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Un singolare triangolo che ha per posta la proprietà di una casa, il possesso di una donna e infine un possibile delitto: questo il tema del racconto che dà il titolo al volume, Le donne di Kafka, dove un uomo interroga l’enigma delle figure femminili del mondo kafkiano. E l’enigma è pure lo scenario degli altri racconti della raccolta: l’enigma delle passioni e soprattutto l’enigma del tempo della vita. In Infanzia cose e persone appaiono misteriose allo sguardo del protagonista come forme di una città metafisica. E perché, nel ritratto immaginario di Andy Warhol dal titolo Il museo di trenta piani, l’artista raccoglie in una sorta di schedatura universale, di maggazzino del caos, ogni genere di oggetto, ogni testimonianza della sua esistenza?  Perché un quadro di Magritte che non figura in nessun catalogo è all’origine di un omicidio, in Doppio taglio?
 
 
Le donne di Kafka
1993 - Shakespeare & Company - pagine 196
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La donne di Kafka
Il museo di trenta piani
Infanzia
L’orologiaio
Doppio taglio
Festa da ballo sul fiume
Le due case
Il testo scritto
da Il museo di trenta piani
 
La collezione fu messa all'asta in una serie di giornate. Riempiva interamente un palazzo di trenta piani: il defunto lo aveva acquistato in una zona costosa della città col fine di collocarvi la sua raccolta. Si trattava di un accumulo di oggetti svariati che non fu possibile catalogare a causa del disordine nel quale erano disposti. Accostamenti casuali ponevano l'uno accanto all'altro pezzi rinvenuti nei luoghi più disparati e giorno dopo giorno secondo le occasioni del momento, con l'unico intento apparente di documentare tutto il possibile.
L'attività di collezionista (se si può definire così un tale esercizio caotico) si era svolta lungo l'arco di parecchi decenni, e perciò gli oggetti portavano tracce di mode diverse. Ma nella collocazione non si era seguito un criterio cronologico, e pertanto la disparità merceologica non era affatto compensata da considerazioni di contemporaneità. Per consentire lo svolgimento dell'asta si provvide a una sommaria schedatura.
Andreas era morto all'improvviso, a un'età in cui poteva presumere di avere ancora dinanzi a sé un consistente futuro, e al sommo della sua fortuna. Probabilmente, se fosse vissuto, avrebbe proseguito - e con mezzi esorbitanti - la collezione, addentrandosi ancora di più in quell'accumulo indecifrabile.
Ciò che stupì fu l'indifferenza di psicoanalisti e psichiatri alla raccolta dell'artista. In qualche modo fu considerata un innocuo divertimento, una mania come le tante altre a cui gli uomini dedicano il loro tempo libero, per esempio il footing o la ricerca di edizioni rare. Si disse: Ecco come spendeva le sue enormi ricchezze. Si notò pure: Non avrebbe mai potuto rimettere ordine tra tante cose senza una fatica immane, senza occupare interamente tutto il tempo che gli rimaneva. O anche: Non era più in grado di utilizzare in alcun modo questa enorme quantità di cose.
L'inutilità della collezione - o meglio, quell'impedimento a fruirne che essa stessa generava - apparve l'aspetto più vistoso. Ne risultava liquidata la fatica di Andreas. C'era stato un eccesso imprudente, sconsiderato - appunto un andare oltre la misura della fruibilità - e questo aveva distrutto, per così dire, la ciclopica costruzione dell'artista.
 
Segnali senza data, sintomi oscuri, figure anonime si sommavano nel magazzino a trenta piani ormai saturo, dove gli esecutori testamentari si affrettarono a fare piazza pulita. Uno studio accurato avrebbe potuto invece fornire la ricostruzione della storia di Andreas. Ma gli psicoanalisti considerarono quel grande emporio tutt'al più un vizio, un'abitudine perversa di riempire domeniche vuote e ore morte della giornata percorrendo strade di periferia, depositi sui fiumi che si rivelavano vere e proprie topaie, minimi bugigattoli di rigattieri, scarichi di immondizie in angoli quieti della città, e poi negozi di bigiotteria e di moda, e mercatini rionali delle pulci, fiere periodiche, gallerie d'arte in voga o in disuso - e tutto anche alla ricerca forse di equivoci incontri. Accadeva specialmente nelle ore in cui la luce si affievoliva, verso il crepuscolo, quando egli era più vulnerabile al vuoto e al caos. Reperire documenti con un moto infinito sembrava dare qualche soddisfazione al caos, come in un inventario che almeno tenda alla completezza seppure senza mai avvicinarsi al fine.
Ma si volle vedere soltanto la sazietà di un uomo viziato, arricchito, anche depravato. La dissolutezza e il cinismo gli vennero imputati quale vero movente di questo maniacale sperpero che era la sua collezione. Se un mondo è infrequentabile, impercorribile, incatalogabile, quanto si rivelò subito il museo trenta piani colmato fino all'inverosimile di cose fuori uso e anche scadenti, a conservarlo non si fa che uno spreco. Andreas vi si sarebbe lasciato andare per un capriccio, e all'origine di un tale puntiglio sarebbero il lusso e la lussuria.
In effetti, un passo dopo l'altro, egli si addentrava nel proprio labirinto. È quello che non si è voluto guardare. Il labirinto era fatto di moti labili, in numero interminabile. A ogni istante Andreas ne registrava uno. Poi subito ne perdeva la memoria delle ragioni e perfino del nome. Spesso erano eventi o impulsi brutti quanto certi stravaganti oggetti di plastica colorati con eccesso, ma lui doveva tenerne conto, occupavano il suo spazio interno e poi li inseguiva per non smarrirli del tutto. Un caos informe regnava dappertutto. Più che mettervi ordine Andreas agiva tentando di fissare tutto il possibile; ma in questo stesso modo creava le condizioni dell'accumulo e dell'indecifrabilità. Possedere troppi segni equivaleva a renderli infruibili.
 
Forse Andreas aveva tentato inutilmente di salvare dal baratro proprio i singoli esemplari, non il tutto ma invece quella effimera creazione che era ogni individuo. Egli stesso era composto di eventi singolari, però tanti - troppi e fragili. Agli amici naturalmente parlava di mania di collezionismo. Ma già correvano voci sull'assoluta mancanza di pregio delle migliaia di oggetti del palazzo di trenta piani - vera spazzatura del mondo. L'insieme era demenziale, a parere di molti; ed è risaputo che egli spendeva una fortuna per questa raccolta, pagando cifre molto alte in cambio di qualche pezzo soltanto perché la sua faccia era ormai universalmente nota e il mercante ne approfittava.
Per esempio gli indumenti femminili non erano certamente per lui oggetti di affezione, dunque non avrebbe dovuto collezionarli. Invece la raccolta ne conteneva di ogni foggia. Solo l'esplorazione metodica che perseguiva tra i segni dell'esistente poteva giustificare un interesse a simboli ai quali si sentiva così refrattario. La sua era insomma una "scrittura dell'esistente". Uno psicoanalista avrebbe dovuto almeno mettervi le mani.
Come artista era noto per le azioni scandalose. Quei film in cui due uomini si producevano in un lungo accoppiamento in tempo reale, senza variazioni di pose, di gesti, di punti di osservazione, ne avevano creato la fama più di ogni altra opera. Poi era seguito lo "scandalo" di ripetere in serie un'immagine pubblicitaria o un famoso personaggio. Quindi la sua stessa persona emaciata, pallida era stata venduta quale emblema del vizio e forse del disordine mentale che segue il vizio. Egli aveva pagato - si diceva - un prezzo molto alto alla notorietà. Diventato ricco si era abbandonato a quel delirio di oggetti insensati racchiusi oltre il limite dell'inverosimile nel suo museo vertiginoso. Se fosse vissuto ancora, avrebbe dovuto elevare di altri trecento piani l'edificio. La morte era arrivata opportuna a frenare questa crescita.
Come in una schedatura universale aveva tentato di salvarsi provvisoriamente attraverso il vizio dell'accumulo, girando film che rivelavano la stanza troppo privata di un amore gay, moltiplicando inutilmente le etichette già troppo note della pubblicità e infine raccogliendo ogni cosa. Poi il marasma degli eventi infiniti riprendeva il sopravvento ogni volta. Dall'archivio, dal tentativo disperato di una testimonianza rinasceva il caos. Non si sfugge all'immensa dispersione delle cose. Nemmeno contarle può servire.
 
 
da Infanzia
 
La camera obliqua
Ricordo di aver studiato il silenzio intenzionale dei mobili mettendolo a confronto con il loro aspetto ridicolo, che appariva pertanto provocatorio e insultante dato che una natura inspiegabile si congiungeva in essi alla goffaggine delle forme. Le gambe ritorte delle sedie e delle credenze in stile imitativo e di borghese squallore suscitavano sempre domande senza risposta, essendo condannate a nascondere in sé le proprie ragioni, del resto insulse.
Il medesimo effetto producevano le figure viventi che comparivano a tratti nella stanza sedendosi a gambe incrociate o libere sulle gambe delle sedie (o tra le gambe delle credenze se viste di scorcio). I corpi, con tutta la loro prepotenza di esistere, non uguagliavano peraltro in arbitrarietà odiosa e disgustosa i gesti che compivano e le parole che emettevano. Signore dell'età di mia madre, afflitte da vedovanze precoci o da altre disgrazie che sembravano connaturate alle loro persone tanto che finivano per vantarsene o almeno per vantarsi di quell'esercizio di parlarne quasi sempre compiaciuto, riunendosi anzi (si potrebbe dire) soltanto a questo scopo di esibire l'una dinanzi all'altra le proprie disgrazie, apparivano a intervalli regolari quasi posate a sorpresa da una grande mano in quello spazio quadrettato del pavimento, senza che fosse poi possibile cancellarle. Io spiavo inutilmente il loro incomprensibile destino di catastrofı: una muraglia di eventi immodificabili si proiettava da queste figure sopra di me.
E’ anche vero che esse possedevano tra le loro brutture, come indovinavo, un punto osceno. Un organo sconosciuto che non si poteva ignorare, sicuramente presuntuoso e di un'eccessiva intimità, stava in agguato tra le gambe che queste signore afflitte da disgrazie e inutili sotto ogni riguardo per quanto ineliminabili sovrapponevano alle gambe delle sedie, col presupposto (evidente nel gesto di chiuderle e di celare così il punto osceno) che il bambino dovesse desiderarle quanto ogni altro, o perlomeno desiderare di conoscerle sotto questo aspetto - cosa che generava in loro vanità ma anche senso di offesa e poi l'atteggiamento di persone aggredite con fastidio. Senonché anche quel punto, comparendo in esseri brutti e senza ragione, non poteva che apparire brutto e senza ragione, e così tanto più inesplicabile era la curiosità che si presupponeva provocasse e tanto più assurda la cura di nasconderlo. ...
 
Uno sconosciuto
Lo strano signore rimasto sconosciuto che una domenica mi guidò in giro per la città fino a una torre medievale mai più rivista, che io identifico però in una costruzione di un vecchio quartiere senza averla mai più ritrovata quando vi sono tornato per cercarla, tuttavia conservando la certezza che si trovasse lì e che io l'abbia vista un giorno, il giorno stesso in cui il signore misterioso (il quale era, se non un parente, almeno un amico di famiglia) camminò con me tenendomi per mano nella città assolata svuotata del traffico consueto a causa del giorno festivo, tra ombre nette (anche questo ricordo), senza che io riuscissi a spiegarmi né la sua identità, né i motivi per i quali mi conduceva a passeggiare, né i luoghi che attraversavamo, né infine le persone alle quali mi presentò in un interno altrettanto irrintracciabile (anzi passando il tempo quando era già sera cominciai a diffidare malignamente delle sue intenzioni  cui non potevo tuttavia dare un nome) - questo signore, per essere amico di famiglia, era sospettato a causa delle ambiguità dell'espressione "amico di famiglia" filtrate attraverso oscure e anche volgari allusioni, sospettato dunque di rapporti illeciti.
Ma intanto alla sua immagine si mescolava un proposito paterno come di un amico che intendesse prendere per un giorno il posto del padre scomparso, e dunque un'affettuosa sollecitudine o anche pietà verso di me, che potevo per questo sentire gratitudine e però insieme offesa non tollerando quel destino di orfano povero che autorizzava gli altri a inutili commiserazioni e poi a tenerezze vacue e infine a indiscrezioni nel mio animo anche autoritarie (cosa nella quale eccellevano i parenti meno disposti ad aiutarci). Così temevo che anche quel signore, sotto il suo velato sorriso, nascondesse il ricatto di richiami e raccomandazioni tanto più importuni in quanto (come ho detto) lo sospettavo di maneggi con mia madre.
Più tardi mai sono riuscito a trovare conferme sul signore sconosciuto sebbene ripetutamente indagassi presso i miei, ma non esistevano tracce almeno nella loro memoria né dell'uomo né della circostanza festiva; egli non aveva alcuna identità se non quella della certezza che io ne possedevo, tuttavia totalmente fantastica, consistente soltanto nell'immateriale figura che io non potevo eliminare per quanto lo tentassi e poi nell'incubo della sua presenza misteriosa. Il sospetto circa enigmatici propositi che lo muovevano (una mia sparizione, un'eccessiva tenerezza, una promiscuità occasionale dei corpi), sebbene privo di ogni movente, dava piena esistenza al fantasma. ...
 
 
da L’orologiaio
 
Chi odia di più l'orologiaio? Forse il droghiere della porta accanto? o il negoziante di biancheria intima? No. Gli altri orologiai.
Spesso il venditore di calze e reggiseni si affacciava alla vetrina in cui erano esposti i meccanismi preziosi e astrusi del tempo, inviando anche blandi cenni di saluto o d'intesa al tetro orologiaio attraverso il riflesso dei vetri. In modi diversi loro due amavano le medesime cose. Gli occhi del mercante di trine e veli per ventri e gambe ammiravano avidi i minimi congegni che misurano il flusso della vita. Egli possedeva un macabro gusto dell'effimero: quanto sarebbe durato un paio di calze di seta?
A sua volta l'orologiaio in qualche intervallo di solitudine andava a studiare le vetrine dove facevano mostra di sé gli oggetti di abbigliamento, certo più belli di ciò che erano destinati a contenere. Più d'una volta, osservandoli dinanzi all'ammicco del loro mercante ch'egli scorgeva attraverso l'opacità del vetro, dovette ammettere (sebbene furtivamente) che quegl'indumenti erano perfino più misteriosi di ciò che avrebbero ricoperto.
Ecco  pensava,  il tempo scorre senza senso, senza possibilità d'essere avvertito, si direbbe in punta di piedi; e invece gli orologi scandiscono un ritmo, disegnano nel ticchettìo delle loro rotelle l'idea di vita e di morte. Si chiedeva allora se non accadesse lo stesso per quei simboli che il suo amico mercante ostentava in vetrina.
 
    In che modo li aveva offesi? La domanda lo tormentava. Naturalmente si riferiva agli altri orologiai. Più di chiunque avrebbero dovuto sentire affinità con lui. Il mestiere era lo stesso, l'attesa dei clienti marcata dal ticchettìo dei congegni li accomunava in una medesima ansia. Forse non era vero che conoscevano per esperienza comune i capricci delle signore, i vizi dei collezionisti, le velleità dei giovani? Ad esempio, gli studenti dell'Accademia passando, del resto in ritardo per restare poi fuori dalla scuola, si soffermavano a guardare sempre gli stessi orologi: ciascuno di loro ne aveva scelto uno o più e tornava ad ammirarli con desiderio destinato alla frustrazione. L'orologiaio aveva preso a pensare che amassero soprattutto la frustrazione o almeno la dismisura tra questa e l'impulso di desiderio; perciò sostavano a  esasperare una voglia che sapevano già condannata al fallimento. Una curiosità vaga, che sembrava riferirsi ad altro, a lontane possibilità nascoste dietro i meccanismi del tempo, li dominava. Tuttavia un paio di loro  una ragazza  e, ciò che più lo stupì sebene non sapesse perché, anche un giovane  occhieggiavano dentro le vetrine verso di lui quasi ad accattivarsi la sua benevolenza o a mostrare una disponibilità. Per un orologio si può delirare?
 
Sicuramente egli aveva sempre considerato misero commerciare con le semplici apparenze del tempo: voleva dire, con le forme degli orologi  quando questi eseguivano la terribile misura della vita. Si ripetè che aveva scelto il mestiere di orologiaio per la sua verità. Quale altro oggetto può rivelare di più dell'essenza della vita? cioè del suo trapassare dalla pienezza dell'essere al niente?
Bene. Erano pensieri malinconici ispirati dal grigiore della strada dove si accumulava la trascuratezza dei bidoni, delle carte gettate a terra. Ma forse magari un orologio era anche un mezzo di scambio, egli avrebbe potuto attirare il ragazzo e assistere al suo pervertimento a prezzo di un orologio e allora  chissà  il tempo si sarebbe fermato nella figura interiore della corruzione. La memoria di un evento annulla il tempo?
Col pungolo della stranezza di questi pensieri vedeva la figlia dell'amica percorrere il marciapiedi opposto, certamente distratta. Egli aveva sempre provato un'inspiegabile repulsione per la sua amica; la figlia le somigliava e ora lui ne era attratto a dismisura. Del resto era appena una ragazza  di fronte alla sua età ormai più che matura. Già in questo c'era scandalo, tanto più (si disse) che la ragazza  non sarebbe stata disposta a dimenticare la differenza di età. Lui poteva perfino ignorare questa differenza, quasi riportando indietro le lancette sopra un quadrante. Era disponibile a quel delitto contro il tempo, avrebbe contraffatto la misura delle cose come falsificando se stesso. In questo caso sentiva di manipolare in modo mostruoso la carne, la propria carne disfatta e segnata; si vedeva simile a un Dorian Gray che si nasconda dietro il ritratto annullando orrendità, quelle incise nella successione degli anni. Avrebbe compiuto questo crimine se non fosse per la vergogna dinanzi all'amica.
Tuttavia le cose si mescolavano confusamente. Forse desiderava soltanto usare la potenza di una macchina del tempo fuori da quel negozio per ottenere un semplice, mediocre vantaggio. Allora per la ragazza non aveva altro interesse che questo. Non poteva bastare il gioco chiuso delle misurazioni per il quale aveva scelto il suo mestiere....
 
Poi Nicole posò l'orologio prezioso sul velluto, certamente per umiliarlo, ma stava molto prossima all'uomo. L'uomo ne percepì con disgusto l'odore misto a profumo, che sicuramente era lo stesso della madre. A quel punto le aveva preso il polso, così le infilò l'orologio quasi con atto di violenza. Doveva sembrare che una pazzia senile si fosse impossessata di lui, un burbero vecchio compiva un gesto insensato di prepotenza. La generosità poteva assumere quella forma nelle solitudini della mente. I vizio si degradava ad altruismo.
La ragazza ne approfittò. Non tanto per accettare il regalo quanto piuttosto per mostrare di subirlo: era lei a rimanere in credito. Del resto era così vicina da profittarne pure perché egli valutasse ulteriori possibilità.
L'orologiaio riflettè che il tempo era stato sul punto di fermarsi. Perché quest'idea di un arresto del tempo si presentava sempre congiunta a una corruzione? Se l'animo della ragazza si fosse piegato a un calcolo basso, il flusso indecente degli attimi poteva trapassare nell'eternità. Ma questo era assurdo. L'indecenza consisteva proprio nella consunzione che il tempo irreparabilmente impone alla vita; lui ne era un esempio con la sua età così distante e impresentabile alla gioventù di Nicole. Eppure proprio l'usare questo pervertimento di sé per guastare la ragazza poteva guarire la dissoluzione del tempo. Nicole avrebbe intuito la sua ansia?
 
 
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