I miei libri
    
l’inizio
È strano come Kim si sia prestata così facilmente ad accompagnarsi in strada con uno sconosciuto. Mia sorella Kim ed io uscivamo dal cinema dopo aver visto una storia che, per molti versi, somiglia a quella che poi si produsse tra noi, e l'uomo ci avvicinò con fare del tutto naturale. Non capisco perché Kim, solitamente così riservata, ne abbia accettato la compagnia. Io tentai d'impedirlo senza successo. Del resto fu chiaro fin dall'inizio che l'obiettivo del giovane era mia sorella; trovò alcune battute anche per me, ma loro due si intesero subito. Ho avuto questa immediata percezione già uscendo dal cinema tra una folla leggermente esaltata ma anche annoiata della storia alla quale avevamo assistito, quando egli non esitò a rivolgerci la parola: un'intesa si era stabilita tra loro già nella sala del cinema sebbene a distanza. Questo potrà sembrare assurdo. La cosa mi sorprese poiché rivelava una disponibilità insospettata di Kim a insolite avventure.
Il cinema in cui ci eravamo recate ha qualcosa di volgare. La strada è mal frequentata; il locale sembra un ritrovo per uomini soli. Benché non sia una sala a luci rosse, vi si proiettano films hard-core tuttavia d'autore, secondo una voga ambigua che domina ormai la produzione nel cinema. Ed è naturale che questo attiri un pubblico equivoco - di uomini viziati, di coppie ipocritamente curiose, di doppie vite malferme - al quale Kim ed io ci siamo qualche volta mescolate con la sensazione di un rischio di infezione. Quando si accendono le luci negli intervalli della proiezione, i corridoi, le file di poltrone manifestano il senso provvisorio di una sala di attesa. Pensavo alla sala partenze di terza classe di una stazione, o anche al salotto di una casa di tolleranza. Soltanto a sedere in quelle file temevamo di contrarre un malanno. ....
 
 
 
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Lo specchio di Sandor Vegh
1987 Newton  Compton Editori
l’inizio
Ricordo come il piccolo Hans avanzò verso di noi con occhi lucidi. Io restai fermo, a disagio, quasi dovesse investirmi il rotolìo di un masso a valle. Hans ha avuto sempre quel movimento un po' traballante di un corpo esile sormontato da una testa troppo pesante, sebbene non fosse realmente così e apparisse ben proporzionato. Più tardi dissi: «Sapeva tutto». «Tutto, che cosa?», fece Dorotea in tono polemico. «Tutto», dissi.
Eravamo nella grande sacrestìa della chiesa barocca per un ricevimento non so di quale setta. Si mangiavano pasticcini e si vendevano Bibbie. Probabilmente vi ero andato per vedere la folla melliflua che vi si raccoglieva. Dorotea no, non aveva di queste curiosità; erano suoi amici e fu urtata dalla mia presenza. Aveva consultato Hans, il «suo» piccolo Hans, per invitarlo; ma era escluso che io potessi provare interesse a riunioni del genere. Dorotea ha sempre pensato che io abbia troppo cinismo, e questo per uno scopo, per potermi accusare. Mi guardò male quando mi vide in chiesa tra le beghine. Sospettai che la infastidisse il fatto di essere osservata in quelle circostanze. Hans invece era complice di quel risvolto privato di Dorotea, più segreto di ogni altra cosa della sua vita, perfino - si potrebbe dire - della sua intimità. Accade sempre così in famiglia, che esistano zone riservate in cui gli altri non debbono mettere piede. Strano che queste zone non siano in apparenza le più scabrose. Per Dorotea la parte di cui era gelosa era la religione. Quel giorno mi accusò subito di una malevola indiscrezione, quasi prendessi gusto ad annientare la sua fede; anzi avrei potuto compiere a dispetto qualche irriverenza tra quel pubblico di devote. Io a mia volta l'accusavo di fare una recita falsa. Forse per metterla in imbarazzo ero andato in chiesa senza essere invitato. Sembravo un gatto nero a un matrimonio, o uno spettatore in abito viola a una «prima» teatrale. ....
 
1988 Newton Compton Editori
Chi ha paura del piccolo Hans?
 l’inizio
Questa storia è cominciata che ero un ragazzo. Mia cugina aveva venti anni ed era fidanzata con un ufficiale, un bel giovane alto dall'aria astuta, elegante, al quale recapitavo biglietti d'amore anche proibiti dai genitori, senza aprirli né leggerli come Marisa raccomandava dicendo che erano i suoi segreti. Io portavo ancora i calzoni corti.
Un giorno dovevo consegnare un messaggio non più presso il suo alloggio ma alla caserma che stava in una parte della città lontana da casa nostra, tanto che se i genitori di Marisa mi avessero scoperto a girovagare in quei quartieri sarei stato punito. Non avevo voglia di andare e lo dissi a mia cugina. Lei subito mi accusò benevolmente di un'astuzia, rimproverandomi che non volessi andare senza un premio.
Protestai: «Ma no, aspetto un amico».
«Macché  ribatté.  Ti prego, devi andare, è una lettera importante. Non puoi leggerla, ma se potessi sapere com'è importante per me... Abbiamo litigato e Luca deve avere oggi stesso la mia risposta».
Mentre pronunciava queste parole cominciò a carezzarmi. Ne fui appena un po’ sorpreso. Lei annunciò: «Ora facciamo un gioco» come scusandosi, ma intanto con allusione di concedere a un mio capriccio. Tuttavia era intimorita e guardò più volte verso la porta che si apriva sul corridoio (però c’era silenzio in casa e presumibilmente nessuno ci avrebbe cercati). Notai come mi piacessero le sue carezze. Per il resto mi vergognavo.
Dopo lei disse: «Su, adesso vai», quasi sospingendomi via con l'impulso di disfarsi di me. Mi sembrò che volesse cancellare tutto l'accaduto o altre tentazioni. Era diventata seria e finse di avermi accontentato in un gioco richiesto da me. In cambio dovevo compiere l'impresa della lettera. Infatti disse: «Luca si aspetta questa lettera. Devi consegnarla subito, è molto importante. Abbiamo litigato e se la lettera non gli arrivasse subito si arrabbierebbe». Però restava accanto a me come indecisa; nemmeno io mi decidevo a partire.
Anni dopo Marisa commentò: «Mentre volevo allontanarti perché provavo vergogna di ciò che era accaduto, sentivo un impulso irrefrenabile a procedere oltre. Sapevo soltanto che dovevo andare oltre, troppo oltre, se mi fossi consentita di cedere. Non ne ebbi il coraggio».
 
1990 Lucarini Editore
Il testo scritto
 
MISTERI
1992 Canunia editrice
Festa da ballo sul fiume
   l’inizio
Stavamo tutti distesi in modo indecente sulla sabbia che si raffreddava e ormai era grigia. Daniele si spinse fino al fondo dell’esile pontile sul fiume, poi si voltò verso di noi. I corpi giacevano in fila, l'uno parallelo all'altro, come quelli delle vittime di un incidente. Il sole già scendeva. Contro le macchie lucide dell'acqua la figura di Daniele sembrò nera e senza volto: ci guardava dai suoi lineamenti cancellati dall'ombra.
I piedi scalzi filtravano la rena grigia e fredda al modo di clessidre. Le ragazze distese come morti dopo un disastro mostravano i costumi da bagno colorati col gonfiore del pube rivolto alla luce del fiume. Degli uomini si vedevano i volti induriti dai raggi rossi del sole basso tra gli alberi, e i ridicoli slip.
Notai l'inconsistenza della figura in piedi di Daniele aureolata dal sole, contro la durezza dei volumi di tutti gli altri sdraiati a terra.
Riposavamo in attesa del ballo che sarebbe durato tutta la notte. O forse i giochi erano già scritti nella mente di ognuno e venivano covati in quella quiete malvagia.
Ilse la tedesca enunciò allora il suo proposito, ma sembrò uno scherzo triviale. Altri avevano l'aria di preparare atti violenti per un’interna forza incoercibile. La curva del pube di una era rosa fragola; quella di un'altra di un giallo acceso sporcato dal riflesso del tramonto. Nell'ansa del fiume si annidava un pantano ambiguo, nascondiglio di animali.
A quel punto Ernesto fissava la moglie di Daniele. C'era forse, nella sua fatua persona, il preannuncio degli eventi della notte? Constatai quanto fosse inquietante la sua arroganza poiché, sebbene inopportuna o almeno eccessiva, tuttavia riceveva risposte dalle cose. Chi ha invitato Ernesto al ballo? Perché tutti avversano Ernesto?
La facciata dell'albergo con i buchi dei vetri rivolti al tramonto e la vetrata della sala da ballo dove più tardi ci avviammo (le donne nei loro abiti eleganti e sottili da scena di teatro senza più l'impertinenza dei fianchi nudi rivolti al sole, Monica la moglie di Daniele nel vestito color malva a braccia nude che era così affascinante sebbene mostrasse un poco di rotondità del ventre), la facciata appariva innocua. Non era una casa degli orrori. Attraverso la vetrata vedevamo i festoni di carta come a un ballo di ragazzi. Nessuno conosceva la planimetria dell'edificio. A proposito del suo aspetto si potrebbe parlare di “modestia” nel senso che un tempo si diceva di una ragazza mescolando assieme in un'unica parola mediocrità e innocenza.
Ma sulla spiaggia che impallidiva o si scuriva già sospettammo dello sguardo di Monica. E Riccardo ha incominciato da allora la sua inquisizione inquieta su Ernesto, su Daniele e sulla moglie di Daniele: somigliava a un'invidia rivolta a ciascuno di loro.
 
DEI MALI
2003 Avagliano editore
l’inizio
Feci notare che Giorgio attraversa una fase negativa, di assoluta incapacità di vivere. Ora che ha urgenza di un progetto da eseguire fedelmente, tanto più appare lontano da un qualsiasi lavoro sistematico.  Negli ultimi tempi altro non ha fatto che accumulare materiale (una materia disordinata e ignobile) mentre avrebbe dovuto procedere con regolarità e semmai semplificare. Invece continua a buttare giù alla rinfusa con una pala ogni sorta di cose. Potrebbe essere proprio questa la sua malattia.
Il mondo ha bisogno di disegni semplici e chiari - dissi. Giorgio lo sa. Questo gli dà un oscuro senso di colpa mentre rimesta una materia informe e deforme. Spiegai che i suoi detriti sono destinati a rimanere in uno stato indefinito, cioè Giorgio vuole che restino a questo stadio. Forse (dissi a Paula) dubita che possano avere significato - tutto ciò che fa è necessario ma insensato, così gli appare.
«Tutto quello che faccio - mi aveva detto Giorgio - mi interessa in misura morbosa e al tempo stesso temo che sia privo di ogni interesse». A quel punto rideva ma in un modo silenzioso o tenue, come dietro una lastra di vetro. Vidi che mentre ne parlava riteneva inutile dare spiegazioni: era sempre quel suo circolo vizioso di usare una materia che già si sfaldava tra le sue mani. Io pensai che volesse porre una falsa distanza tra sé e le parole pronunciate. Non più che una finzione mondana per sminuirle e sottrarsi.
Ma a Paula non riferii tutto, perché poteva sembrare che quelle frasi la riguardassero e Giorgio teneva invece a persuaderla dell'importanza infinita che lei aveva ai suoi occhi.
Giorgio e Paula non sono assolutamente amanti, ma egli è convinto che la donna debba ruotare nella sua orbita. Paula non ha mai accettato questa convinzione; anzi ne possiede una opposta, che tutto sia un trucco mentale, un'impostura di Giorgio, e cerca sempre di smentirlo sebbene continui di fatto a girare nel vortice di lui.
Giorgio disse:  «Le cose che più amo, che mi sono più necessarie, non hanno alcun senso».  Poiché ci trovavamo sul ciglio di una terrazza da cui ci piaceva guardare di sotto, pensai che si sarebbe gettato nell'abisso. Veramente immaginai che con la sua frase mi chiedesse di spingerlo nel vuoto, ma la deduzione era arbitraria. Con Giorgio si immaginano sempre associazioni di idee estreme.
 
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