vivere. È come se egli avesse dovuto propiziarsi la gloria col sacrificio degli altri - Agamennone che immola la figlia Ifigenia perché le navi abbiano vento favorevole. E come la stirpe degli Atridi ereditò da questo delitto la catena delle sue tragedie, così la “maledizione” doveva perpetuarsi di generazione in generazione nella famiglia Mann.
Durante l’esilio negli Stati Uniti, un’amica tentò di penetrare criticamente nella sua psiche, di indagare nei suoi rapporti con Katia e i figli; per sottrarsi, lo scrittore ruppe l’amicizia. I rimproveri che l’amica gli muoveva erano la sua «totale mancanza di rapporto con la gente», l’impossibilità per le emozioni di influenzare la sua arte. Era il male che aveva minato la convivenza in casa Mann e la capacità di vivere dei figli. Dopo i messaggi senza risposta di Klaus, sarà la lettura dei Diari a uccidere il figlio minore di Thomas e Katia, Michael. In un punto egli annota: «I diari: io come embrione, destinato in realtà all’aborto», e sull’atteggiamento del padre aggiunge: «Suo quasi unico scrupolo: che un altro “piccino” possa diminuire il godimento poetico della piccola “Lisa”». Era atteso a una festa per la notte di San Silvestro del 1977 quando ingerì una miscela mortale di barbiturici e alcol. Secondo gli amici, Michael si era «perduto» leggendo i diari del padre, che lo «avevano reso pazzo» e poi «ucciso». Quando penetrò nei segreti di Thomas egli non poté più vivere. Più che le rivelazioni erotiche dei Diari, è questo destino tragico che si assunse per sé e per gli altri quale prezzo della grandezza e della scoperta dell’oscurità in cui volle inoltrarsi, a segnare la figura austera di vate di Thomas Mann.  

(articolo pubblicato nella rivista “Piazza Armerina”, autunno 2005)




Nelle foto, dall’alto in basso:
I quattro fratelli: Heinrich, Carla, Thomas e Julia (Lula), 1894 - Heinrich e Thomas Mann, verso il 1900 - Thomas Mann col figlio Klaus nel 1925 - Paul Ehrenberg, nel 1902: l’amore adolescenziale di Thomas - Wladislaw Moes da bambino: il Tadzio di Morte a Venezia










   







            Foto di scena da Anja ed Esther: Gustaf Gründgens, Erika                          Katia con la madre Hedwig Pringsheim
            Mann, Pamela Wedekind e Klaus Mann, 1925
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