Il lavoro
  editoriale
PROGETTAZIONE E DIREZIONE DEL  SECONDO VOLUME DELLA
STORIA DELL’EDITORIA D’EUROPA
(SHAKESPEARE&COMPANY-FUTURA) DEDICATO ALL’ITALIA
 
STORIA DELL’EDITORIA
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Garzanti Giorgio Cusatelli
Giuffré Bruno Pischedda
Giunti Adalinda Gasparini
Giuntina Giorgio Ghidetti
Gremese Luisa Bonolis
Guanda Luisa Bonolis
Guida Felice Piemontese
 
Hoepli Tullio De Mauro
 
 
Il Castoro Antonio Gnoli
Il Melangolo Andrea Pinchera
Il Mulino Giuseppe Leuzzi
Il Pensiero Scientifico Luisa Bonolis
Il Polifilo Daniela Sessa
Il Saggiatore Angelo Mainardi
Iperborea Morgan Mainardi
Istituto della Enciclopedia Italiana Luisa Bonolis
 
Jaca Book Luisa Bonolis
 
La Nuova Italia Rodolfo Tommasi
L'Archivolto Alessandro Mendini
La Tartaruga Isabella Donfrancesco
Laterza Giuseppe Leuzzi
Le Lettere Edy Frollano
Le Monnier Cosimo Ceccuti
L'Erma di Bretschneider Ursula Mainardi
L'Obliquo Silvia Ognibene
Loescher Luisa Giacoma
Longanesi Luciana Sica
 
Marietti Isabella Donfrancesco
Marsilio Enrico Nassi
Mazzotta Isabella Donfrancesco
Mondadori Flavia Foresti
Morcelliana Giorgio Ghidetti
Mursia Pier Francesco Borgia
Muzzio Luisa Bonolis
Neri Pozza Antonio Pasinato
Nistri-Lischi Ursula Mainardi
Nuove Edizioni Romane Vladimira Zemanova
 
Olschki Rodolfo Tommasi
 
Passigli Edy Frollano
Piemme Luisa Bonolis
Pironti Ursula Mainardi
Pratiche Antonio Gnoli
 
F.M. Ricci Giuseppe Recchia
Ricordi Lorenzo Tozzi
Ripostes Morgan Mainardi
Rizzoli Vittorio Poma
Rosenberg & Sellier Silvia Verdiani
Rubbettino Rossella Li Vigni
Rusconi Gabriele Mandei
 
Sandron Rodolfo Tommasi
Sansoni Edy Frollano
Scheiwiller Rodolfo Tommasi
SE Morgan Mainardi
SEl Luisa Giacoma
Sellerlo Angelo Mainardi
Shakespeare and Company Aldo Rosselli
Sonda Silvia Verdiani
Sperling & Kupfer Antonella Fiori
Studio Tesi Daniela Sessa
Sugarco Angelo Mainardi
 
Theoria Alberto Santacroce
 
Ubulibri Ursula Mainardi
UTET Luisa Bonolis
 
Valdonega Giuseppe Recchia
Vallecchi Rodolfo Tommasi
Vita e Pensiero Isabella Donfrancesco
 
Zanichelli Luisa Giacoma/Giovanni Paoloni
 
Piccoli editori Gerardo Mastrullo
Case editrici del passato Gabriele Mandel
 
 
INDICE
 
Prefazione Angelo Mainardi
 
DALLE  IDEE AL MERCATO
Profilo (ideologico?) del 900 italiano Sergio Givone
Editoria e poteri nell’Ita!ia unita Nicola Tranfaglia
Il sistema letterario Mario Baudino
Metamorfosi del direttore editoriale Renato Minore
La critica italiana del Novecento Giuseppe Leonelli
Nuovi metodi de!!a critica Maria Corti
Il lettore Ernesto Ferrero
Lo scrittore postumo Giuseppe Pontiggia
I premi letterari Lela Gatteschi
Studi di storia del libro Fabio Gambaro
 
IL LIBRO E IL MONDO
Il mito di Parigi Jacqueline Risset
Il fascino slavo Vittorio Strada
La scoperta dell'Ameriea Aldo Rosselli
Mitteleuropa Italo A. Chiusano
 
I CAMPI DEL SAPERE
La fisica Michelangelo De Maria/Giovanni Paoloni
La psicoanalisi Simona Argentieri
Architettura e urbanistica Marco Nardini
 
PERCORSI
Religione e sacro nel libro italiano Sergio Quinzio
Letteratura per ragazzi Pino Boero
Il po!iziesco Carlo Scaringi
Fantascienza e horror Gianfranco de Turris
Letteratura rosa Carlo Bordoni
Il fumetto Oscar Cosulich
 
ISTITUZIONI E STRUMENT!
Editoria e!ettronica Marco Tesei
Strategie editoriali delle banche: le collane
                Enrica Schettini Piazza
 
L'IMMAGINE DEL LIBRO
 
GLI EDITORI
Adelphi Angelo Mainardi
Alinari Vladimira Zemanova
Umberto Allemandi & C. Luisa Bonolis
Anabasi Luisa Bonolis
Archinto Andrea Pinchera
Armando Armando Rossella Li Vigni
Astrolabio Giorgio Ghidetti
 
Baldini & Castoldi Enrico Nassi
Bibliopolis Daniela Sessa
Biblioteca del Vascello Gerardo Mastrullo
Bollati Boringhieri Bruno Bongiovanni
Bompiani Silvana Ottieri
Bulzoni Rossella Li Vigni
 
Camunia Antonello Sciacchitano
Colonnese Felice Piemontese
Raffaello Cortina Antonello Sciacchitano
Costa & Nolan Andrea Pinchera
Crocetti Gerardo Mastrullo
Dall'Oglio Bruno Pischedda
De Agostini Pier Francesco Borgia
Dedalo Eugenia Della Seta
Donzelli Angelo Mainardi
 
E/O Luciana Sica
Ecig Silvia Verdiani
Editori Riuniti Stefano Gensini
Editrice Bibliografica Giuseppe Recchia
Edizioni di Comunità Angelo Mainardi
Edizioni di Storia e Letteratura Giuseppe Recchia
Edizioni Mediterranee Giorgio Ghidetti
Edizioni Paoline Rossella Li Vigni
Edizioni Scientifiche Italiane Luisa Bonolis
Einaudi Leandro Perini
Electa Angelo Mainardi
 
Fabbri Pier Francesco Borgia
Feltrinelli Paolo Di Stefano
Frassinelli Antonella Fiori
 
Comitato direttivo dell’opera:
Luisa Bonolis, Sergio Givone, Angelo Mainardi, Giuseppe Recchia, Vittorio Strada,
Rodolfo Tommasi, Vladimira Zemanova
 
 
Secondo volume: Italia
Progettazione e direzione: Angelo Mainardi
Coordinamento: Luisa Bonolis
Progetto grafico: Uliviero Ulivieri
 
Copyright 1995
Shakespeare & Company Futura srl, Firenze
 
 sovracoperta e cofanetto del volume
 
 
 
 
PREFAZIONE:  Angelo Mainardi
 
Si potrebbe giocare sulle analogie con le parole contigue, sui cambi di consonante come in un cruciverba concettuale. Edizione-sedizione. Da sempre il libro è strumento di libero pensiero, di ribellione contro l'autorità, di istigazione alla rivolta. Oppure edizione-seduzione. Dalla carta stampata, dai neri geroglifici, l’immensa fascinazione dei significati, quasi detti da una Sfinge muta. Se l’uomo aveva cercato fin dalle origini nella scrittura la propria immagine riflessa o il mondo dell'utopia, il libro segna, dall'invenzione dei caratteri mobili in poi, un tempo suo nel lungo corso della storia. L'uomo gutenberghiano non è meno reale dell'uomo copernicano nel disegnare la fisionomia della modernità. È dalla sua comparsa che si instaura un sistema nuovo di comunicazione tra luoghi distanti e entro una stessa comunità e nasce una sorta di primo "villaggio globale" dove tutti possono riconoscersi e parlare la medesima lingua della scrittura, fuori dal privilegio esclusivo delle caste addette in passato alla gestione dei codici manoscritti in rari esemplari e oltre la dimensione dello spazio fisico dell'oralità. Il libro a stampa rivoluziona i rapporti tra gli uomini in una misura radicale come nel mondo contemporaneo hanno potuto fare la radio e la televisione.
Di questo profilo che così intimamente appartiene all'uomo, avendone egli creato dal nuila l'intera materia - dalle idee alla scnittura alla stampa all'involucro che le racchiude, oggetto insieme fisico e simbolico - si direbbe naturale il bisogno di fissarela memonia, di fare storia. Eppure la storia del libro è una scienza nuova che soltanto da pochi anni si va affermando. È il primo paradosso questo ricostnuire le vicende del libro a cinque secoli dalla sua appanizione e quando da tante parti se ne proclama il declino. Dunque un elogio funebre? O piuttosto un sintomo della sua vitalità?
Una fitta rete di segni a inchiostro ricopre l'evo moderno da quando si è dileguata la figura dell'amanuense intento al lavoro di copista; segni moltiplicabili in numero infinito, poiché la scrittura ha incontrato, prima di ogni altro mezzo, l'epoca della riproducibiiità tecnica che ha consentito di diffondere su scala planetaria i suoi messaggi cifrati. Ma ora ci accorgiamo che, di questa avventura culturale e politica che ha generato una nuova koiné, per mezzo millennio non si sono trascritti gli annali mentre intanto si raccoglievano su cartu le testimonianze di ogni altra serie di fenomeni - guerre, epidemie, nascite, raccolti. Non si puô non insistere su questo caso singolare di uno strumento della memoria dei fatti che non conserva memoria di sé.
Robert Darnton, nel proclamare la nascita (recente) della nuova disciplina, ne ha bene definito il campo che è quello di "comprendere in che modo le idee siano state trasmesse attraverso la stampa e come il contatto con la parola stampata abbia influito sul pensiero e sul comportamento delt'umanità negli ultimi cinquecento anni". Campo immenso, che travalica di molto b specifico oggetto materiale del suo studio, l'oggetto-libro, per coinvolgere la dimensione sociale della riflessione, lo sviluppo delle idee e i rapporti tra gli uornini. Darnton ha anche fissato negli anni sessanta la data d'inizio deil'attuale linea di ricerca, seppure i precedenti risalgano alla bibliografia analitica dell’Ottocento. Rispetto a questa corrente di studio si possono segnalare due cambiamenti: l'attenzione si è spostata ora dalle edizioni rare o di lusso ai libri più comuni, quelli che definiscono l'esperienza della lettura ordinaria, mentre d'altra parte il metodo di indagine investe ormai l'intero ciclo vitale di un testo, dalla sua formazione nella mente dell'autore (e anzi dal contesto nel quale avviene il suo concepimento), attraverso gli intermediari - chi lo produce, chi lo distribuisce, chi lo vende al pubblico -, fino al destinatario, il mercato dci lettori.
Di ogni titolo pubblicato si vorrebbe in effetti ricostruire questo complesso percorso, in troppe parti sotterraneo, per dare risposta a molti quesiti aperti sul cammino "reale" del pensiero. Come si è diffuso quel libro particolare, come ha agito sui comportamenti collettivi, quali circostanze hanno concorso alla sua nascita, quali alla sua fortuna, in che modo è stato letto o meglio "vissuto" dal suo pubblico nd corso del tempo. Studi recenti hanno dimostrato, ad esempio, che i testi degli Illuministi ebbero un'influenza relativa negli eventi della Rivoluzione francese. Ma guardando a posteriori gli scaffali delle biblioteche si è spesso indotti a falsare col giudizio o col pregiudizio dell’oggi le vere dimensioni del fenomeno-libro. Agli occhi deli'osservatore postumo Voltaire assume più rilievo del giusto nel crollo dell'Ancien Régime, il giovane Goethe non accende più la ”febbre di Werther" che sconvolse il suo tempo. D 'altra parte, a questo tardivo osservatore il libro pubblicato appare in un'aura di "necessità” come un evento che non potesse non accadere, quando esso è piuttosto una scelta o meglio il risultato di una catena complessa di scelte da cui non è assente nemmeno il caso, diciamo è il frutto deli'interazione (oscura) tra caso e necessità. Chi decide la pubblicazione di un libro? Chi ne decreta ii successo? E l'autore a quali aspettative conforma il proprio progetto?
Ecco dunque le ragioni della curiosità scientifica per tutte le fasi percorse da ciascun titolo del nostro deposito gutenberghiano. La somma di tante nozioni possibili, di tanti itinerari che si sviluppano nella duplice dimensione deilo spazio e del tempo comporrebbe una ciclopica, borgesiana biblioteca innalzata sopra la già cospicua catasta dei testi stampati, libri cresciuti su altri libni, un labirinto di sentieri incrociati senza fine. Più di frequente accade che si scelga la strada di isolare per sottoporlo a un esame al microscopio il destino di un unico titolo, oppure quella di ritagliare dali'intero ciclo della comunicazione un solo segmento (per esempio i modi con cui un testo ha circolato). Tali indagini, senz’altro essenziali, non esauriscono - nemmeno per accumulo - il problema dell'unitarietà della produzione libraria. Un punto di vista più generale che consenta di osservare il sistema in modo comprensivo se non totale può essere dato da quello snodo essenziale della storia del libro che è l'editoria. Schiacciata tra autore e destinatario, tra storia delle idee e mercato, la figura dell'editore non ha avuto generalmente ii nilievo che il suo ruolo merita. E questo è ii secondo paradosso. Si è data attenzione ai metodi di vendita, alle forme della lettura, alla ricezione critica e soprattutto al momento ideativo, ma non all'industria editoriale. Eppure è proprio qui che convergono molteplici fili della storia del libro, qui si annodano molti processi decisionali: i calcoli di mercato come le proposte degli autori, le correnti culturali in atto come le previsioni degli esperti editoriali, le pressioni dei diversi poteri come le richieste del pubblico, poiché è l'editore a rischiare economicamente, a filtrare i suggerimenti della cultura del tempo, a misurarsi con i virtuali lettori -in definitiva a scegliere i libri da pubblicare. Più che mai nel nostro secolo l'universo della carta stampata è dominato dalla responsabilità dell'editore dopo che sono declinate altre figure che erano state influenti nel passato, quali lo stampatore o il tipografo. A indagare nelle vicende delle varie sigle si vedrà quale peso abbiano i progetti di questo personaggio e le motivazioni con cui decide i titoli del proprio catalogo. I ritardi o gli anticipi nella pubblicazione di un'opera, le censure, i rapporti giusti o sbagliati con gli autori sono largamente condizionati dalla sua mentalità. A volte poco appariscente rispetto alla visibilità dello scrittore, l'azione dell'editore svolge un ruoio-chiave nella storia della cultura. Senza l'intelligenza mediatrice di Giulio Einaudi, l'avventurosa curiosità del nuovo di Valentino Bompiani, l'interesse enciclopedico da illuminista di Alberto Mondadori, la comprensione dell'irrazionale di Roberto Calasso - per citare solo alcuni protagonisti - si puô dire che tasselli essenziali sarebbero stati aggiunti allo sviluppo delle nostre conoscenze attraverso un cammino più tortuoso, forse contro ostacoli difficili da superare. E si deve considerare che dietro ogni impresa c’è la capacità di muoversi sul concretissirno terreno degli investimenti economici, c'è l'arte di attrarre il pubblico alla lettura. Molti marchi editoniali diventano oggetti di affezione, persuasori occulti, titoli di identità e status-symbol perfino con la loro grafica oltreché per il prestigio delle pubblicazioni. Ma si è indagato poco, finora, di questo motore primo della grande macchina del libro.
Terzo paradosso: gli editori stessi trascurano la propria stonia. Distruzione dei documenti, disordine degli archivi, perdita delle memorie personali sono più dffusi di quanto si imrnagini. Ecco Darnton testimoniare: "Di solito gli editori trattano i loro archivi come ciarpame. Magari conservano una lettera occasionale di uno scrittore famoso, ma buttano via libri mastri e corrispondenza commerciale, che invece sono le fonti di informazione più importanti per gli storici del libro". Ora negli Stati Uniti il compito di compilare una guida agli archivi delle case editrici per preservarli e studiarli è stato assunto dal Center for the book della Library of Congress.
Se questa trascuratezza è vera per Stati Uniti, Francia, Inghilrerra, Germania dove lo studio della stampa dei libri ha una tradizione, tanto più lo è per l'Italia dove meno ha attecchito la nuova disciplina. Qui le ricerche sull'editoria del Novecento hanno spesso richiesto un lavoro di primo scavo. Un caso frequente è quello delle case editrici che non sono in grado di orientarsi tra i propri documenti (di solito limitati a recensioni e a brevi articoli di giornali, oltreché ai cataloghi per i librai). In altri casi, anche di grandi sigle, non esiste alcuna documentazione, almeno a partire dal momento in cui i direttori-manager succeduti all'editore impresario in proprio non hanno più avuto interesse a conservare la storia detl'impresa. Qualche volta addirittura non sono più disponibiti da anni i cataloghi periodici delle pubblicazioni. Spesso le prime edizioni non sono state conservate o, se si era cominciato a raccoglierte, presto sono andate disperse. Anche si registra (fortunatamente in numero più esiguo) il disinteresse a recuperare e fornire ai ricercatori testimonianze sull'attività della casa editrice. Pochissime, all'opposto, le sigle editoriali che possiedono "cataloghi stonici", peraltro generalmente redatti in modo sommario e in qualche misura agiografici, stampati come sono in occasioni celebrative quasi sempre di un decennale. Di studi critici promossi dagli editori quasi nessuna traccia. Quanto alla memoria personale non scritta, troppo spesso si è interrotta da una generazione all'altra. La storia dell'editoria è storia di unità organiche, di strutture caratterizzate da intenzionalità e da identità individuale. Ciò spiega perché questa nostra ricerca proceda per singoti editori come una enciclopedia ordinata alfabeticamente, con l'intento appunto di seguire nel tempo le linee di sviluppo di tali organismi viventi, scartando invece un criterio sincronico che ricostruisca la totalità del panorama editoriale periodo per periodo, nonostante le interazioni le contiguità le influenze reciproche suggeriscano legittimamente anche un metodo basato sulla contemporaneità delle diverse esperienze. Il lettore potrà fare in proposito un confronto indiretto tra le varie "voci" alfabetiche componendo così un'ideale tavola sinottica degli eventi.
Ma è evidente che, una volta affiancate tante storie parallele, rimane comunque l'esigenza di una sintesi con cui rispondere - sia pure per approssimazioni successive - alla domanda: quale quadro unitario disegnare di un secolo di produzione libraria. La proposta che si presenta qui è quella di una serie di capitoli tematici che tracciano (nella prima parte del volume) alcuni percorsi trasversali attraversando l'intero scenario delle case editrici sulla scorta di volta in volta di un singolo tema. La prima sezione esamina le tappe del libro "Dalle idee al mercato", la seconda ("Il tibro e il mondo") i rapporti di influenza e di scambio con altre aree linguistiche, la terza la ricezione editoriale di alcuni "Campi del sapere" quali la fisica moderna, la psicoanalisi, il dibattito sull'architettura; la quarta sezione disegna i "Percorsi" di alcuni generi - fantascienza, poliziesco, fumetto, letteratura rosa, libri per ragazzi, letteratura religiosa - che nelle storie letterarie spesso non compaiono oppure hanno scarso rilievo nonostante l'importanza che assumono nella produzione editoniale e nel consumo culturale; infine l'ultima sezione tratta di alcuni "Strumenti e istituzioni" dell'universo della stampa, dall'editoria elettronica al lavoro editoriale delle banche. S'intende che occorre tenere presente in proposito lo sterminato campo che si offre a questi terni sia a livello di indagine generale sia a livello di ricerche microanalitiche, e dunque il carattere di discorso introduttivo dei capitoli ad essi dedicati nel  volume, senza dire dello stato degli studi in materia che si trovano spesso a una fase iniziale. Quella che si disegna qui è quindi una prima mappa di un paesaggio complesso fatto di tanti piani sovrapposti, di tante prospettive succedentesi in profondità come in certi quadri che hanno il punto di fuga fissato all'infinito.
 
 
MoIti nodi si intrecciano attorno alla situazione del libro nel Novecento. Il secolo segna un punto di svolta nelle consuetudini di lettura con l'affermarsi della società di massa, lo sviluppo dei consumi, la competizione di altri media: radio, cinema, TV. Certamente oggi si legge in modo profondamente diverso da quello tradizionale, la ricezione di un testo scritto è condizionata dalla richiesta di velocità che viene dal lettore e insieme da un'offerta multiforme di comunicazione dove l'immagine contende sempre più lo spazio alla parola. Il libro si sente minacciato tanto nella sua destinazione elitaria quanto come oggetto di consumo. Nell'ambito italiano a tali fenomeni si aggiunge l'assenza di una solida tradizione della lettura. Da noi non si sono verificate quelle "epidemie di lettura" che colpirono la Germania di Goethe o l'Inghilterra di Richardson tanto da indurre alcuni moralisti a deprecare gli effetti negativi, morali e fisici, di un eccesso di frequentazione della carta stampata; né si sono diffusi quei cabinets littéraires che fiorirono un po' dovunque in Francia e Germania verso la fine del Settecento. L'editoria italiana ha dovuto muoversi in questo mercato "debole".  Tracciare la sua storia è considerare il condizionamento di un pubblico "assente" e, forse ancora di più, la fisionomia del ristretto numero di lettori, divisi tra esigui gruppi di fonmazione e funzione accademiche e strati di basso livello culturale o di fruitori occasionali. In certo senso è avvenuto come per l'avvento dell'èra dell'automobile e del consumismo, arrivata da noi prima che fossero soddisfatti bisogni sociali pnimari; la TV e i nuovi impieghi del tempo libero si sono instaurati in assenza di una diffusione della "civiltà del libro" che ne è rimasta compromessa o seriamente danneggiata. Mentre mutavano abitudini, gusti, mentalità, si doveva superare un gap a scapito del libro fissato da una lunga vicenda storica. E tuttavia il quadro appare più complesso e contraddittorio di quanto risulti da questi dati. Da un lato la framrnentazione del paese ha favonito un policentrismo culturale che non esiste altrove, opponendo all'assoluta preminenza di capitali quali Panigi o Londra un largo ventaglio di iniziative di editoni radicate in numerose realtà locali: Torino, Milano, Venezia, Firenze, Bologna, fino a Palermo e Bari, si affiancano tradizionalmente nella produzione libraria, con apporti che rifiettono mentalità, suggestioni, bisogni notevolmente differenziati. Dall'altro lato c'è da rilevare come le medie di lettura non si discostino di molto da quelle europee per l'area del centro-nord dove i due terzi delia popolazione totale italiana acquistano circa l'85 per cento di libri posti in commercio nell'intero paese, contro il restante 15 per cento assorbito dal terzo della popolazione che abita il sud e le Isole. La divisione in due zone cosi nettamente distinte penalizza l’intero mercato. Né è da trascurare il basso assorbimento di libri per i'infanzia e l'adolescenza: una curva discendente dimezza quasi i libri per ragazzi stampati in Italia dal 1980 per quasi un quindicennio (da circa 20 a 10 milioni di copie), con una successiva risalita in anni recenti che si attesta sui 14 milioni di volumi. Le note carenze delia scuola sono fondamentalmente alla base di questo fenomeno, da cui dipende in larga parte la scarsa abitudine degli adulti alla lettura. Come la nostra editoria abbia risposto a questa sfida è uno degli aspetti su cui interrogarsi criticamente, poiché il mercato è un dato del problema ma non invariabile, e quindi ha un senso esaminare se e come la produzione libraria abbia favorito o meno lo sviluppo della lettura. Un elemento della situazione italiana è ii numero contenuto di titoli proposti, rispetto ad altri paesi europei quali ad esempio la Germania e la Francia. Su questo andamento ha avuto un forte influsso la vicenda storica, con il calo verticale della produzione dopo la seconda guerra mondiale; si pensi che dagli 11.mita titoli del 1935 si era risaliti appena a 5.600 ancora nd 1960, per raggiungere la quota d'anteguerra solo nel 1970, e che le cifre toccate nel decennio novanta (36 / 37 mila titoli l'anno), nettamente inferiori alle punte europee, corrispondono poi quanto al numero di volumi stampati solo al doppio del 1970.
Una questione, che si pone del resto su scala planetaria, è quella della produzione "di quaiità" che si va assottigliando - almeno nei cataloghi delle grandi sigle editoriali - a favore del libro di consumo. Quest'ultimo ha un ciclo vitale di breve durata, richiede maggiori risorse per la promozione e occupa invadentemente le librerie. I titoli di qualità stentano a raggiungere i banchi del libraio sui quali si esercita la pressione degli editori a sostegno dei libri più reclamizzati per il largo pubblico, e stentano a trovare posto nelle recensioni dei giornali e delle riviste, anch'esse riservate più spesso alle opere promosse dalla macchina dell'industria culturale. Djfficoltà spesso insormontabili di distribuzione e informazione pesano sui libri di cultura. Ma qui si affrontano due tesi contrastanti circa il fatto che l'acquisto di libri di evasione possa essere la premessa della nascita di abitudini di lettura che introducano poi il pubblico anche a testi più qualificati. Le due tesi hanno ispirato differenti politiche del libro, l'una orientata a porre in primo piano le esigenze mercantili qualunque sia la qualità del prodotto, l'altra tendente invece a considerare il libro come una merce particolare che anche nel suo viaggio sul mercato rimane sottoposta a ragioni e finalità di conoscenza e di etica.
Un processo che si è accentuato grandemente in Italia negli ultimi decenni è la divaricazione tra grandi aziende a fini prevalentemente commerciali e medi e piccoli editori di cuitura - fenomeno che si estende anch'esso su scala planetaria ma che ha assunto da noi dimensioni più vistose. Si è determinato così un divario crescente tra due mercati dei quail il secondo, riservato all'editoria di cuitura, subisce una progressiva emarginazione. Il dibattito è aperto su questa materia, e non riguarda il fatto che le aziende editoriali debbano agire "a scopo di lucro" come qualsiasi altra impresa economica ma gli strumenti con cui raggiungere il profitto e cioè un equiiibrio tra produzione e mercato. Anche qui i dati sono contraddittori: editori di cuitura hanno conti in attivo, mentre alcune imprese che privilegiano titoli di evasione accusano gravi deficit. Resta il fatto che la produzione di libri è comunque un'industria "atipica", se non altro perché gli investimenti su un autore o un testo sono spesso a lunga durata e di esito imprevedibile, e dunque l’equiiibrio di un progetto editoriale con un proprio pubblico - misura di convalida non eliminabile della sua vaiidità culturale - va poi ricercato in motivazioni più complesse di quanto non sia il sempiice calcolo immediato di costi e ricavi.
Negli ultimi decenni altri fenomeni hanno avuto in Italia un andamento vistoso. Tra questi la presenza preponderante di capitale "esterno" proveniente da gruppi industriali di settori diversi, presenza che ha contribuito a ridurre numero e peso degli "editori puri" spesso più legati a finalità culturali, mentre d'aitra parte il processo di concentrazione della proprietà editoriale si compie non mediante la crescita delle imprese maggiori ma piuttosto attraverso l'assorbimento di molte sigle storiche. Oggi il panorama italiano si presenta come facente capo a due gruppi dominanti: la Rizzoli (capitale FIAT) con il controllo su Gruppo Fabbri, Bompiani, Adeiphi; la Mondadori (proprietà Fininvest) con il controllo su Electa, Einaudi, Baldini e Castoldi. Assieme i due gruppi controllano circa il sessanta per cento della produzione libraria. In seguito a questi mutamenti di struttura, il ruolo determinante nella gestione delle case editrici è passato alla figura del manager, generalmente più condizionato dalle ragioni dell'andamento del conto economico; mentre connessioni e connivenze molto strette si sono stabilite tra le maggiori imprese editoriali, la stampa quotidiana e periodica e le diverse categoric di "operatori culturali”, insomma gli intellettuali ai quali dovrebbe spettare una funzione critica indipendente e che risultano invece sempre più integrati in un sistema di interessi produttivi. Si è indebolita anche l'autonomia delle direzioni editoriali di fronte ai vari centri di potere. Scomparsa la figura dell'editore puro, il manager che ne ha preso il posto nelle grandi imprese, spesso privo di una personalità forte e comunque legato a una logica di conservazione della propria posizione, si dimostra condizionato dagli interessi del "sistema letterario", e cioè da quella rete di ruoli acquisiti, di alleanze ideologiche, politiche, familiari, letterarie, di spartizione di incarichi, di presenze nei giornali, che govèmna tradizionalmente la vita culturale dcl paese. Ne risulta spesso diminuita o compromessa la capacità di dialettica dell'editoria verso un tale sistema nd promuovere il ricambio culturale e nel gestire le politiche di produzione dci libri.
 
 
Crisi della lettura. Crisi della scrittura. Dagli anni trenta almeno, il problema di una comunicazione culturale non più affidata alla preminenza della parola scritta, soppiantata o contrastata dai linguaggi dell'immagine fino aile tecnologie elettroniche e multimediali, si è posto in concomitanza con lo spostamento del destinatario del libro da una ristretta classe colta a un pubblico di massa. Che questa rivoluzione copernicana decretasse la fine della scrittura, com'era nelle previsioni più apocalittiche, può dirsi smentito dallastoria di molti decenni; che imponesse mutamenti profondi all'oggetto-libro sia nei suoi linguaggi sia nella sua dimensione sociale appare evidente. Basti pensare soltanto alla velocità e alla visibilità di altri media o alla ricchezza di informazioni che un CD Rom può fornire, per rendersi conto di come il libro, la pagina stampata - in sé insostituibile - debba accettare un difficile confronto o, se si vuole, una sfida esaltante il cui punto terminale è un fruitore nuovo, più numeroso, forse meno sofisticato ma dotato ormai di una serie molteplice di sensori e di esperienze.
L'ipotesi credibile è che il libro sia minacciato oggi soprattutto dal cattivo libro, intendendo per cattivo non solo il prodotto di qualità scadente ma quello che non tiene il passo con le nuove esigenze, e che d'altra parte un lettore “forte" non possa formarsi se non viene educato al piacere di leggere che è insierne curiosità intellettuale e gusto della scrittura. E qui che un certo conformismo di una parte dell'editoria italiana (e più spesso della grande editoria) verso forme letterarie e saggistiche già acquisite o verso suggestioni provenienti dalla TV non ha giovato alle fortune del libro.
Le dimensioni industriali dell'editoria di oggi, come pure il confronto con i linguaggi veicolati dai nuovi media, esigono risposte nuove; ma è chiaro che né un'imitazione passiva dei modelli forniti da altri mezzi espressivi né il controllo assoluto del mercato a cui tende la produzione commerciale appaiono in grado di garantire soluzioni adeguate. La trasformazione profonda dell'universo editoriale in questa fine di secolo richiede verosimilmente un'inventiva maggiore di quella che può essere racchiusa nelle opposte semplificazioni dell'impresa a solo "scopo di lucro" e del libro senza un pubblico. La ricerca è aperta sui modi di adeguare realmente il libro alla civiltà di massa senza ghettizzarlo in uno spazio minimo ma senza tradirne natura e funzione. E bisogna dire che, come molteplici sono le figure dei nostri editori, così una molteplicità di proposte viene dall'editoria italiana in questa ricerca. Ma i segnali non sono sempre positivi. Spesso l'editore appare alla rincorsa di formule pubblicitarie vuote di significato ed effimere (gli "scrittori giovani”, gli "esordienti" ecc.) più che attento alla novità della scrittura; e un rilievo sempre crescente vengono acquisendo i dati esterni al fatto letterario, per esempio la notorietà del personaggio-autore, la sua presenza in TV o nella politica, il suo potere nei giornali. In moiti casi l'editore non è più disposto a scommettere sul testo e tanto meno sui tempi lunghi che uno serittore nuovo può richiedere se non è vendibile sotto una qualsiasi etichetta, che ieri era ideologica (si pensi ai mediocri romanzi pubblicati nel segno della letteratura neorealista, mentre Guido Morselli restava inedito e Gadda doveva aspettare gli anni sessanta per trovare un posto di rilievo nel panorama letterario) e oggi è commerciale o mondana (e qui si pensi alla folla di presentatori televisivi, attori, ministri, critici ccc. che inquinano con i loro volumi i banchi dei librai e i premi letterari). Né il discorso è diverso per la saggistica dove, a fianco delle pregevoli traduzioni da lingue straniere, gli investimenti nella ricerca restano pressoché inesistenti e dove più spesso si privilegiano testi di origine accademica oppure volumi divulgativi di faciie vendibilità. Signficativa è in particolare la situazione dell'editoria scientfica di cui solo poche case editrici si oceupano e alcune di esse soltanto da poco tempo, in assenza di un programma di ampia durata volto a creare un pubblico non di soli specialisti.
Un grande magazzino di ricambio sembra essere dato dalla piccola e media iniziativa, la quale tuttavia resta tagliata fuori (anche per responsabilità della sua vocazione individualista) dal circuito maggiore della distribuzione e non dispone che di un appoggio marginale da parte della stampa. Raramente essa riesce a svolgere quel ruolo di stimolo e di rigenerazione che è toccato, ad esempio, oltre Atlantico in un contesto diverso, ai produttori cinematografici indipendenti contro lo strapotere di Hollywood. Più spesso sopravvive in posizione subordinata, quando non è fagocitata alle prime difficoltà dalle grandi imprese. In effetti l’intera macchina sembra congegnata in modo da strangolare il piccolo editore o lo scrittore isolato. Si può pubblicare, ma i libri non circolano, non sono recensiti, non conquistano un proprio pubblico. L'autore è costretto a venire a patti con l'industria culturale e, prima, con i diversi poteri che dànno accesso alla "repubblica delle lettere". I giornali svolgono una funzione di supporto a questa struttura chiusa anziché mediare in maniera indipendente tra libro e lettore, tanto che da più parti si indica ormai un ruolo promozionale e finanche pubbiicitario della critica. Un'indagine statistica mostrerebbe facilmente esclusioni e privilegi delle recensioni e, dietro i nomi di autori che ricorrono più di frequente sulle pagine di quotidiani e settimanali,  l'esistenza di una rete non proprio edificante di rapporti personali. I premi letterari, inflazionati nel numero, concorrono allo stesso esito, gestiti come sono da una ristretta cerchia di personaggi che sono poi anche autori, e governati pesantemente dai grandi interessi editoriali. A sua volta la televisione, anziché agire da correttivo, ha piuttosto amplificato le distorsioni del sistema con la sua capacità di dare risonanza ai fenomeni deteriori che dominano sempre più il mercato culturale.
Senza dubbio, l'editoria italiana è stata spesso tempestiva nel segnalare figure e tendenze emergenti, ha tradotto largamente da molte aree linguistiche senza rinchiudersi in un isolamento sciovinistico, soprattutto ha dato voce a una pluralità di posizioni nonostante la pressione egemonica che gruppi ideologici hanno svolto in certe fasi della storia del Novecento (perfino durante la lunga parentesi autontaria e autarchica del fascismo non sono mancate iniziative di opposizione, prime fra tutte quelle di Laterza e di Einaudi, ma anche sacche di resistenza più o meno clandestina nelle case che si adeguavano alla politica ufficiale). Tuttavia sono frequenti le denunce di disfunzioni in quella difficile opera di rnediazione che l'editoria è chiamata a compiere tra cultura e pubblico, gestendo in proprio, sotto una sua specifica responsabilità, le scelte della produzione libraria e "saltando" anche - quando sia necessario - i condizionamenti negativi della classe dei mandarini intellettuali o di lettori troppo passivi. L'editore ha infatti un suo ruolo attivo da svolgere nella complessa macchina dell’invenzione e della vendita di testi scritti.  È avvenuto così segnatamente in ogni epoca di grande sviluppo delle idee e della loro diffusione sociale, né vi è motivo di ritenere che l'editoria debba appiattirsi su orizzonti più modesti di fronte ai mutamenti davvero epocali di questa fine di millennio quando un nuovo lettore in un universo affollato di messaggi richiede un nuovo rapporto con il libro. Anche questa è materia di dibattito su cui la vicenda dell'editoria è chiamata a testimoniare: se il "mercato delle lettere" sia falsato oltre il limite delle sue stesse convenienze da interessi estranei alla ricerca e all'informazione e quali meccanismi entrino in gioco che sarebbe opportuno rimuovere.
 
 
La storia deli'editoria puô concorrere a una investigazione nei retroscena della cultura. Il suo esame corregge, da una parte, le storie letterarie scritte a posteriori da critici attenti ai testi "alti" e non alla produzione dei generi "minori" (ma spesso, poi, gli scrittori più grandi si alimentano proprio a questo supermercato popolare); dall'altra parte contribuisce pure a mostrare quali interessi e quali finaiità reali regolano la presenza dei titoli sui banchi del libraio influenzando più di quanto si creda le scelte dei lettori. Poiché è una politica culturale, in tutte le sue accezioni, a motivare e spiegare un catalogo. Come si afferma (forse con esagerazione) per la TV, è vero ugualmente per il libro che le richieste del pubblico sono, in certa misura, bisogni indotti. Tra i tanti segmenti del processo di comunicazione dellc idee, l'editore ha un compito centrale anche sotto questo riguardo. Se molti fili si annodano nelle stanze dove siedono questi singolari personaggi che scommettono tutto su una merce cosi aleatoria qual è la parola scnitta (quanto poco sappiamo della mente di un editore!), è ancora da loro che viene per una parte cospicua la modellazione delle opinioni della gente - veri Pigmalioni che agiscono appena un poco nelI'ombra dietro le cataste di carta stampata, e grandi viaggiatori alla ricerca di terre sconosciute anche quando restano fermi dietro le loro scrivanie. Questi "signori dellc lettere" hanno compiuto infatti da sempre la loro arbasiniana gita a Chiasso. Con curiosità, molte volte più acuta che negli stessi intellettuali, hanno guardato al mondo esterno - che poi era prima di tutto l'Europa sia per contiguità geografica sia, e soprattutto, per antichità di tradizioni. Il pensiero dominante in loro è stato spesso quello di aprire la cultura nazionale ag/i scambi con altre aree con l'intento di sprovincializzarla e di aggiornarla ai tempi nuovi.
Cosi la dimensione europea si impone necessariamente a una storia dell'editoria. Il confronto tra le diverse esperienze dell'Europa, dell'intera Europa dall'Atlantico agli Urali, che quest'opera propone, parte da una duplice convinzione che è anche un duplice assunto metodologico: l'idea di una identità culturale distinta del nostro continente - seppure entro una densa vicenda di rapporti planetari - da quelle di altre regioni; e l'idea di una unità fondamentale, di un dialogo permanente tra le sue molte componenti, nonostante le divisioni etniche e i confiitti politici che ne segnano la secolare vicenda. Il presente volume dedicato all'Italia apre dunque un percorso che si articolerà con una continuità logica nelle varie parti di questa storia. Un tale impianto è apparso essenziale per capire nella loro individualità le esperienze di ciascun ambito culturale e linguistico, per fare paralleli e raffronti che consentano di seguire le tappe del cammino dci diversi paesi, e in definitiva per disegnare il fitto tessuto di relazioni che legano tante nazioni in quella entità reale che è ancora oggi il Vecchio Continente.
 
 
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