I miei libri
In un luogo ambiguo - collegio, reclusorio - si compie l’iniziazione dei giovani alla vita. Lontani e assenti i Maestri, l’educazione dei sentimenti è affidata ai sorveglianti. E’ una scuola di passioni e intrighi perversi, costruita sul ricatto del potere (e degli abusi di potere) degli adulti. Così si intreccia il legame aberrante tra il sorvegliante Ottavio e il giovane Federico, che ha per posta - o per pretesto - la relazione con la quindicenne Tea. Dietro di esso, l’intrico irrisolto dei rapporti di Federico con una madre e una sorella condannate in nome dello spettro del padre morto. Infine gli eventi precipitano nella tragedia.
Romanzo di formazione, il libro disegna un’inquietante metafora del conflitto tra le generazioni. Gli adulti corrompono i giovani? I giovani sono già predisposti a perdersi?
 
 
I Sorveglianti


2005 - Barbieri Editore - pagine 155
 
 
 
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l’inizio
Gli alberi gemmavano precocemente. Benchè la neve si fosse appena asciugata (ma  lingue ne rimanevano, più nere e sporche, negli angoli in ombra) il respiro dell'aria era ormai mite. Federico si avviò per uscire dal recinto. Percorse il primo tratto a passo normale perchè non potessero sospettarlo, poi si allontanò più in fretta lungo la strada in salita. Conosceva già la via della fuga, però l'errore era possibile a ogni momento, perciò contava le curve notando i segnali:  una pianta, una panchina...
Molti fuggivano per questa via, ma altri restavano al chiuso, qualcuno per disperazione, i più per un'accomodante fedeltà. Tuttavia c'erano spie anche tra chi fuggiva: riferendo la fuga di altri ci si aspettava dalla delazione un compenso oppure soltanto una vendetta. Il luogo produceva questa specie di corruzione.
Federico procedeva in mezzo a riverberi acuti. In ogni caso sarebbe dovuto rientrare attraverso il varco (un foro nella rete metallica)  che nessuno ignorava, nemmeno i guardiani;  alla fine della giornata avrebbe ripercorso a ritroso il sentiero, quindi il corridoio clandestino. Ma intanto mentre avanzava nella fuga si sentiva in qualche modo esaltato, i guizzi di luce lo emoziovavano.
«Non c'eri oggi in collegio, sei uscito», gli disse poi il guardiano del padiglione, Ottavio, con falsa indifferenza.  Dalla gabbia di vetro ammiccò contento di averlo sorpreso, benché recitasse un annoiato distacco. Rimestava senza scopo tra le sue carte aspettando una risposta.  Federico negò debolmente.
«Su, dove sei andato?».
I luoghi erano sempre gli stessi:  il caffè, il viale in salita fino al lungofiume, il fiume incassato e gelido, e il ritrovo  (un cortile tra gli alberi:  balera, vinerìa, fumerìa) dove andavano a incontrarsi.
«Dove!?».  Federico mostrava un'aria distratta e solenne come se subisse un affronto.
«Non c'eri in collegio»,  ripetè il guardiano.
Allievi passavano davanti alla gabbia di vetro del vestibolo nelle loro divise, con tono spento, in un inutile e ostinato andirivieni. Uno che sedeva sulla panca poteva essere la spia; anche adesso guardò Federico di sbieco.  Il guardiano finse di rimettere a posto le carte. Fuori faceva freddo, le pozze di neve ghiacciavano. Tra poco le uniformi si sarebbero distinte a fatica nel grigio del crepuscolo.
«Così ti sei incontrato con una ragazza»,  fece Ottavio tornando a fissarlo con un ghigno.
Quello che sedeva sulla panca sollevò gli occhi ma non sembrò avere udito. E Federico sentì una pietà repulsiva per il suo viso malato: troppo sottile la pelle e la fronte stecchita, gli orecchi risaltavano troppo contro le ossa della testa.
Il guardiano disse ancora:  «Vediamo:  sei andato al fiume o l'hai portata a ballare?  Ma sì, a ballare».
Nella sala che dava sul cortile i corpi si affollavano sudati:  ballavano stretti, con occhi esultanti sebbene la musica gracchiasse.  Infatti Federico era stato lì.  Il crespo del vestito di lei aveva assorbito l'odore della pelle accaldata, un odore pungente;  il viso sorrideva incredulo dietro il rossetto che gli sbaffò orgogliosamente.  Federico la strinse. Nel buio altre coppie si fissavano con lo stesso patto di desiderio.  Il grammofono emetteva vecchie canzoni un po' stonate, enfatiche quanto le loro passioni.  Lui mescolò il sorriso sghembo o ferito che avevano sempre i loro volti alla puntura acuta di nostalgia che provava. La primavera era precoce e inquieta, il profumo del locale si sarebbe detto ambiguo, nel crespo di Tea si raccoglieva un odore nascosto.
Il guardiano minacciò:  «Potresti incorrere nell'espulsione». Rideva.
Certamente non gl'importava della sua fuga: solo quel gioco cattivo (la caccia che gli stava dando e la paura che voleva ispirargli), soltanto questo contava.
«Dimmi che cosa è successo e dimenticherò tutto -,  propose. - Raccontami che cosa hai fatto con questa ragazza.  Oppure temi che dopo riferirei ogni cosa?».  Esibiva l'intenzione di spaventarlo, sicuramente si sarebbe lasciato tentare da una denuncia,  ma subito si smentì:  «Perché mai dovrei farlo?».
«Se fossi sicuro che non dirai niente...»,  pronunciò Federico senza convinzione.
Nel buio le pozze si erano ghiacciate, soffi gelidi circolavano taglienti, però il cielo non era torbido,  appariva stellato e frigido.
«Altrimenti ti punirò -, rise il guardiano. - So che eri assente, sei scappato attraverso il corridoio proibito, il vetro rotto, il sentiero...  E questa ragazza,  so che non è la prima volta che la vedi».
A istigare le domande poteva essere davvero una morbosa curiosità, il guardiano gli lasciava la possibilità di quest'ipotesi.  Nel sarcasmo con cui lo fissava  affiorò un'incrinatura, un'ansietà, come se stesse spiando la scena.  «Dove la porti?  Sempre al fiume, oppure...?».
Così è questo che vuoi sapere!,  pensò Federico.
 
 
frammenti
1.
La lite con Marco scoppiò due giorni dopo quando con volto torvo quello gli disse:  «Tua madre è una puttana».
Marco non era né alto né troppo robusto però poteva colpire con cattiveria, molti lo temevano per il ghigno perfido con cui assaliva. A Federico non importava di battersi per quanto il compagno fosse spietato, ma sentiva schifo ad avere a che fare con lui. Però Marco avanzò. La faccia  ossuta non possedeva se non una luce sporca di prepotenza.
Intanto molti si erano fatti attorno per assistere alla scena, eccitati non tanto dal combattimento quanto dagli insulti. Volevano vedere in che modo l'avversario sarebbe stato umiliato. «Non avrà il coraggio di battersi»,  «Si prenderà una lezione»,  dicevano.  Alcuni si volsero a istigare Marco. Sulle facce si vedevano sorrisi perversi o divertiti, una violenza vile che non si sarebbe esercitata in proprio veniva delegata a Marco. Ma in qualcuno trapelava pure qualcosa di servile verso la forza di quello.  Ora si strinsero in cerchio attorno ai due contendenti e sospingevano Federico addosso all'aggressore.
Nella sala c'era già la convulsa agitazione del pestaggio. Avevano chiuse le porte e alcuni stavano di guardia. Veramente nessuno aveva vendette da compiere contro Federico;  piuttosto il suo comportamento suscitava antipatie, lo sentivano estraneo.
L'altro avanzò coi pugni chiusi. La pelle del viso possedeva un che di rozzo o di brutale; gli occhi non contenevano neppure la becera allegria del violento, semmai una cupa tetraggine.  Tutti erano dalla sua parte.
Federico, quanto più i sentimenti crescevano contro di lui, tanto più voleva evitare la violenza. Gli sembrava che si sarebbe sporcato e umiliato a cedere all'istigazione degli insulti.  Niente di quella scena aveva senso ai suoi occhi.
Rivolto a Marco uno disse: «Tea, digli che ti fai Tea».
«A lui fa sentire l'odore, e Marco se la fa».
«Manco l'odore gli fa annusare!».
«La puzza di femmina!», rise un altro sgangheratamente battendosi le cosce.
Altri domandavano in modo lubrico: « Di che sa Tea? Dicci che sapore ha». E mimavano con eccessi la scena immaginaria:  i gesti erano lascivi,  due si abbracciarono oscenamente, quello che prima si batteva le cosce tornò a urlare: «La puzza di Tea!».
 
 
Il sorvegliante disse: «Bè, si può ancora rimediare, anche se Tea è già andata con Marco. La cosa non sarà irreparabile, le cose di donne sono tutte riparabili...». Stava per fargli un'offerta bieca, Federico se ne avvide dalla sua ambigua esitazione.  Infatti disse: «Possiamo escludere Marco dal gioco, se vuoi. Ti faccio uscire con un permesso regolare e tu poi mi racconti le cose di Tea».
Federico non rispose.
I due in divisa si erano alzati e avevano preso a girare, incolonnandosi con gli altri, nel labirinto del palazzo.  Ognuno muovendosi solo o in coppia non badava alla rotazione di tutti di cui faceva parte. Anche i docenti in camice bianco si erano assuefatti a quel moto ripetitivo e insensato e nelle ore di libertà si poteva vederli percorrere più volte, discutendo e fumando, distinti dagli altri per il segnale dell'abito, l'intera prigione in cui li racchiudevano gli sbarramenti di nebbia.
«Allora, ti va?». Aveva preso coraggio dopo il dubbio iniziale e adesso era eccitato dalle parole che si apprestava a pronunciare. «Portami da Tea. Io elimino Marco dal gioco e tu mi porti da Tea. Forse che Marco non è stato cattivo con te? Ti ha picchiato e tutti ti hanno accusato. Ora puoi vendicarti e ti riprendi la ragazza».
L'occhio era arrogante.  Federico pensò che avrebbe dovuto colpirlo senza rispondergli.
«Naturalmente devi presentarmi a Tea e devi convincerla», disse ancora.
Era contento della perfidia che ostentava. Qualsiasi posto occupasse nella gerarchia dell'istituto, era il più furbo e poteva fare ricatti. Le regole restavano queste nel gioco del collegio.
 
 
2.
Mentre saliva Federico rimuginò nei suoi pensieri. Sempre era ossessionato dall'idea di dissipare il tempo o meglio il proprio essere. Si rimproverava di trascurare la realtà: i suoi desideri si rivolgevano a oggetti veri, a persone vive, ma l'impulso intimo era troppo esigente perché egli potesse aspettare lo svolgersi di trame esterne troppo lente. Inoltre i fatti risultavano di tanto inferiori all'attesa e anche da questa approssimazione Federico era indotto a trascurarli. Ma con ciò il problema non era risolto. Per quanto estremo nelle sue invenzioni segrete, il desiderio continuava a presupporre avvenimenti e cose reali;  e questi d'altronde, insensati o volgari che fossero, rivelavano impreviste possibilità quando venivano sperimentati. Così era destino che vicendevolmente immaginazioni ed eventi si deludessero. In modo oscuro egli si accusava quasi di uccidersi giorno dopo giorno a causa della propria alterigia verso le cose. Le teneva in così poco conto per la loro insulsaggine, oppure per impazienza non sapeva trarre da esse tutto il significato possibile? O non sapeva adattarsi alla misura modesta del reale, alle mediocri intenzioni degli altri, e da qui derivava il suo vizio di solitudine?
 
 
3.
Nel collegio gli arrivi suscitavano sempre agitazione. Il giovane che riceveva la visita non ne era contento:  o per vergogna di esibire i propri congiunti  oppure per il disagio di rivelarsi agli occhi di questi in una condizione che avrebbe tenuto volentieri per sé, chi aveva ospiti aspettava con ansia che ripartissero.  Piuttosto gli altri allievi mostravano un morboso interesse verso gli estranei che si aggiravano tra i padiglioni. Fin dal primo annuncio molti chiedevano senza ritegno notizie degli ospiti e si pretendeva anche di conoscere in anticipo la loro figura fisica attraverso fotografie che venivano esaminate con cura;  gli apprezzamenti in questo caso erano pronunciati ad alta voce con sfrontatezza. Poi si voleva sapere di più sulle abitudini e sul carattere. Una malevola curiosità si esercitava contro la vita privata dei parenti neppure in modo velato, poichè chi conduceva l'indagine esibiva spavaldamente i propri sentimenti e la reticenza di chi doveva subirla veniva sbeffeggiata.
Spesso coloro sui quali si eseguiva l'interrogatorio erano indotti a cedere all'indiscrezione, alcuni per timore di essere tacciati di ipocrisia se avessero difeso gli adulti, altri perché provavano infine un discutibile piacere nell'accusare i propri congiunti. I più restii erano spinti ad ammissioni dall'accanimento degli inquisitori.
Federico temeva quell'inevitabile processo. Che avrebbe risposto di sua madre?  Che cosa della sorella? Conosceva i loro segreti e in quali circostanze li aveva appresi?  In che modo raccontare il secondo matrimonio della madre, in che modo illustrare la sua vedovanza?
 
 
L'amicizia con Ottavio si stava facendo più stretta. Dapprima il guardiano non gli chiedeva nulla, poi aveva preso a fare domande e ora Federico rispondeva. A ogni ritorno  (ormai i sorveglianti lo conoscevano e gettavano appena un'occhiata ai suoi falsi permessi) doveva sottostare all'interrogatorio nel vestibolo.
Le prime volte Federico rimase reticente. Ma era troppo compromesso per fare a meno del benvolere dell'altro. E ora Ottavio si offriva di procurargli un permesso di ingresso all'albergo dove diceva di avere amicizie.  Tea sarebbe stata d'accordo, ma il guardiano poneva condizioni.  Così il patto iniziale, che Federico aveva tentato di dimenticare, veniva adesso richiamato:  il ragazzo doveva presentare Tea all'amico. Non sarebbe stato difficile persuaderla poiché il guardiano possedeva elementi per ricattarla - tramite le conoscenze che vantava tra i sorveglianti del collegio femminile poteva infatti procurarle permessi oppure interrompere le sue uscite.  Però non credeva necessario ricorrere a tanto:  lei avrebbe accettato di buon grado se il ragazzo si fosse mostrato a sua volta convinto.
Federico promise infine di parlarne a Tea.  Doveva elencare tutte le ragioni che militavano a favore del guardiano: in quale altro modo avrebbero potuto garantirsi la libertà? A fil di logica non si trattava in fondo che del prezzo per uscire dalla prigionìa del collegio.  Tea lo avrebbe respinto per restarsene chiusa nel suo internato?
 
 
4.
Quel rimprovero del padre pesava su Federico. La morte non salvava da niente. Lui non voleva ripudiare il padre: se la disputa fosse proseguita,  non avrebbe accusato il fantasma. Eppure quello ricompariva col significato di una macchia d'origine.
Era strano questo legame. Lo sentiva come una parte viva della propria persona. Un uomo tradito dai fatti:  prima di tutto dall'assurda malattia di cui la madre lo incolpava quasi di più per averla contratta  che per l'imprudenza dissennata di esporsi già malato al freddo della stagione;  quindi tradito negli affetti se aveva occupato tanto poco dello spazio intimo della moglie;  infine ingannato dagli eventi della Storia.
Era tutto  ciò che Federico odiava: le sue idee politiche, l'ambizione di carriera, la superficialità della madre. Di fatto fin da bambino era stato precocemente lucido  nel fare i conti col padre già subito dopo la sua morte. Così era ingiusto che un qualsiasi compagno gli ricordasse il suo difetto di origine. Nella sala del maneggio era stata pronunciata un'accusa insensata, e insensato era pure che le ambiguità della madre si rovesciassero sopra di lui. Eppure quel doppio che era il morto continuava a persistere dinanzi ai suoi occhi come vittima e come colpevole. Il fantasma aveva due facce, aveva sbagliato ed era stato offeso.  Nella sala di equitazione Federico si avvide subito dell'impulso spontaneo di difenderlo, quando invece gli sarebbe spettato piuttosto di proclamare il ripudio delle sue idee e perfino della sua debolezza di subire equivoci affetti.
Strano era che quello tornasse come uno spettro ostinato coi suoi rimproveri quasi stesse dalla parte della ragione alla pari di un padre rimasto vittima di uno spietato delitto di adulterio e veleno.  Non era questa la verità. Se era stato tradito, egli stesso aveva tradito.  Nel suo caso non esisteva un crimine preciso consumato in un giardino da teatro durante il sonno;  piuttosto avveniva come se ricomparisse con una vaga ragione di accusa,  nell'intento di indurre il figlio al malinteso,  a una versione truccata, a un imbroglio. Gli spettri mentono? I fantasmi hanno motivi profondi per ingannare i vivi? In qualche modo continuano ad esistere oltre la linea apparente della morte ripetendo colpe errori intrighi vendette?  Agiscono con le stesse cattive intenzioni che li muovevano in vita?  Se al momento del trapasso il padre non aveva risolto i suoi problemi, può darsi che adesso tentasse di prendersi una qualche rivincita per l'interposta persona del figlio.  Chissà che anche il re di Danimarca non avesse i suoi buoni moventi per falsificare i fatti...
 
 
8.
Ora dal letto guardava il volo delle cornacchie che gracchiavano nel cielo basso.  Il giorno innanzi, tornando al collegio, aveva stentato a percorrere la strada in salita;  poi nel vestibolo del padiglione il fastidio delle luci faceva temere uno stato febbrile.
Fu allora che il piccolo Hans gli portò la notizia della morte di Marco. Riferiva già la versione del suicidio. Nel collegio si parlava - raccontò - di una disgrazia, ma la verità era nota e presto tutti avrebbero dovuto cedere all'evidenza.
«Potrebbe essere stato ucciso»,  obiettò Federico.
«Ci hanno pensato, però la doccia era chiusa dall'interno. Che assurdo spogliarsi per uccidersi!  Tu che ci capisci?».
«Lasciami solo.  Sto male».
«La recita è stata annullata »,  annunciò l'altro con disappunto.  Però Federico si era voltato verso la parete e aveva dimenticato il compagno.
«Vorranno scoprire perché si è ucciso»,  disse Hans allontanandosi.
[....]
Un sollievo, quasi un compiacimento, affiorava ora in lui per la morte del compagno.
«Hai sentito la notizia? -, disse in quel momento Gregor entrando da lui. - Come un uomo possa uccidersi non lo capisco. Ma tu che fai?  Stai male?».
«Ora mi alzo».
Non provava sentimenti di vendetta. Anche se lo aveva picchiato e poi per qualche tempo era uscito con Tea,  lui non odiava Marco;  anzi gli era indifferente e poi a poco a poco aveva preso a nutrire simpatia. Quel tetro silenzio in cui si era rinchiuso  (sebbene soltanto per la sconfitta subìta)  attirava Federico,  egli stesso era stato così prima di prendere il suo posto presso il guardiano.  Semmai la vicenda dimostrava che era un errore restare isolati,  e dunque Federico aveva fatto bene a cavarsi da quel penoso stato di cose.
 
 
la fine
E infine arrivò l'estate. Ormai si smobilitavano i padiglioni, i letti rimanevano disfatti, per qualche mese le camerate avrebbero preso l'aspetto di palestre deserte con pochi attrezzi e invase di luce. Gettandosi alle spalle un anno di oscuri maneggi gli allievi partivano, in ansietà per il luogo verso il quale sarebbero andati. Il paese, il cortile del caffè, la riva del fiume, l'albergo restavano vuoti. Negli uffici della direzione si archiviavano pratiche. I ragazzi  svuotavano in fretta gli armadi personali con gl'indizi che già perdevano senso.  Marco e Sandro erano stati dimenticati.
Facendo i bagagli Federico ritrovò tra le sue carte le lettere che aveva scritto alla madre e le strappò: quel viaggio appariva troppo lontano dopo tutti gli eventi che erano accaduti.  Il saluto col guardiano fu freddo ma si strinsero la mano:  Ottavio gli sembrava ormai un estraneo, un fantoccio con gli occhi azzurri e il colorito roseo.  Erano tutti cresciuti, più alti, meno goffi.  Gregor, congedandosi con qualche disinvoltura nella persona nella quale già si intravvedeva un uomo, gli disse: «Hai avuto fortuna. Il caso è archiviato e poteva finire peggio, ma ormai ne sei fuori».
Poi passando davanti all'albergo si poteva vedere l'ingresso principale e, aggirando un poco l'edificio, anche la finestra aperta sul dirupo. Le montagne, altre volte nere,  apparivano come dissolte nella luce di giugno, una tenue variazione del colore del cielo.
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