I miei libri
Triangolo davvero inconsueto quello de La stanza chiusa: un'anziana principessa che ossessivamente rivive le sue trasgressioni sullo sfondo dell'Europa tra le due guerre; Alexandra, attrice di teatro ambiguamente coinvolta nei lacci della sua stessa seduzione; suo fratello Émile, nevrotico e astuto. La principessa sembra muovere la vicenda spingendo i due giovani a riconoscere il sentimento “illecito” che li lega, tra tortuosità e simulazioni. Rivale di Émile è il signore del Midì, maturo protettore della carriera di Alexandra. Tra i due la partita è senza esclusione di colpi e la posta in palio incoraggia la sfida, inserendovi equivoche complicità. Il gioco, crudele e intrigante, si svolge intorno a una camera presa in affitto nell'appartamento decaduto della nobile, che diventa il luogo reale e metaforico di un desiderio proibito da sempre.
 
Accade ne La stanza chiusa come per l'anamorfosi splendidamente descritta da Baltrusaitis: le immagini osservate da un certo punto di vista o riflesse con accorgimenti vari si ricompongono, si rettificano, infine svelano figure a prima vista non percettibili. Al termine di un viaggio attraverso la perdurante oscurità delle “ragioni” che spingono gli uomini ad agire e trasgredire, si delinea un mondo suggestivo, sommerso sempre nel mare dell'ambiguo e del malinteso.
In filigrana, come una trama segreta, un interrogativo percorre tutta la narrazione: l'intrigo dei sentimenti e degli eventi - quel teatro di azzardo e crudeltà che l'autore allestisce - è anche, al fondo, la ricerca di una risposta su come spendere la vita, come usare il proprio essere.
 
l’inizio...
- C'è un modo con cui si può pagare?
- Sì -. La ragazza sorrise.
Dietro il bancone nel caffè ombroso (ma un sole accecante era nel rettangolo della porta) il patron stava tirando le leve della macchina.
- Quale moneta? -, chiese Émile.
Alexandra alzò le spalle sorridendo, ma ora sembrava distratta o distante da quella conversazione.
“Si annoia -, sospettò Émile, - si tirerà indietro".
Due bicchieri riempiti a metà sul tavolino rotondo. Lei vi si sporse sopra appoggiando i gomiti al marmo e di nuovo tornò a sorridere compiacente. Si aspettava ancora il gioco di Émile ma non voleva provocarlo. O forse lo odiava, aveva per lui un vago rimprovero.
- Quale prezzo? -, disse egli benché volesse tacere. Il buio del caffè (ma il patron li guardava, attentamente indagava tra un movimento e l'altro dietro il bancone, per quanto con occhi annoiati) lo rendeva inquieto, lo eccitava.
- Nessuno sospetterebbe se ci vedesse insieme.
- Che cosa? -, chiese lei.
C'era un odore strano sul suo corpo, un profumo conosciuto (indovinò) ch'egli non avrebbe sopportato senza disgusto. E i gesti non potevano che essere noti: anche questo l'avrebbe ferito, presagì.
Il patron ora occhieggiava tranquillo verso di loro senza neppure nascondersi. Non prendeva sul serio il giovane; forse neanche la ragazza prendeva sul serio il suo compagno. Non aveva freddo lei, così a braccia scoperte, nell'ombra del caffè? Quelle coppie tutte eguali! Però questa (come dire?) più ambigua, più dubbia... Le leve tornarono su lentamente tra lo sbuffo del vapore, e lo specchio dietro la parata delle bottiglie era scuro o macchiato - un vecchio specchio.
Certo che Émile poi si sarebbe pentito perfino di quelle frasi, non diciamo dei gesti. Ma ora non voleva evitarli.
- Che cosa? - ripeté la ragazza quand'egli disse: - Soltanto gli estranei possono sospettare di noi, non è strano? Soltanto chi non ci conosca. Gli altri non potrebbero immaginare.
Il fascino di quell'incalzare sottile di lui, incerto e timido ma pervicace, doveva subirlo però. Émile era così ostinato contre se stesso e aveva un'aria così tormentata, come per l'amore puro di un adolescente, che davvero la stupiva. Né adolescente né puro - pensò. Sebbene potesse sembrarlo. Sottili ossessioni, idee astratte lo rendevano infelice.
Alexandra vuotò un poco del suo bicchiere, si volse a guardare in giro. Dunque, da dove ricominciare quel discorso? In che modo ne avrebbe parlato?
- Ah -, disse la donna che entrò nel caffè tirandosi dietro un po' del sole accecante di fuori. E si accostò al banco con voce aspra. Aveva tacchi alti sotto le caviglie un po' grosse e capelli tinti rossi stopposi, da bambola, in contrasto con la sua età declinante, quanto i troppi colori dissonanti degli abiti. Una sciarpa lunga di lana le scendeva dal collo.
- Madame la princesse - , la salutò il patron.
Quella volta quando, incolpandosi solo perché Alexandra potesse giustificarlo, le aveva detto che pensieri del genere non avrebbe dovuto averne, non erano pensieri leciti, egli lo sapeva. Ma lo disse anche per tentarla, e per sondare: se Alexandra non avesse reagito, se non si fosse adirata, allora... E lei rimase immobile, in silenzio, ad ascoltare come se non capisse. Émile disse, per giustificarsi, che la sua vita sarebbe stata breve e dunque era lecito che i suoi propositi andassero oltre ogni limite ("Che ragazzo!" pensò lei vagamente adirata o annoiata per quell'argomento, del resto arbitrario. “Perché dovrebbe essere breve? E poi, anche se fosse vero che la tua vita sarà breve, perché dovrei...”). Ma il viso di Alexandra rimase immobile; le piaceva ascoltare i sottili raggiri dell'altro: non le astuzie per raggirarla, ma i labirinti in cui si perdeva o insinuava, i sottili giri che percorreva per scoprirsi e giustificarsi. C'era qualcosa di malvagio nei desideri con i quali riemergeva da quei labirinti, non di corrotto: non ancora corrotto. Dunque quei pensieri erano leciti, concluse Émile revocandosi poi subito in dubbio. Di nuovo voleva che la ragazza fosse complice; e certo soltanto in quel modo lei avrebbe potuto accettare (riteneva), soltanto con una colpa sottile.
La princesse bofonchiò come se si prendesse gioco del suo pubblico. Ancora un sorso, viziosamente. La sua gola roca ne ricavò un breve sollievo. Gli uomini non le erano mai piaciuti. C'era una promiscuità viziosa in quel loro accostarsi, che la infastidiva. Non che le piacessero le donne (di nuovo bofonchiò astutamente contro il suo pubbbico): non più degli uomini. Troppa intimità allo scoperto, con loro. Possibibe (disse pure) che i piaceri debbano avere un prezzo così alto? Un attimo di gioia... Era del parere che uomini e donne dovessero usarsi come strumenti arnesi macchine per il tempo necessario, e poi abbandonarsi. Il liquido scese ancora una volta nella sua gola.Teneva bene l'alcol, non era per questo se parlava a quel modo. Insomma lei amava la libertà, la solitudine, anche l'introspezione che è una sorta di atto solitario, di vizio proibito. Amava se stessa.
La stanza chiusa
1986 - Carte Segrete - pagine 132  
Dalla prefazione di Attilio Bertolucci:
Opera prima, ma di uno scrittore che sa bene come raccontare una storia, e di sottili e inquietanti implicazioni, con ritmo estremamente giusto e una doratura stilistica rara ai nostri giorni, da farci pensare a un compiuto apprendistato sommerso o a una vocazione infallibile dell'autore.
[...] il sottile e solitario indagatore, quasi voyeur, Angelo Mainardi, tanto più ci piace perché sta a sé, procede per vie “ombrose e torte”, ma arriva, dove voleva, a far luce su l'intrico meraviglioso e disperante delle passioni. Tali soprattutto perché accese in due persone irrimediabilmente unite e separate come sono il frateilo e la sorella de La Stanza Chiusa. Aggiungi la presenza e la voce di una persona terza, non giovane come i protagonisti (agisce e fa da coro), consumata invece dalla vita. Un triangolo drammaturgicamente esemplare, l'altro personaggio maschile forse di comodo.
 
 
 
frammenti
 
II
Una giovane attrice, un'attrice giovane.
- Oh, - esclamò la princesse, - sei un'attrice.
La stanza era rimasta chiusa per tanto tempo: cioè lei non sapeva che farsene vivendo da sola in quella casa. Era una stanza che non aveva mai usato, non sapeva perché. Non ci entrava mai. O soltanto un momento per rimettere a posto qualcosa. Strano: l'aveva sempre evitata, aggirata.
- Ti interessa? -, chiese.
- Un'attrice, oh! -, l'ammirò con impalpabile ironia. - Ti guardavo difatti, così bella. E al caffé come hai saputo che avevo una stanza da affittare?
Subito l'aveva invitata a entrare. La scala era apparsa ad Alexandra grandiosa e solenne, per quanto lisa; e ora anche l'appartamento si rivelava come s'era aspettata: logicamente fastoso e abbandonato, oppure immobile. Non avrebbe detto che somigliasse alla princesse, alla sua ansia o disordine. Da tempo non doveva essere mutato.
- Al caffé mi hanno detto dove abitava e che... -, spiegò Alexandra.
- Naturalmente hai un amante, un signore che ti protegge -, tirò a indovinare la princesse. - Ma ti lascia libera. Quel giovane del caffé... E chi ci porterai?
- L'uno o l'altro.
L'ombra delle stanze possedeva una dignità principesca, la dignità della follia di una casata in declino o in rovina, così che il luogo faceva sospettare la dissipazione violenta e allegra con la quale la sua erede era vissuta. C'era sicuramente un percorso nascosto dietro quello visibile e semplice, un aspetto ingannevole di oggetti usuali. Stanze sconosciute, invisitabili; interni disertati da troppo tempo; l'astruseria di una collocazione, l'inconoscibilità dell'uso di un oggetto e dell'enfasi con cui era esibito...
Per esempio, i parati dei muri erano troppo altisonanti ma vecchi, non si sarebbe detto proprio consunti. E il salotto appariva agghindato per ricevimenti pretenziosi che da tempo dovevano essere scomparsi sotto quei soffitti. Però qualcosa di una corriva mezz'aria borghese s'era insinuata coi giorni nello scenario decaduto, un'equivocità allarmante, quanto ce n'era nella persona della princesse, tanto da far sospettare a volte - più che una rovina polverosa o una degenerazione del sangue - soltanto un falso. Il lusso della casa poteva essere un'impostura.
- Un signore del Midì, nobile, non vive a Parigi -, Alexandra recitò tutto d'un fiato. - Viene a trovarmi qualche volta. Non è giovane. Mi ama.
- Che devo fare? -, chiese all'improvviso, fingendo di piagnucolare; però ammiccava, un lampo si accese nei suoi occhi, e permise che l'altra lo scoprisse.
La princesse accolse la mano che si posava sul suo ginocchio, lei stessa la ricambiò (quel covo di Parigi non somigliava alle stanze alte, severe di Berlino; lei era cambiata e questa ragazza calcolatrice era troppo sicura, una creatura terrena).
- E l'altro? -, domandò.
- È mio frate!lo -, disse la ragazza.
IV
Alexandra con la sua carne risaputa di sorella e qualcosa nei gesti che egli conosceva da sempre, qualcosa di già visto: con i retroscena dei propositi già noti come tra bambini cresciuti insieme; quella conoscenza che si arrestava alla soglia di un segreto indovinato, intravisto e in fin dei conti scoperto per quanto proibito, un'intimità insomma già consumata e densa, ripugnante, ma che egli doveva violare proprio perché li offendeva e perché un'insulsa idea di amore (limpido e vibrante quanto la luce del mattino) sembrava nascere dal pantano dei pensieri, dall'ingorgo dei desideri - Alexandra gli ispirava angoscia.
0gni evento della vita poteva mostrarsi angosciante. L'approssimarsi ad esso, come a un luogo di malaffare dove si debba sottoporsi a una prova, a una prova mortale, lo riempiva di nausea. A causa dell'emozione troppo violenta, si disse. Ma no. Forse non era un uomo d'azione, tutto qui. Colpa sua, una fenditura o ferita del carattere gl'impediva di agire. Le idee gli apparivano inevitabilmente separate dai fatti.
Però inseguiva quell'angoscia, l'emozione dolorosa di essere (con approssimazione inevitabile, con imitazione scadente) calato nei fatti. C'era qualcosa di perfido perfino, nella sua sfida. Disprezzava gli altri; era troppo consapevole di quanto fosse precario o fatiscente lo scenario sul quale recitava; ogni idea che non accogliesse l'egoismo assobuto della sua esistenza la rifiutava. Pregiudizi, affetti, divieti che aiutavano gli uomini a vivere non avevano senso per lui, anzi voleva annullarli, offenderli. Da sempre era stato così. Che significato aveva anche quel pudore di Alexandra (l'ultimo puntiglioso residuo del suo pudore) se non perché potessero entrambi lacerarlo?
IX
Un poco egli appariva come il diavolo, un poco come un ragazzo nevrotico o un amletico assassino, nella figura riflessa al fondo dello specchio nero, annerito, mentre studiava i suoi trucchi e le sue vestizioni, i suoi travestimenti, scartando raggirando il corpo della sorella. L'idea di un'adolescenza malata, di una tensione inaccessibile si congiungeva sempre in lei all'immagine di Émile. Però al contempo era il demonio dei santini da infanzia, con pelle solforosa e coda unta. Fin da ragazzo parenti irreprensibili e untuosi, che spiavano con lucida saggezza quasi attraverso pareti trasparenti, lo condannavano per qualcosa di colpevole, una irregolarità perversa che in effetti non avrebbero dovuto avvistare dalla loro ingenuità: un'inclinazione mostruosa non tanto a dissolvere le cose (questa semmai era sospettata da Alexandra) quanto a distorcerle diabolicamente, per un maligno istinto, alla maniera appunto che essi predicavano fosse appannaggio dei diavoli da santini. Quel dubbio odore di un'infezione infernale gli era rimasto addosso dall'infanzia. Ed eccolo adesso nello specchio farsi avanti con volto non proprio raccomandabile.
Alexandra provava tenerezza verso la fragilità sotterranea, verso l'annientamento del fratello? Una tisi cattiva lo rendeva spietato nel progettare i suoi raggiri di rovina. Dunque lei non avrebbe dovuto sentire sollecitudine per quel nero puntiglio.
Fu durante una di quelle trasmutazioni che Alexandra chiese ad Emile: - Lo odii, vero?
La compravendita nelle camere rosa d'albergo, il ricatto, le sparizioni di lei mentre il signore restava a Parigi, e l'alibi che gli veniva chiesto di fornire: tutto questo era troppo? Così il delitto delle parole era pronunciato; si ammetteva che Émile dovesse soffrire a causa del signore del Midì. E la domanda era: fino a quale punto era disposto a patire? La linea d'arrivo poteva essere spinta sempre più avanti, e forse rimanere inaccessibile.
- Se non vuoi più occuparti di me...-, aggiunse Alexandra con crudeltà.
 
 
la fine
Quel giorno il signore dcl Midì era davvero scappato via; aveva addotto un impegno per non fermarsi. Il luogo lo angustiava. Il luogo era davvero sordido: un palazzo signorile disponibile per ogni uso. Ambiguamente Alexandra gli faceva notare ogni dettaglio. Il vecchio ne era convinto: Alexandra voleva guidarlo a scoprire ogni dettaglio per ricostruire, atto dopo atto, con la crudeltà di un'analisi, la propria congiura. L'imposta richiusa, l'alambicco, il damasco ruvido del letto, la cavità bianca del bagno, e il silenzio del luogo, la porta infine che si aprì per fare entrare la principessa quando loro si apprestavano a uscire - tutto doveva ripetere il misfatto dinanzi agli occhi di lui. (Dunque quel giorno la principessa era rientrata in tempo per vederli uscire insieme Alexandra cd Émile? Oppure aveva atteso di fuori calcolando il tempo? o forse, con un anticipo che aveva calcolato, era già lì in un'altra stanza?). Il signore del Midì era proprio fuggito dall'esibizione che Alexandra stava facendo. Che mostruosa confessione la sua! Più colpevole del delitto che aveva ordito. Più orrenda di quel connubio greco.
Ora avevano fatto il giro dei viali tra i monumenti. Alexandra notò l'inane imitazione della morte nelle pose di pietra. Piuttosto le immagini dei vivi stampate sulle tombe rivelavano una solennità finale. Nell'espressione passeggera in cui erano stati colti sembravano alludere alla consapevolezza dell'ultimo atto. Colpa del luogo - si disse Alexandra e tornò a distogliersi. Il Père Lachaise s'immegeva in una tiepida nebbia di primavera.
- Che strano -, fece la princesse, - a pensarci! Ricordo meglio certi angoli dei giardini, ad esempio il ponte di ferro sul canale e al di là, in una giornata fredda, i tavoli di un caffé all'aperto, o le foreste verdi e piovose dove correvamo in auto con Christa prima che la distruggessi, te l'ho raccontato?, una notte a Berlino: meglio i luoghi che il viso di Christa!
Farneticò ancora la princesse: - Quell'ufficiale tedesco era il più fottuto di tutti. Disperato, però non voleva mostrare di esserlo. Si sa, per l'arroganza del conquistatore, o forse perché ne aveva vergogna come di un vizio. Sapeva in ogni momento che quel teatro superbo sarebbe franato. Un uomo può vivere forse così?
E: - Che farai ora? - chiese. - Tra poco sarà buio. Usciamo.
Presto la cancellata massiccia si sarebbe richiusa sopra gli orrendi segreti dei morti.
“È salita su con Émile quando io non c'ero. Ha recitato il suo stratagemma, e il signore del Midì poi avrà indovinato...”
Le gambe di Alexandra oscillavano lievemente sopra i tacchi alti. Non potevano fare a meno di notarla, tutti. Era sempre in vista nonostante il vestito. Anche sotto gli occhi solenni del Père Lachaise pensava con gioia a se stessa. Che fare di quell'essere vibrante?
Al bar d'angolo qualcuno la squadrò sulla porta. Lungo il bancone zincato la principessa bevve di nuovo, si aggiustò lo scialle sul petto. La stava scrutando con occhi da testimone, stava curiosando in un'altra vita. Trangugiò rapida. Alexandra ebbe voglia di tornare nella stanza sopra il silenzio del cortile.
 
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