I miei libri
 
In una famiglia in dissesto dopo la morte del padre, la figlia Leni si fa proteggere da un anziano signore per la sua carriera di attrice. Nella vicenda è coinvolto il fratello Andrea che ha con la ragazza un ambiguo rapporto di sentimenti. Una storia di sofferte corruzioni è il tema del lungo racconto L’assenza, dove tornano in controluce i ricordi d’infanzia, con la guerra e il terrore della morte. Nell’altro lungo racconto, Il mezzo e il fine, la partita a tre giocata con cinismo e perfidia tra una coppia e un cugino arricchito della donna porta in luce gli equivoci legami delle loro vite, fino a un delitto, la morte della “vecchia signora” che con le sue proprietà e le sue dispotiche pretese tiranneggia l’esistenza dei tre personaggi, tutti tentati dal proposito di disfarsi di lei.
 
 
L’assenza - Il mezzo e il fine
Due racconti - 2008 - Lampi di stampa - pagine 116
      racconti
da L’assenza
 
    Leni aveva subito capito che senza un protettore non avrebbe fatto strada. Il teatro era corrotto. I ruoli erano assegnati ad attori mediocri che potessero vantare una qualche amicizia negli ingranaggi della macchina. Nemmeno le brevi avventure a cui la invitavano registi e produttori portavano al successo: la vendita del sesso contava se il compratore aveva potere e decideva di spenderlo per chi gli si offriva. La macchina del teatro era impenetrabile se non si disponeva di una porta adatta. Tutti - donne e uomini, giovani e anziani - avevano protettori. L’astuzia del sistema consisteva nell’aver stabilito questa regola: nessuna merce possedeva valore in sé, ma soltanto per il pregio che le attribuiva l’acquirente. Leni si accorse presto che la sua bellezza, la disponibilità a passare una serata intima con un compagno di palcoscenico non l’avrebbero portata a nulla.
    Del resto, la corruzione stava più alla radice. Da dove veniva il potere dei compratori? Essi stessi avevano dovuto corrompersi per poter corrompere. Si vedevano in giro dapertutto affaristi dall’ascesa dubbia, politici abili nella compravendita di favori, funzionari pubblici dalle ricchezze ingiustificate. Tutta la Grande Macchina girava con l’arte del ricatto.
    
 
    Legge  una biografia della famiglia Mann, e dice:
    «Tutti questi incesti mancati! Sono stati la causa delle nevrosi e dei suicidi... Se avessero dato ascolto ai loro impulsi, non sarebbero caduti in rovina».
    Lo dice a Leni come parlando a se stesso, ed è un avvertimento per il loro destino. Leni sarebbe precipitata nell’autodistruzione dei suoi amanti vecchi e repellenti se avesse accettato un amore colpevole?.
    «La malattia nasce dalla rimozione...», dice ancora.
    Leni lo guarda con occhi vuoti, freddi, come se non lo udisse, come se fosse distante in un’altra sfera. Vuole rimuovere l’invito di Andrea. Oppure conosce la minaccia che incombe sulla sua vita?
 
 
    Era avvenuto durante uno di questi riti salottieri che Leni era andata una volta da lui ed erano rimasti insieme in una strana intimità. Andrea tornava spesso a esaminare la scena per scoprire un significato che gli sfuggiva. Stavano seduti l’uno accanto all’altra, tra le pareti di damasco rosso, Leni in un semplice vestito da casa: certamente voleva parlare di sé ma non sapeva trovare il modo. Allora il fratello, come spinto da un demone, aveva deciso di rivelare le sue tentazioni: usava frasi equivoche che presumeva lei dovesse capire, e il demone che lo guidava era presentato come un “altro”, un estraneo, un suo doppio sebbene albergasse in lui, un essere che egli avrebbe voluto schivare ma che lo dominava; alla sorella chiedeva una complicità per esorcizzarlo con atti che erano proprio quelli che il suo demone meschino voleva imporre. Disse che lui sarebbe morto presto, per quanto non vi fosse alcuna ragione per fare questa previsione; e che dunque gli era lecito andare oltre le norme. Nel suo codice segreto, era una proposta illecita su cui la sorella doveva meditare. Loro due erano stati vicini alla morte durante la guerra; così si era stretto un legame che li univa fuori dalle regole comuni - si azzardò a dire - e del resto l’arte a cui erano entrambi votati esigeva l’esperienza dell’eccezione e del disordine. Tanto più quanto più bassa era la suburra nella quale la sorte li aveva gettati a vivere.
 
 
    Camminando rifletteva su una sua immagine totale del mondo per costruirvi le vie ipotetiche del futuro. Che cosa lo interessava fino all'estremo della passione nel breve intervallo del tempo universale che era la sua vita? Scartava il modo comune di vivere; faceva piazza pulita del supefluo. Così restava dinanzi all'Essenziale - il solo motivo che giustificasse l’esistenza.
    Fu in un pomeriggio umido in cui la pioggia era cessata da poco e gli alberi del parco ancora gocciolavano, che accertò lucidamente gli scopi che voleva perseguire: li chiamò l'eros e l'intelligenza. Tutto il resto non aveva in sé valore e doveva servire a raggiungere gli obiettivi che si prefiggeva, senza porsi scrupoli, rimorsi, remore. La sua etica avrebbe seguito le stesse regole: non aveva leggi proprie e assolute, era soltanto uno strumento che egli avrebbe piegato utilmente alle circostanze dell'azione.
    Se era utile praticare l'inganno e il raggiro, le sue finalità superiori li avrebbero giustificati.  La bassezza dei sentimenti che lo circondava poteva essere usata vantaggiosamente. Il mondo non doveva essere salvato; si doveva approfittare del suo disordine, del marasma in cui gli uomini vivono, ogni volta che fosse possibile regalarsi atti significativi. L'altezza di questi  avrebbe cambiato la tavola dei valori, ridisegnato i confini di bene e male.
    Percorrendo i viali del parco con questi pensieri si sentiva liberato dai vincoli ordinari che irretivano i suoi impulsi. Non esistevano leggi a cui sottostare, soltanto un modello di se stesso al quale conformare, come la statua viva plasmata da Pigmalione, il materiale che offriva il magazzino confuso, instabile del mondo. Egli aveva soltanto il dovere di realizzare  la figura che si era data - mancare a questo compito era la colpa, il male si misurava sulle omissioni verso la propria natura.
 
 
 
da Il mezzo e il fine
 
    Insisteva a insinuare che invidiassi il marito, servendosi di questa accusa del più basso dei sentimenti, tanto più se rivolto contro un amico a causa del possesso della moglie. Ha detto che al momento del loro matrimonio avevo pensato che Leonardo mi sottraesse qualcosa personalmente e che non la meritasse. Mostrava  di credere che il mio ricatto fosse il mezzo per raggiungere il fine di umiliare il marito.
    «Davvero è questo gioco cattivo a interessarti?», chiese.
    Semmai era lei che volevo avere. La preda era lei, non il marito.  Allora cominciò l’interrogatorio su questo punto. E perché lei? Che cosa aveva  più delle altre donne che potevo comprare col mio denaro? «Spenderesti un mucchio di soldi per un nome, un simbolo, un fantasma... Una cugina, la moglie dell’amico! Questo compreresti, un’idea: magari pagandola quanto un intero harem...».
 
    La causa ultima, riflettevo, sta nel fatto che Leonardo pretende un successo che non merita, così Angela è tenuta a spendere la propria moneta. Si potrebbe parlare di un congegno perfetto che realizzi il moto perpetuo: il marito avrà sempre bisogno di questa vendita clandestina della moglie per sostenersi al livello dei suoi desideri. Senonché lei teme che lo scambio possa essere sospeso in ogni momento, e così tenta di concludere un patto pubblico. In ogni caso non avrei pagato molto, mentre lei invece pretendeva una cifra spropositata, un vero baratro vertiginoso che occorreva colmare per salvarli dalla rovina. Angela crede sempreche io agisca contro Leonardo per invidia o rivalità. Lei non sarebbe che lo strumento della mia offesa, o così almeno sostiene.
 
    «Pensare che tutto andrebbe a posto con la morte della vecchia...», mi dice un giorno Angela.
    La vecchia signora è la suocera che la detesta.
    «Ucciderla, bisogna ucciderla!», ho riso.
    Mia cugina ha elencato i guadagni che ne ricaverebbe:  prima di tutto, il piacere di seppellirla; poi l’acquisizione della villa che spetta in eredità al figlio; quindi la sottrazione di Leonardo alla morbosa ubbidienza materna. La vecchia continuava a manovrare contro di lei... la vecchia era responsabile di tutto il male perché si teneva stretta la villa... la vecchia manipolava la mente di Leonardo...
    «Hai tutte le giustificazioni per un delitto», le ho detto.
 
    Durante il viaggio ho pensato di non rivedere più Angela. In fondo era giusto che Leonardo fallisse. L'episodio del parcheggio doveva essere l'ultimo della serie che avevo incautamente inaugurato. Forse, senza quella scena di Thelma e Louise di cui avevo detto fin dall'inizio «è la migliore di tutta la storia», il fatto del parcheggio non sarebbe accaduto. Prendemmo a citarlo nel percorso a zig-zag tra le balene di ferro cadute in trance che erano le vetture abbandonate nella notte, dopo che Leonardo ancora una volta si era mostrato succubo della madre, il che lo rende colpevole agli occhi di Angela, proprio come la storia dello schermo accusa i due mariti di brutale egoismo. Così il puzzle si è delineato dall'associazione di elementi diversi. Nel nostro intreccio, però, la necessità del silenzio a cui è tenuta la vittima della violenza risultava assoluta, né c'era un'amica inopportuna alla quale fosse delegato il compito di interrompere l'azione.
    Angela ha visto nell'episodio la conferma che io la usi come mezzo per offendere Leonardo, sebbene agisca clandestinamente, e dunque col proposito di ferire l'amico  soltanto sullo schermo della coscienza di lei. Mia cugina ragiona che, se a muovermi fosse il desiderio, se cioé la sua persona fosse il fine e per raggiungerlo io approfittassi dell'occasione che il caso mi offre con la disgrazia di Leonardo, allora più opportunamente esigerei i compensi nei nostri incontri al mio studio, il più lontano possibile dal marito. Io dimostro – è il suo rimprovero - di considerare il  suo congegno segreto di mente e corpo come una macchina propensa alla malvagità. E forse è questa dimostrazione il fine che voglio raggiungere.
 
    Altro viaggio con la vecchia signora alla sua villa. Angela mi ha raccontato dell'avversione che la suocera ha per lei, tanto che non cederebbe mai al figlio questa villa miliardaria finché loro due resteranno insieme. Il suo puntiglio gli sottrae l'ultima via di scampo. Sembra che la vecchia signora voglia gettarli in uno stato di necessità, forzare Leonardo a ripudiarla. O, dovrei dire, obbligarla a cedere al mio gioco.
     Non accadde nulla durante questo secondo viaggio, non so in quale modo avrei potuto tentare, tranne che se si fosse riprodotta, come mi avvenne di pensare, una variante dal film di Peter Greeneway dove l'amico raggiunge la donna nei bagni femminili del ristorante.
    Però ho descritto un gioco che avevo escogitato chiamandolo “il gioco dell'autista”. L'autista non può voltarsi all'indietro, spiego, perché è di rango inferiore, così non può constatare e accertare che cosa fa la coppia che viaggia sul sedile posteriore.  In teoria non deve succedere nulla:  perché i due  si sono appena conosciuti, perché sono parenti stretti, perché i ruoli sociali glielo vietano. L'autista tuttavia ne dubita e durante tutto il viaggio è tormentato dalle incognite non indagabili della situazione. Forse può percepire qualche sintomo, ma flebile e contraddetto da tutti gli altri. Per esempio, uomo e donna osservano un puntiglioso silenzio; le mani del passeggero sono invisibili; la passeggera non sembra tenere una posizione corretta, forse la postura delle gambe è tale da favorire propositi indecenti. Il gioco consiste (ho spiegato) nella tortura dell'autista. Forse alla coppia non importa quello che accade fisicamente, può darsi che non succeda nulla e i due siedano composti per l'intera durata del percorso, può darsi che la donna tragga piacere dalle carezze del partner appena conosciuto oppure parente troppo stretto, o che dia lei piacere al viaggiatore. Quello che conta è il sadismo esercitato sulla mente dell'autista. L'abilità sta nel non oltrepassare il limite del dubbio.
    Se per esempio (ho ancora detto) la donna vuole inviare un messaggio, si parlerà di un film, un film scandaloso dove magari le scene indecenti non abbiano un rapporto immediato con l'oscenità possibile nell'abitacolo della vettura ma vi alludano in forma tormentosa per l'autista. L'autista è la vittima, a parte la possibilità ch'egli tragga dal gioco senza saperlo un qualsiasi vantaggio. Magari  una buona mancia da parte del viaggiatore fortunato.
 
    Quando torniamo alla villa, ognuno con un suo proposito - la vecchia per ordinare alcune riparazioni e cederla al figlio istigandolo a ripudiare la moglie; Leonardo per misurare il valore dell'edificio in rapporto al grado di volizione materna; Angela per contrastare i progetti della suocera opponendole i suoi; io per accompagnarli su invito di Leonardo – commentiamo un altro film, Proposta indecente.
    Ho chiesto a Leonardo: «Tu cederesti tua moglie per una buona somma di denaro?  Una sola volta, s'intende...».
    «Parliamo in via teorica, presumo», si è difeso Leonardo.
    «No. Di te  e Angela».
    «Vuoi dire se ne avessi un bisogno assoluto? Quasi in punto di morte?».
    «No, senza necessità. Per l'attrattiva della cifra».
    La vecchia signora immaginava che, sotto la mistificazione del film, si stesse negoziando qualche affare in cambio del valore della villa. Lei era disposta a cedere la proprietà al figlio e a cedere la nuora a un altro uomo. Non escluse che si potesse trattare del cugino che formulava la proposta indecente, come del resto sempre aveva sospettato prima ancora di un qualsiasi segnale e prima perfino del matrimonio, continuando poi ad aspettarsi il peggiore finale della storia durante i sette anni della mia lontananza.
    Angela ha detto:  «E la donna, che dovrebbe dire?».
    «La donna non conta in questo caso. Il rapporto è tra i due uomini».
    Poi cominciano le interpretazioni del film. Il mio parere è che il compratore desidera vedere come agisca la tentazione indecente (ma non quella del denaro) nella mente dei due della coppia, marito e moglie. Nulla avviene per denaro, affermo; il denaro è il mezzo per raggiungere il fine che è la seduzione della vendita. Così non c'è una vera merce, la donna non si trasforma in merce. Ciò che conta è soltanto l'indecenza della proposta.
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