I miei libri
Sottotitolo: Intrighi e complotti nella TV
In una Tv immaginaria ma molto verosimile, la morte misteriosa di un dirigente escluso a sorpresa dalle promozioni mette in luce i meccanismi che governano la vita dell´azienda, le rivalità e i compromessi personali a cui si intrecciano strettamente interessi e manovre di partito. Molte trame appaiono convergere sulla figura della vittima, precipitata da una finestra del Palazzo di Luce. Carlo Galiani ha raccolto documenti di accusa contro tutti in un dossier misterioso che scompare alla sua morte e che molti cercano di recuperare per distruggerlo o per ricattare avversari. Nell’inchiesta gli inquisiti rivelano tutti di avere avuto motivi di vita privata (relazioni illecite, adulteri, intrighi di carrierismo, affarismi) per eliminare Galiani dopo il suo preannuncio della pubblicazione del dossier. Una prima sentenza decreta sommariamente la versione del suicidio. Ma nuovi indizi inducono un inquirente poco ortodosso a riaprire l´inchiesta in cui lui stesso resterà coinvolto, fino a scoprire retroscena inquietanti della vicenda e, insieme, la propria oscurità di impulsi. Le lettere anonime, le delazioni segrete, le manovre per accaparrarsi il pericoloso dossier lo porteranno a scoprire il retroscena di una vasta trama politica. Preso nelle reti dei personaggi, l’inquirente ne replicherà i reati rischiando infine di essere implicato nella morte sospetta – delitto o disgrazia – di una donna potente, che ha preso il posto della vittima nella scalata alle promozioni. Si lascerà irretire nel sentimento per una bellissima signora alla quale conducono molti fili della trama, tanto da pensare che sia questo suo amore il significato di tutta la vicenda, quando l’inchiesta verrà archiviata senza risultati. Sullo sfondo una Roma caotica e infernale, regno dell´arte di comprare e vendere anime. E intanto i messaggi che si irradiano dal Palazzo sembrano giustificare, come cattive favole, il degrado e la corruzione delle coscienze.
Scandalo al Palazzo di Luce
 
 
2009 ilmiolibrio.it - pagine 192
 
 
(Lettera di denuncia scritta dalla vittima Carlo Galiani al Presidente della TV)
 
«Signor Presidente, le sue fortune politiche sono discutibili. Non è stato forse più volte sotto inchiesta? Forse il suo nome non figurava in elenchi di persone legate ad associazioni illegali? E quante correnti del suo partito ha attraversato prima di approdare a quella attuale di maggioranza, di larghissima maggioranza, che un tempo aveva tanto avversato?
«Devo confessare che, quando fu nominato al vertice dell'Ente dopo molte dubbie vicende di concorrenti bruciati, di veti incrociati ecc., sperai di trarre vantaggio dalla nostra vecchia amicizia. Le scrissi un biglietto di congratulazioni così bene architettato da essere spregevole, finché non appresi che le era pervenuta una valanga di analoghe missive. La mia lettera le ricordava un passato comune (tutti i capi partono dal niente, dove io sono rimasto) e mentendo, con vili iperboli che mi inflissi senza pudore, vantava l'opportunità della sua scelta.  Ero disposto a fare di più se avesse appoggiato le mie ambizioni. In quei giorni crebbe in me un impudente fanatismo per il suo e il mio partito. Divenni aggressivo nel sostenerne le ragioni.  Io stesso mi candidavo al nuovo incarico in nome delle garanzie di fedeltà che avrei fornito. Molti altri aspiranti furono da me bollati di doppiogiochismo, opportunismo, dubbia ortodossia. Nel mio intimo ne ero convinto, tanto la manipolazione invalsa nell'Ente deturpa le coscienze. Lei mi inviò il suo ringraziamento e la promessa di un incontro che non è mai avvenuto. Non tardai a scoprire che una folla di persone aveva ricevuto un identico biglietto di risposta.
«Però contavo ancora su una certa spregiudicatezza che avrei spinto fino a limiti abietti,  e poi  sulla  violenza  verbale  che  avrei esercitato  contro gli avversari. Cominciai a frequentare fiduciosamente la sua anticamera. Vi avevo facile accesso grazie a una malleveria di  partito.  Il dottor Rattazzi,  suo braccio destro,  mi accoglieva con premura. A suo nome, s'intende, assunse l'impegno formale della mia promozione. L'atto, certamente, era stato preceduto da un serrato negoziato, nel quale il mio protettore politico - l'intellettuale rosa di cui lei, Presidente, doveva tenere in debito conto le richieste considerata la stima che il Capo del partito gli riservava - ottenne per me una promessa.
«In verità non era stato facile convincere questo mio protettore e vi riuscii dietro lunghe insistenze, servendomi all'occorrenza della sua giovane e avvenente consorte che lei ben conosce, ma non dirò come. Consideri soltanto, signor Presidente, che questa moglie (da me amata in altra epoca)  è ricattabile, come lei ben sa.  Lavorando nell'Ente di Vetro così fragile quanto poco trasparente, questa donna è oggetto di autorevoli interventi del marito che non potevano che andare a mio scapito. Riuscii comunque ad assicurarmi dapprima un appoggio almeno fino al punto di frequentare senza ostacoli l'anticamera del Presidente tenuta validamente dal Rattazzi, il grande mediatore, e quindi ad accaparrarmi la promessa di promozione. Sorrisi benevoli del Rattazzi, che dovevano riflettere una più alta volontà, mi infusero fiducia tra i marosi agitati da venti mutevoli dell'Azienda di Luce.
«Lei Presidente, chiuso dietro una porta che sbarra il corridoio felpato dell'ultimo attico come un Signore del Castello irraggiungibile tranne che dalle telefonate dei Capi di partito, mandava qualche segnale attraverso la persona del suo assistente, segnale che da incauto decifrai secondo una logica umana. Senonché il messaggio era insensato e intraducibile; il guardiano della porta, bugiardo o ignaro. Per di più, quando giungeva dopo un interminabile viaggio attraverso le provincie dell'Impero, quel messaggio  non rifletteva più l'oscura volontà di chi l'aveva vergato. Fu questo il mio caso, in apparenza. Presto appresi che le promesse sono pezzi di carta che è lecito strappare.
«In seguito mi sono applicato a decrittare, se non i contenuti del messaggio, almeno le ragioni della sua mutevolezza. La Bella Moglie dell'Intellettuale fece valere l'urgenza di un bisogno personale? Lei, Presidente, conosce l'attrazione che esercita su un uomo di successo la possibilità di infierire oltre misura sul rivale sfortunato. Ho sempre sospettato che l'Intellettuale rosa conoscesse il mio tentativo fallito e il gioco senza scrupoli che la moglie si era goduto. Sono i retrobottega del potere politico - scantinati, sottoscala, altri locali innominabili dove si inscenano gli effetti secondari del comando. So bene che non si tratta dell'essenziale:  l'essenziale è il comando. Ma dietro porte di servizio la Bella Moglie si prendeva le sue soddisfazioni, e dietro altre porte il marito ne godeva i riflessi. Sa che l'Intellettuale utilizzava per il proprio piacere le equivoche brame di lei?  C'è del marcio nel loro regno privato.
«Questa è una prima ipotesi. Arrovellandomi sulle cause ultime ho pure pensato che l'impegno enunciato dal suo mezzano fosse falso dall'inizio. Così ero caduto in una trappola. Mi sono chiesto chi abbia simulato. Lei Presidente?  La moglie dell'Intellettuale? L'Intellettuale? Immagino sempre la donna nell'atto di compiere gesti allusivi al suo potere femminile (quali toccarsi il seno, specchiarsi un'ascella o altro)  mentre mi deride per l'inganno in cui cadrò di una finta promessa. E' allora che l'Intellettuale la possiede - cioè usa la macchina di lei eccitata da me.
«Oppure è stato lei, signor Presidente, a ingannarmi fin dall'inizio? Se tutto resta indecifrabile nella grande burocrazia dell'Ente, tanto più buia e lontana è la sua volontà.  Ho pensato tante volte a un'accorta Assenza, a un Vuoto che riempisse quell'ultima stanza attorno a cui ci affanniamo, tanto appare grande la tortuosità dei suoi propositi. In questo caso i guardiani delle porte parlerebbero ingannevolmente a suo nome, come sacerdoti del Supremo inesistente.  Esisterebbe soltanto il turbinìo infinito degli uomini, il marasma dell'affaccendarsi dei supplicanti.  Però credo piuttosto che lei esista.  E perché mi ingannerebbe?
«Le cause restano ignote. Se era sincero all'inizio, chi può averle fatto mutare opinione come a una banderuola sospinta dai venti? Allora è una testa di cartone nelle mani di altri. Perché siede dunque nella stanza superna? Tutto il giorno starebbe al telefono a ricevere ordini. Questo è in contrasto con l'autorità di presidente e con la dignità di uomo.  Non dovrebbe rifiutarsi? Ottenuto il suo mandato, dovrebbe trovare qualche ragione per esserne degno.
«Ripeto le domande. I miei protettori mentivano? La promessa era un'impostura? Qualcuno ha voltato gabbana? Dicono che la vanità dell'indagine sia parte della condanna e anzi costituisca per chi muove i fili - come il supplizio nelle esecuzioni capitali dell'Inquisizione - la vera sostanza della pena».
 
A questo punto Carlo interruppe la lettera e uscì in strada. L'idea di una congiura di tutti lo turbava troppo. Finora aveva pensato a un unico colpevole, la causa ultima doveva essere una sola. Invece parecchie potenze si sommavano in una spietata alleanza. La Donna Fatale, l'Intellettuale, il Presidente - tutti insieme formavano un sistema. Fosse esistito un Cattivo da uccidere, egli avrebbe potuto concepire di odiarlo. Invece non era così. Rivide la Donna compiere gesti erotici, come fanno le donne (due dita a cavarsi da sopra il vestito la mutandina dal taglio delle natiche, siccome una volta l'aveva vista eseguire quest’azione, allora forse per lui); e l'Intellettuale sorrideva, il Presidente ne accoglieva le richieste. Tutti insieme erano complici. Gli tornò in mente l'idea di un romanziere francese secondo cui la storia degli uomini è soltanto un complotto tra tutte le polizie del mondo. La sala del Presidente inaccessibile al fondo dell'ultimo corridoio esalava adesso quel tipico odore del corpo femminile insostituibile e inimitabile. Si sentì tradito dal sistema, non da un singolo individuo. La sua sconfitta era più irreparabile.
Quando si rimise al tavolo dopo aver vagato ruminando quella scoperta nei viali borghesi di una Roma eternamente provinciale, scrisse di seguito:
 
«Presidente, il sistema è sbagliato. La colpa degli uomini è di approvarlo. Un presidente, un intellettuale, una donna non sono meno colpevoli per il fatto che esista un congegno sbagliato. Ma è la macchina che bisogna cambiare. Finché esiste, troverà sempre individui disponibili, in certo senso sarà essa a suscitarli almeno quanto coscienze bacate costruiscono una macchina sbagliata.  Occorrerebbe un meccanismo che rendesse impossibili queste turpi compromissioni. E' utopico? E' assurdo? Un presidente dovrebbe rispondere di no, non dovrebbe teorizzare il sistema e approfittarne. E una donna non dovrebbe vantarsi di scambiare certi suoi requisiti a fini spuri e impuri.
«Io sono l'ultimo a poter fare delle prediche. E' vero, volentieri avrei acquisito i requisiti della signora citata al prezzo che condanno. E ho sperato di ottenere vantaggi da lei Presidente mediante gli stessi meccanismi che me ne hanno escluso. Anche avrei ritenuto un prezzo equo, nei panni della signora, unirmi a un intellettuale che scambiasse per me idee con favori. Poi le cose sono andate diversamente... Non è che sia tanto ingenuo da ignorare che tali impulsi fanno parte del mondo. Ma lei doveva frenarli, e invece li ha portati al grado estremo. Siamo ormai a una repubblica sud-americana. I favoritismi più biechi, la corruttela più sfrontata, il nepotismo alla Borgia. Ciò che spaventa maggiormente è l'assenza di pudore.  Sì, tutto è vanteria dei mezzi bassi, delle monete abiette,  delle astuzie proterve di cui si dispone. Io stesso ero stimato finché... E la signora su menzionata riceve  apprezzamento in ragione di... Ma non farò altri esempi. Lei conosce i suoi cortigiani e le sue cortigiane e li stima appunto per la furba spregiudicatezza di cui dànno prova.  Un gangster - per tentare qui un'analogia - innalza i suoi "duri".  Ebbene, c'è qualcosa di gangsteristico nella nostra società.  Confesso che piacciono anche a me le donne che non fanno mistero, sprezzantemente, della loro durezza nell'usare ogni mezzo. E subisco l'attrazione malsana di uomini pronti a piegare vanitosamente la schiena quasi eseguissero una raffinata figura di danza.  Vorrei essere uno di loro. Anche una di queste donne. Questo le sembrerà perverso. Credo che a piacere non sia soltanto l'utilità della cosa.  C'è nel gesto di usarsi senza scrupoli un misto di umiliazione e di iattanza.  Gli uomini amano farsi corrompere, comprare? A pari utilità, preferiremo mai macchine sociali che non offendano la nostra dignità?
«Ma la Ragione dovrebbe contrastare istinti del genere. Un presidente dovrebbe... Succede invece che il sistema (sì, il Sistema - so che la parola è in disuso) fomenti il vizio di salire mediante i mezzi peggiori, e anzi si organizzi perché questo sia l'unico moto di ascesa. E infatti esisterebbero mai un presidente, una donna fatale, un intellettuale dal potere così facile e arrogante, se le cose andassero altrimenti? Ogni angolo del Palazzo di Luce, ogni tavolo, sedia, stanza, bagno di questo edificio, ogni minuto e immagine dei teleschermi sono venduti a questo modo. Un'immensa anticamera di postulanti, un'asta continua di anime. Un mondo feudale di vassalli, valvassori, valvassini, risuscitato dalla notte dei tempi. Crede lei, Presidente, che sarebbe più di un funzionario di alto grado, più di un onesto burocrate, se un metodo così degradante di corruzione generale, di amicizie particolari, di compravendita sfrontata, tale da sfidare un bazar orientale, una città levantina, uno stato dei Caraibi, non consentisse a un presidente di mutarsi in un piccolo zar, in un boss di Chicago oppure (scelga lei) in un mediatore di affari, in un mercante di schiavi, in una maîtresse di case dubbie?».
 
Di nuovo Carlo s'interruppe. La scrittura lo avrebbe ucciso. Dopo una tale missiva, metaforicamente o no era un uomo morto. Questo pure fa parte del sistema (si disse), la denuncia si ritorce contro chi la pronuncia. Fu il suo primo dubbio: un passo ancora e sarebbe precipitato nell'abisso. Vetri torbidi quelli del Palazzo, la trasparenza era vietata. Si poteva cadere molto in basso da una finestra spalancata sui miasmi dei corridoi. Conveniva farlo? Ecco un altro strumento di corruzione invalso nel Palazzo:  un uomo singolo non avrebbe alterato, urlando, la plumbea superficie del pantano. Meglio tacere. Dopo l'abietta gara con gli altri a sbracciarsi per servire, seguiva il silenzio. La criminalità organizzata pratica da sempre questa misura di massima sicurezza.
Fece un altro giro nel reticolo dei viali della Roma umbertina attorno al Grande Cristallo. Ecco, il drago che scalciava dinanzi all'ingresso non era morente né si apprestava a volare - era un drago rampante come tanti di loro. Chi lo aveva posto a simbolo della TV conosceva il fatto suo.
E a lui, Carlo, quale sorte sarebbe toccata in un sistema diverso? Fu il suo secondo dubbio. Quel mondo di trattative e scambi politici gli era utile, come a tutti gli altri. Si ricordò di un infimo usciere che vantava una "conoscenza" nel suo paese campano. E lui con analoga protervia si era avvalso di amicizie nei Palazzi di Roma per eliminare scomodi concorrenti. Se ne sarebbe servito ancora per tentare l'ascesa agli ultimi piani e la scalata alla Bella Moglie del suo protettore e - perché no? - per conquistare Mary.  Dunque non era anche per lui il migliore dei sistemi? Partiti, conventicole, congiure... Erano un metodo di selezione opportuno per escludere altre "categorie". Contro chi si ribellava dunque? Quel Palazzo di Luce doveva restare nelle mani che lo reggevano oggi. Ecco un altro ricatto: l'interesse comune. Nella fortuna e nella sciagura la convenienza non veniva meno.
Quando riprese a scrivere, scialbe striature sopravvivevano nel cielo. Il Palazzo si era svuotato. Era l'ora in cui avrebbe voluto che Mary salisse da lui, come faceva forse in altre stanze di dirigente; oppure che Ugo andasse a trovarlo perché potesse rivelargli le trame della moglie. O magari avrebbe desiderato parlare con le Baretti per rinfacciare loro il sudicio gioco che Osvaldo aveva intrapreso tra madre e figlia. Col suo amico, poi, avrebbe discusso il progetto di "far fuori" Barbara che a quello stava tanto a cuore. Questo turbinoso, pantanoso mondo della TV!  Ormai era tutta la sua vita. Forse aveva l'angusta bassezza di un condominio, di un portierato maleodorante e pettegolo. Però dove andare semmai?  L'Altrove...
Allora scrisse:
 
«Ci sono oscuri momenti nel suo passato politico, Presidente.  Come mai dovette dimettersi da un incarico a cui teneva molto?  Si vociferò di compromissioni con strani personaggi che infestavano (o infestano?) la vita italiana. Vero o no, lei cadde in quarantena. Poi un'altissima protezione... Vede che è un miracolato dal sistema».
 
Un demone si era impossessato di lui, per scrivere queste cose. Fare hara-kiri. Essendo implicato lui stesso nel sistema, si puniva col suicidio. Stava mettendo il coltello nella mano del Presidente,  "Mackie Messer…" canticchiò. Perché non si cercava una donna fuori dalla TV? Ormai il sesso si identificava per lui nelle donne del Palazzo. Eppure Mary non era così bella. Quanto alla Moglie dell'Intellettuale... si doveva definirla almeno intoccabile, visto il dislivello che lo separava dal marito suo protettore. La macchina desiderante coincideva con la Macchina di Luce.
Riprese a scrivere:
 
«Torniamo alla mia storia. Dunque il  Rattazzi diede un cenno di assenso come un sacerdote a nome del dio occulto. Il dirigente Osvaldo Verri sarebbe passato a un più alto incarico e io ne avrei preso il posto. Forse lei, chiuso ormai nel suo eccelso nido d'aquila, non potrà capire come io desideri diventare dirigente. Mi disposi ad acquistare una casa di lusso sebbene sia solo e senza amici, e anche un'automobile da sceicco quantunque non sappia guidare. Intanto preparavo proposte seducenti per una collega arrivista. E insomma la mia vita poteva rinascere. Non chiederò il movente della mia successiva sfortuna. Una signora egoista? Un intellettuale sadico? Un presidente distratto quanto un dio verso gli affanni degli uomini? Rileverò invece un fenomeno più generale: tutti i suoi pretoriani, Presidente, hanno fatto rapide ascese.
«Siamo alla guerra di bande personali, al nepotismo, all'interesse privato in atto d'ufficio. Nemmeno le tessere di partito valgono più. Meglio i legami familiari, i patti di sangue, le consorterie particolari, le associazioni segrete. Ecco l'evoluzione che il sistema ha subìto. Lei ne sa niente?
«Forse poteva bastare che si rispettassero le vecchie regole. Qualcuno dirà: a Carlo Galiani  sarebbe  bastato che il gioco andasse a suo favore.  E' vero, sì.  In questo esame  di coscienza ultimo  non negherò nulla. Tuttavia il mio interesse coincide almeno con leggi più eque. Illusorio? Troppo poco? Non so...  Lei Presidente ha prodotto la degenerazione...».
 
Sigillò la lettera. Era uno sconcio documento di insulto, di diffamazione, di autodenuncia, di confessione.  Il suo esame di coscienza com'era capace di farlo. Colpe si mescolavano in vario modo: le sue, i difetti del sistema, le lotte tra tutti, le malvagità di un'unica persona. Le sue colpe ora consistevano nell'aderire imperfettamente alla macchina sociale, e ora invece nell'avere accettato le regole del gioco. Ora voleva sedurre Mary e magari la Moglie dell'Intellettuale mediante bassi favori, e ora non avrebbe voluto somigliare al suo protettore. Quanto al sistema, era contraddittorio che da politico ne riconoscesse l'utilità e intanto volesse abolirlo. Per di più oscillava tra l'idea di una congiura generale e le responsabilità del Presidente. A Mary e alla Bella Moglie (o almeno a una delle due) non avrebbe voluto rinunciare, e se il costo era quello previsto allora egli teneva alla conservazione del congegno vigente. Come avrebbe potuto allettare altrimenti una Mary?  Dunque ben venga la corruttibilità del mondo. Ma intanto lui si permetteva, siccome quelle due toccavano ad altri, di accusarle e aggredirle.  Un sistema corruttore genera la corruzione dell'intelligenza. Carlo spedì davvero la lettera? Il Presidente la distrusse, la conservò in cassaforte o la mostrò a qualcuno? Il Presidente eliminò di propria mano Carlo, come un boss della mala il luogotenente infedele? Lo eliminò per un impulso d'ira, per mettere a tacere gli scandali, per un intento di punizione, per sbrigarsi della cosa, o perché?
 
 
Epilogo
Eva Settembrini diventò direttore di un programma. In effetti puntava a una rete televisiva, ma per il momento dovette aspettare. Sarebbe stata una questione di tempo.
Il Presidente fu nominato ministro, e Rattazzi lo seguì nel nuovo incarico. Due giganteschi contratti irregolari che concluse dettero adito a vociferazioni, ma furono messe a tacere. Soltanto molto più tardi, quando le sue fortune politiche cambiarono, i magistrati aprirono un procedimento che infine si risolse nel nulla. Le soffitte dei tribunali divoravano tutto.
Barbara entrò in TV e fece una rapida sebbene modesta carriera, senza più l'aiuto del suo amico Osvaldo. Il circolo Settembrini funzionava sempre. L'Intelletuale arricchì le biblioteche pubbliche di altri numerosi volumi sulle tecniche di vendita e acquisto del mercato generale, e le sue private collezioni di nudi e altre pose della moglie. Osvaldo diventò sempre più solitario, un casanova a riposo; e odiò sempre di più la Roma infernale.
Il detective non sposò la vedova Baretti e non vide più la ragazzina.  Non smise i suoi vizi, tra l'altro la frequentazione saltuaria in piena notte del Café-Bal sottostante. Infine si unì a una somala snella, dalle gengive rosa, che saliva volentieri, dolcemente, i tre piani della palazzina fino alla soffitta. Nulla in lei gli ricordava Eva Settembrini, e qualche volta non sapeva se questo fosse un bene o un male. Quando Eva compariva sul piccolo schermo, il detective subito spegneva il suo televisore. Certe persone continuano ad amare per sempre, lui era appunto di questa specie; tuttavia può essere che si ingannasse, come tutti. Era persuaso che la forma evanescente della donna nuda al centro della sua stanza (salvo la camicetta che copriva il seno, un puntiglio come un altro) valesse assai di più delle immagini che la TV emetteva a profusione. Il profumo di Eva, anche, lo ricordava esattamente. In fondo tutta l'inchiesta era stata soltanto una storia d'amore - il suo per la Moglie Fedele, non gli altri che aveva scoperto durante le indagini. Dal mestiere di investigatore si ritirò definitivamente, ma continuava a raccogliere dati e carte di cui riempiva il suo sgabuzzino sul cortile maleodorante che conservò sempre, senza scopo.  
Una volta incontrò Mary, ma non capì se fosse lei a tradire il marito o Ugo la moglie. Però non si sarebbero comunque lasciati.
 
 
 
 
 
 
 
L’illustrazione della copertina e le immagini nel testo sono di Morgan Mainardi
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