I miei libri
La disponibilità all’avventura, al rischio, ai legami pericolosi, alle esperienze trasgressive. di un giovane, eterno studente il cui massimo impegno negli studi è di portare sempre con sé dei libri mentre vagabonda nelle strade con l’alibi di prepararsi a scrivere un romanzo. E in contrapposizione a lui - insieme confronto e conflitto - il suo amico di adolescenza votato all’ideologia, all’attesa di un mondo nuovo illusorio e fallito, sorta di laica “terra promessa” che è già una città-fantasma. Sono i due poli di un’alternativa senza uscita in cui si rispecchia la condizione delle nuove generazioni di oggi, disorientate o travolte dalla fine delle mitologie politiche. Attorno a loro una rete di tentazioni e di personaggi segnati dall’ambiguità e dal dubbio. Gli smarrimenti erotici del protagonista, “voce narrante” del romanzo, attratto da esperimenti “al limite” della sregolatezza, e di contro il rifiuto dell’amore da parte del suo amico Jean, sempre in fuga verso un “altrove” senza realtà. E un finale “aperto”, forse su un cambiamento oppure su un miraggio.
 
Memoriale privato
 
 
2009 - Barbieri Selvaggi Editori - pagine 156
 
 
 
l’inizio
Un tonfo sordo nel cortile, splash di acqua in caduta in una vasca. Il cortile semibuio, malmesso. Due grandi porte a vetri immettono presumibilmente in magazzini. Lei si voltò a fissarmi. Notai la gonna di seta leggera sulle sue gambe. Decisi di non parlare, aspettavo altre rivelazioni. Una casa malandata, in periferia, sciatta - tutto quello che posso permettermi. Settimane che cerchiamo una casa. Come una coppia in visita ad appartamenti che intende prendere in affitto.
Sabrina che mi indaga dalla finestra con la schiena appoggiata al davanzale, per capire se le credo. Oppure capire come le sue parole siano cadute dentro di me. Immagino che il tonfo dell'acqua di grondaia nel deposito di acqua sporca sarà un rumore persistente, se prendo in affitto questa casa.  Soltanto il prezzo è a suo favore. L'immobile è vecchio, il pavimento sporco.
Mia sorella insiste: col marito le cose non vanno. Non vanno più, dice. Non dà una spiegazione.
Neppure le scale sono pulite: una bava di luce entra da aperture troppo alte, salendo ho scommesso che l'edificio fosse immerso in un sonno di indifferenza. Chi saranno i vicini?
    «Forse c'è in Paolo qualcosa che non va», dice. È una spiegazione?
Non chiedo: “Che cosa non va? Perché dici che lui non va?”, poiché ho il dubbio che stia recitando un falso dramma. E voglio distogliermi da quel discorso - voglio dimostrare di distogliermi dal suo discorso.
Ci saranno bestie qui, dico tra me. A occhio, poi a lunghi passi misuro le dimensioni delle stanze - tanto per fare scena. Se prendo in affitto questo appartamento, avrò tutto lo spazio di cui ho bisogno e anche di più, non è questo il problema. Bastava una camera sola, semmai. Ma eseguo le misurazioni.
«Vuoi sapere che cosa non va?», domanda Sabrina coinvolgendomi nelle sue confidenze. E il sorriso è sardonico quando descrive un’inesperienza presunta di Paolo, sempre osservandomi curiosa.
«Com’è squallido!», deve aver detto del cortile, affacciata a scandagliarne il fondo con la schiena rivolta a me.
Sono rimasto ostinatamente in silenzio.
 
 
frammenti
 
Abito gualcito, la faccia da studente, occhiali rotondi di metallo, l'aria distratta, il passo lungo ma senza ansia - sono io nello specchio di un bar. Provai sorpresa. In una parola, la mia immagine mi è estranea. Qualche volta  essere proprio così m’infastidisce, un’antipatia mi lega a quella figura. Però non è sempre vero, altre volte ne sono entusiasta.
Oggi, contro l’azzurro del cielo, tra i tavoli del caffè all'aperto, non sapevo decidermi - ho oscillato tra odio e infatuazione. L'aria era leggera, trasparente, e io navigavo dentro lo specchio del bar finché ebbi l’impulso di eliminarmi. Estrassi la pistola e sparai sullo specchio.
Tornato alla casa di affitto, la portinaia aveva la pelle più pallida e sottile, così pensai che fosse malata a causa della vita di peccatrice che aveva condotto.
«La signora non è con lei?», domandò.
Lezzo di cibi messi a bollire che fuoriesce dalla sua tana: questo smentiva poveramente l'altra immagine di donna vissuta. Forse è più giovane di quanto mi sia apparsa, ma consunta e disperata.
«Se le serve qualcosa, me lo dica», si offrì.
La fissavo. La sua benevolenza è ambigua. Il bugigattolo della portineria ha sul fondo tre gradini da dove provengono gli effluvi di cucina. Mi chiesi pazzescamente quale fosse il suo odore personale.
 
Passeggiavo nei viali lungo il fiume tra inutili riflessioni. Poi visita alla teoria di statue egizie sedute in fila accosto alla parete ricurva come signore in attesa dal dentista o al bagno turco. Ne ricavai un impulso sessuale. Sentori di autunno nel viale, quindi la zaffata acre di un motore diesel. Sotto il braccio libri che non leggo.
La ragazza che fotografo durante la visita al museo perché ha belle gambe - e se ne accorge e allora mi segue collocandosi in modo che possa inquadrarla - è appena all’inizio dell’adolescenza. Se mi notano, penseranno a gusti inammissibili; però rivela un’intesa neppure vanitosa, piuttosto di complice curiosità. Sovrapposizione fantastica delle donne egizie sedute su seggette di pietra alle forme acerbe della ragazza. Desiderai stranamente la loro commistione. Sorrisi imprudenti che le lanciai da un angolo presso le statue, dietro le quali avrei fatto gesti impudenti arrivando anche ad alludere ma ambiguamente al mio sesso. E timore che in circostanze meno sfavorevoli mi sarei avventurato in mosse avventate, nonostante la pubblicità del luogo.
Sul viale poi camminando, resipiscenza. Ma mi voltai e la ragazzina mi seguiva con occhi interessati; non fosse stata assieme ai genitori, le avrei parlato. Il tutto con stupore come dinanzi alle egizie lubricamente accosciate.
 Occhiali rotondi di metallo che scorsi in una vetrina a specchio, e giacca gualcita - al solito con antipatia, rilevando l’aspetto eccitato che esibivo alla piccola Alice al di là perfino delle mie intenzioni, come a causa di pori gonfiati di sangue (sangue cattivo), ma un poco anche per provocarla fidando nelle sue inquietudini di adolescente. Provai avversione per la mia figura “spermatica” - così mi definii - nella scena del museo. La ragazzina tuttavia mi seguì nell’altra sala, a distanza, tenendosi in vista. La inquadrai nell’obiettivo sfacciatamente e scattai, sorridendo in un modo che doveva risultare indecente: ora non poteva più negare di essersi offerta a un occhio avido.
Dietro le lenti, un individuo pericoloso. Ero pronto a un’azione inconsulta. Nel viale ebbi la precisa percezione che Alice rimpiangesse la perdita di un’opportunità: qualcosa del grande magazzino del possibile si sarebbe vanificato nel nulla. Ma ancora ebbi timore dei miei gesti eventuali, come seguirla, scoprirne l'indirizzo, quindi appostarmi. Anche un invito nella mia sudicia casa dove ho trasportato le prime suppellettili, con azzardo di atti irreparabili. Volevo allontanarmi nella sensazione di avere già rischiato oltre il limite, il che era provato dalle immagini occulte dell’occhio meccanico in cui l’estranea appariva ripresa troppe volte con sfrontata somiglianza alle registrazioni segrete della mia rètina. Tuttavia cominciai a pedinarla.
 
È arrivato Jean. Un tempo piaceva a Sabrina. A vederlo dimostra la mia età (ventidue anni); anzi il viso delicato si direbbe di un adolescente, sia pure più esperto dei suoi anni a causa dei vizi che ha appreso. In realtà è abbastanza più grande di me.
Abbiamo ripreso le nostre passeggiate lungo il corso del fiume. Un tempo ci scrivevamo lettere che venivano poi lette in pubblico, almeno le mie, così cervellotiche confidenze erano sparpagliate, disperse tra estranei. Non so come Jean fosse arrivato a questo. Ma il fatto, quando più tardi ne venni a conoscenza e gliene domandai ragione, disse che gli pareva naturale.
Ora afferma che l’utopia è sempre più irraggiungibile, e anzi improponibile; e tuttavia, fa osservare, la realtà dei fatti appare inconsistente. Votata all’insuccesso per la propria intrinseca natura.
Mi sembra affetto da nevrosi. A un certo punto, proprio sul fiume, mentre rideva nel rilevare il fallimento delle cose vissute, mi è apparso corroso - una corrosione lo rendeva fragile. Segni di usura che ho intravisto sulla sua pelle. Un ragazzo malato.
Ancora mi torna in mente che metteva in piazza le mie rivelazioni, e ne sono irritato, provo tuttora un rancore sebbene inquinato da vanità, come mi capitò quando seppi di questo teatro abusivo. I nostri discorsi sono sempre filosofici. Così è più notevole che nelle lettere ci scambiassimo notizie private, che lui ha violato in quelle pubbliche sedute di lettura. Sentimenti ambigui per questo episodio.
Jean vive nell'assoluto, ha scelto la dimensione dell'infinito. Ne osservo il profilo ispirato (o puntiglioso) contro l’acqua che scorre, come nella ripresa di un film. Non corteggiava mia sorella, ma le piaceva. Mi informa che fa regolarmente esercizi di ginnastica. Vorrebbe al contempo spiritualizzarsi e possedere un corpo in piena efficienza.
L’utopia è il teatro sul quale riesce a essere protagonista, l’attore inquadrato dai fari. E tuttavia è terribilmente sincero in questo artificio. Mi sentii spettatore, confinato in platea ad assistere alla sua ambigua esibizione. Lui non vuole mettermi sotto accusa, ma divento ugualmente un imputato. È il rimprovero vivente del mio interesse alla mediocrità delle cose, che lui invece si ostina a bruciare.
 Marce in città e in campagna che sanno di adolescenza, di sete dell'invisibile. Mi pareva che Jean rimanesse fedele in ogni momento a questo impegno segreto, mentre io lo tradivo. Il tradimento era eseguito per piccole cose che ai miei occhi sono essenziali e che lui disprezza senza alterigia ma nel modo più radicale, come farebbe ad esempio per la giovane Alice e per i reati che ho progettato nelle sale del museo.
    Sabrina non ha tentato di corteggiarlo, ma due o tre volte gli ha offerto occasioni. Anche questo era agli occhi di Jean bassa contingenza. Tuttavia si sentiva indeciso e sarebbe potuto slittare verso quel comune senso della vita. Trovarsi giorno dopo giorno attraverso gesti imitativi tra le braccia delle cose.
 
C'è la guerra in qualche parte del mondo, nemmeno troppo lontana questa volta, sebbene sia un altro continente, Asia. Un dittatore vuole conquistare il dominio con armi proibite. Mi sforzavo di capire la necessità di controbatterlo, alla resa dei conti con le armi. Jean è semplicemente pacifista.
Inquietante superiorità dell'utopia sulla contingenza e la sporcizia dei fatti, che tuttavia contano.
Sembrava un raggiro sia il suo di puntare sul dramma di un popolo decimato dalle bombe, sia il mio di appellarmi al realismo della forza che serve a proteggere la libertà. C’è un sacrificio giusto se nessuna vittima risponde a un atto di giustizia?
Jean aveva un gioco troppo facile nel condannare l'impiego della forza, e lo scenario che disegnava mi sembrò infine paradossalmente un melodramma piuttosto patetico. Io calcolavo a freddo il prezzo conveniente che sarebbe quello del minor numero possibile di morti.
Scoprii poi uno strano gusto nel caos basso degli uomini. Non ne ho fatto parola a Jean, e d’altronde nemmeno ne ero sicuro, le suggestioni mentali ingannano. Un mondo idillico negli impulsi come negli eventi mi ripugnava quanto il mellifluo spettacolo di un teatrino parrocchiale. Appariva falso, scritto soltanto nei sermoni dei predicatori. La vita, un labirinto di egoismi, marasma assoluto, assenza di facili uscite. Una valanga di conflitti e di sangue.
Restavamo sospesi su questa contraddizione insanabile. La guerra rendeva ancora più incompatibile l'uomo con la propria natura (e s'intende col mondo).
«Tu giustifichi i delitti», mi disse Jean.
«Tu li condanni soltanto a parole», replicai.
Ma certo la sua frase significava qualcosa per me.
 
 
Se scoprirà che il marito la tradisce Sabrina vorrà vendicarsi alla stessa maniera. Misura per misura. Un buon motivo per il suo adulterio. Però in assoluta segretezza. La vendetta è un piatto che si mangia al buio, parafrasa. Agirebbe per se stessa, sapendo di offenderlo più a fondo per la circostanza che lui non sa di essere punito mediante il piacere che la moglie si concede, di averla fatta franca.
Faccio notare che l’adulterio la esporrebbe a pericoli in tutti i casi, tranne che se esistesse una mia complicità.
Allora ha detto: «Già, i panni sporchi si lavano in famiglia».
Per esempio, il luogo adatto per le scene di tradimento sarebbe casa  mia – l’unico perfettamente sicuro,
«Cioè - chiese con aria maliziosa, - mi ospiteresti da te con il mio amante?».
Io dissi: «Soltanto un incesto è un adulterio perfetto. In tutte le altre evenienze c’è comunque pericolo. Un marito è geloso e sospetta; allora indaga e infine scopre il misfatto. Innanzitutto dovresti cercarti un amante esponendoti in pubblico; poi ci sono le incognite del personaggio. Chi ti assicura che un estraneo non vorrebbe vantarsene e magari far trapelare qualcosa proprio per il marito? Oppure si innamora e pretende di più di un rapporto clandestino».
In effetti Sabrina sospetta di una segretaria di Paolo.
«Dovresti corteggiarla – dice – e portargliela via da sotto il naso. Ti darei tutti i premi che vuoi».
È una soluzione perfetta ma irraggiungibile. Infatti questa segretaria, se è interessata alla posizione sociale di Paolo, non si farà sedurre da un giovane spiantato. Sabrina l'ha conosciuta una volta a un ricevimento.
«Sai, la sensibilità femminile in questi casi...».
La congettura spiegherebbe perché Paolo la trascuri, secondo quanto asserisce mia sorella. Per gran parte della giornata la lascia sola; e quanto ai loro rapporti intimi, più che di una incompatibilità come lei aveva denunciato in altre occasioni, si tratterebbe di disattenzione da parte del marito, troppo preso dalla sua amante.
Così si disegna uno scenario diverso: Paolo non l’ha delusa, ma è lui deluso della moglie.
 
 
Jean fa un breve passaggio in città, mi convoca alla stazione, mi parla dal treno come un deportato. Non ho altra immagine che l’inevitabile grigiore delle banchine e le lucide linee dei binari che curvano nel sole.
Rendiconti, eterni rendiconti che dovrei fare in sua presenza, non perché me li chieda ma perché li impone col suo astratto silenzio. Notai l’involontario sorriso che dedica a questo insostanziale surrogato (mi dissi) del niente nel quale io vivo. Lui stava al finestrino come per l’incerto commiato verso una mèta pericolosa (ancora pensai a un campo di prigionìa) sebbene la partenza non fosse così imminente, e teneva tirato su – non so perché – il bavero della giacca quando l’aria era calda, ma mi sembrò che fosse esangue. Anche il suo abbigliamento contribuiva all’immagine di un viaggio senza ritorno, con cui contrastava tuttavia il sorriso intimamente vanitoso.
Non sta partendo per morire, mi dissi. Nuvolaglia che si addensa fuori delle pensiline. Mi figuravo che, guardandosi attorno cautamente, mi avrebbe consegnato un terribile messaggio al quale dovessi sentirmi per sempre fedele.
Che cosa vuoi? Perché non scendi dal tuo convoglio? Con malanimo gli rivolsi queste domande dentro di me.
Il treno non partiva, fu annunciato un ritardo. Durante l’intera adolescenza, mi dissi, non avevo fatto che lavorare per lui, a suo vantaggio; Jean mi aveva turlupinato con le sue false utopie. Egli vi credeva ma erano ugualmente false. Mi chiedo se le usasse scientemente per dominarmi. Lo conducevo a casa perché vedesse mia sorella, unico “pezzo” di valore in nostro possesso; e può darsi che da questo si originò tutto. Forse è una teoria senza fondamento di fatto: l’identificazione con lui che non seduceva Sabrina mi avrebbe convinto della necessità di sostituirmi nel ruolo di un affetto assoluto per lei.
Dal basso noto che ha un viso lungo, più simile a quello di un comico di cui non identifico il nome (forse Danny Kaye) che al tragico Jean-Louis Barrault. Finora mi era sempre apparso così romantico, votato a una passione estrema per una donna di enigmi.
Perché mi ha convocato proprio qui? Talento degli utopisti per le scene di effetto, che sono poi anche scene persecutorie. Ho pensato che egli si sia servito di Sabrina contro di me: ventilando di corteggiarla mi teneva in suo possesso.
Gli ho detto con un benevolo sorriso: «Avresti dovuto fermarti almeno un giorno».
La stazione equivaleva a un lungo addio dopo un breve incontro. Mi vidi nella parte di un sostituto di Sabrina mentre ricevevo in consegna un doloroso messaggio. Egli partiva verso la rinuncia, la purezza della rinuncia. Noi due, i fratelli, restavamo qui imbrigliati in un impuro tentativo di piccolo guadagno dalla vita, come sarebbe un mezzo amore tra alberghi clandestini e tristi caffè, con sguardi già votati al distacco. Ancora toccava a Jean stabilire i valori. Dall’alto della sua tavola delle leggi si prendeva la rivalsa di decretare una condanna.
«Per un certo tempo non mi fermerò più in questa città», disse. Il viso era sereno come quello di un santo.
«Perché?».
Non rispondeva. Dovevo estrarre a forza le risposte. Tenaglie per strappargli la lingua.
«Perché non vuoi fermarti? Avevi promesso di tornare».
«C’è disordine e dispersione. Non so trovare un fine».
Le strade della città decaddero nelle sue parole a un marasma volgare di traffici insostanziali e vani e di loschi piaceri da periferia levantina. Per la sua tavola di valori eravamo in colpa. Occupazioni meschine tenevano il nostro tempo e le nostre menti. Il suo braccio ci scansava con moto severo e austero come quello dell’angelo vendicatore, noi due misere creature legate alle astuzie quotidiane – era un moto insieme superiore e rarefatto.
«Non c’è un fine», sentenziò.
Mi umiliai a pronunciare: «E noi, i tuoi amici? Dovresti innanzitutto parlare con noi, dovremmo cercare insieme una strada».
Ancora, voltandomi verso la lunga prospettiva dei binari, ebbi il sospetto della deportazione di un uomo. Era un viaggio coatto, il suo.
La piega vanitosa delle labbra vista dal basso apparve incisa nel volto di un comico. Aveva bisogno di abbassarci per disprezzare il disordine: a questo punto disegnava un suo regno senza luogo. E tuttavia sentii il marasma in cui vivevamo Sabrina ed io. La condanna ci feriva. In un attimo vidi le scale della casa che avevo preso in affitto per uno scopo ostinato e riprovevole.
Il treno si mosse, ma era una falsa partenza. Avanzò appena di un metro con grandi scosse, e io lo seguii sulla banchina. Non volevo perdere Jean. Parte verso il nulla, pensai ancora. Il treno si assestò con rumore. Di nuovo Jean stava di fronte a me. E allora mi apparve di un sentimento tragico, sebbene con volto di comico.  Barrault e Danny Kaye insieme, pensai. Un ibrido calca le scene.
Inutile chiedere dove andasse. A nord, a est. Jean esplorava carte bianche, il nulla geografico, mappe senza segni. Gli importava partire, e qui stava il rimprovero, noi ci avvolgevamo in un punto fisso dentro una spirale che scendeva in profondo, sotterranei cantine sottoscala lui li avrebbe chiamati spregiativamente, nonostante  che a noi quel moto apparisse verticale, ascensionale. Avevamo ali ambigue, tracciavamo voli equivoci. L’enigma è così, mi dissi.
Jean, che cos’è la tua ripugnanza?  Di quale parte di te hai ribrezzo?
Poi il treno partì davvero alla maniera di un convoglio di prigionieri forse ignari. Dapprima un moto lento quasi impercettibile tanto da sembrare illusorio, poi uno strattone, quindi una serie di strappi, e infine si allontanava scivolando a velocità regolare.
Volevo rincorrere quel fantasma per non vederlo dileguarsi. Poi a passi introversi mi allontanavo dalla banchina ormai disertata, e infine dal piazzale dove persisteva uno strano tramonto mediterraneo più simile a un incendio, all’incendio di una città imperiale.
Durante tutta la mia vita non ho fatto che lavorare per Jean, per il suo utopico orgoglio. Jean, l’altra parte di me che non voglio essere.
 
Poi udii la requisitoria di accusa.
«Totale incapacità di realizzare - disse Paolo. - È solo in grado di costruire trame inutili. A che gli serve? A chi serve? È come un mucchio di materiali di scarto. E proprio ora che dovrebbe raggiungere qualche risultato. Invece gira a vuoto. Percorsi senza costrutto. E i suoi esami? Almeno questo. Ma no, neppure combina niente negli studi, soltanto libri sotto il braccio girando per strade e parchi inutilmente, quando si tratterebbe alla sua età di guadagnare, di inserirsi nella società produttiva. Fa passeggiate con te, ti tiene compagnia...! Non vorrà del denaro per questo genere di attività! Non pretenderà di considerarlo un impiego! Alla sua età giocare (se così posso dire) con la sorella... Lasciamo andare. La sorella ha il marito, non ha bisogno del fratello, e se resta sola può sempre distrarsi con altre occupazioni personali. Riempire il suo tempo con la sorella maritata quando ci sono tante altre cose in giro. C’è qualcosa di deviato, di morboso in lui. Fisso alla sua eterna adolescenza. Una vera regressione. Vedi – disse, – non vorrei dire la parola, ma tuo fratello è un...».
Il suono si interruppe. Parlava a voce chiara, autoritaria. Era il Paolo sicuro di sé e autoritario. La controfigura del sosia nevrotico.
Dopo un attimo la voce riprese: «... un parassita. Continuando così, e se tu gli dai spago, si avvia a essere un parassita».
Però l’intervallo di silenzio non fu colmato, potei congetturare parole gravi come: “pervertito, vizioso ecc.”
 
 
la fine
Lascerò questa casa.
Malinconicamente Sabrina chiese: «Vuoi partire?».
Scossi la testa. «Devo andarmene da qui in un altro posto. La casa è buia, il cortile sudicio. Devo chiudere delle storie».
«Qui non riuscivi a lavorare?».
«Sì, anche questo».
Si guardò in giro, la sua figura sfaldata dalla polvere grigia della luce; e poi ispezionava le stanze come avevo fatto io il primo giorno misurando in modo superfluo le superfici.
«Presto mi lascerai per andare chissà dove», disse e c’era rimpianto nella sua voce.
Negai di nuovo. Forse lo spettro dell’abbandono si dileguò, o si allontanò. Ma era vero che mi preparavo a partire.
Disse: «Siamo legati come quando si giura col sangue».
E io assentii: «Questa nostra storia non può finire».
«Così mi ami, è vero?».
Mi sembrò, nel buio, di leggere un’ironia sul suo viso.
Allora la vidi in fondo a un lungo giardino camminare sola, riflessiva, col passo lento di chi contempli dentro di sé un frammento della propria esistenza.
 
 
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