I miei libri
Nella Praga post-comunista si svolge un’enigmatica vicenda di spionaggio, tra cospirazioni di ex gerarchi e di generali nostalgici del vecchio regime, falsi riformisti convertiti, agenti delta «sicurezza» riciclatisi sotto altre sigle, risorgenti nazionalismi e partiti di destra. Su tutto - ora che la zampa dell'orso russo si sta ritirando - si allunga, insieme con le tentazioni dell'Occidente, l'ombra ambigua della Grande Germania. In questo scenario un uomo e una donna, Pavel Kappa e Elena Kòntava, cercano la propria identità, metafora dell'incertezza nella quale vive l'Europa dell'Est. Entrambi hanno un misterioso sosia, Jan e Irina, simili a zombi riprodotti in laboratorio, che si mescolano alle loro vite, come per un processo di sdoppiamento o schizofrenia delle loro persone. Un analista dal cognome tedesco esplora i pubblici vizi della nuova borghesia cecoslovacca. Un perseguitato di ieri, mezzo ebreo e inquieto visionario dell'Invisibile, raccoglie maniacalmente le testimonianze del passato, diviso tra l'utopia e il fascino del presente: questo rigattiere della memoria, è l’uomo delle tre offese del titolo: l’invasione olpo inista del 1948, l’invasione russa del 1968 contro la “primavera di Praga”. Al centro del thriller politico, un traffico di esplosivo destinato alla Libia.
 
 
Tre offese
1990 - Nuova Edizioni del Gallo - pagine 272
 
recensioni
Post-scriptum - Nel marzo 1990 il presidente Vaclav Havel ha denunciato pubblicamente la vendita alla Libia di «mille tonnellate di Semplex» da parte delle autorità comuniste di Praga. Secondo Havel, l'espiosivo sarebbe bastato ai terroristi per 150 anni. L'ambasciatore libico alle Nazioni Unite, All Al- Tureiki - riferisce un dispaccio di agenzia - ha smentito la denuncia definendola «assolutamente non vera». A detta di Tureiki, il presidente cecoslovacco avrebbe reso la sua dichiarazione«per far piacere all'Occidente». «Può darsi che Havel sia un buon drammaturgo - ha aggiunto il rappresentante diplomatico di Tripoli - ma il suo comportamento non dà un idea di serietà».
 
 
l’inizio
Pavel Kappa aveva dormito bene quella notte. Si alzò presto, di umore normale. Non udì bussare alla porta e non avvertì ragioni d'inquietudine. Lavandosi con l'acqua fredda nonostante le temperature di quel gelido inizio di primavera, constatò la salute del proprio corpo. Poi si era affacciato alla finestra e da quelle di fronte nessuno lo sorvegliava.
La sera precedente aveva fatto tardi, così si aspettava una certa pigrizia. Invece non provò il bisogno di restarsene a letto dopo il risveglio che avvenne a mente lucida, anzi (si sarebbe detto) in un eccesso di lucidità. L'impulso di alzarsi si presentò subito quasi con urgenza, precipitando i gesti. Ebbe una assurda percezione che il tempo si mettesse a correre mutando ritmo. Ma tutto questo avveniva alla periferia della coscienza, come un barlume intravisto in una zona lontana.
Davano alla radio il segnale delle otto prima del notiziario quando Pavel Kappa andò a prepararsi il caffé. Il rito gli piaceva. Anche il cortile su cui affacciava la cucina era vuoto. Troppo vuoto, si disse Pavel senza dare un senso a queste parole. Capitava spesso che una vecchia si ponesse alla finestra di fronte, con la piccola testa e occhi acuti a fissarlo, ed era accaduto che un anziano signore, poi un giovane le si affiancassero forse richiamati da lei, proprio le mattine in cui Pavel stava con Elena. Sicuramente entrambi apparivano nel vano aperto appena alzati dal letto ed Elena non doveva essere ancora vestita, secondo la sua abitudine; eppure quei tre (e altre volte la vecchia soltanto)continuavano indiscretamente a guardare. Pavel non aveva mai voluto darvi importanza. Tuttavia era come se gli estranei entrassero da lui, la distanza si raccorciava terribilmente. Ma oggi la vecchia non c'era. Il cortile si rivelava nudo e severo, simile a un carcere o una scuola militare a causa del grande edificio squadrato e regolare che sbarrava la vista. Dapprima Pavel ne ebbe piacere, come di una maggiore libertà di cui potesse disporre. Qua!che volta Elena, chiudendosi addosso una vestag!ia, si era innervosita degli occhi della dirimpettaia, notando come fosse quasi un dare spettacolo quello a cui la spettatrice li costringeva.
Più tardi Pavel si ricordò dell'appuntamento col dottor Fleischmann e ne ebbe un senso di malessere. Di solito incontrare Fleischmann gli era indifferente. Ma questa volta aveva rimosso l'appuntamento. Eppure era l'impegno importante della giornata. Forse la serata trascorsa in un locale pubblico gliel'aveva fatto dimenticare.
Nell'appartamento di tre stanze, un po' buio, con le piastrelle color lavagna alternate ad altre rosse di vecchio stile, c'erano segni di Elena. Una tazza col rossetto nell'acquaio di cucina; quindi nella camera da letto notò i due vasetti di creme da trucco per quando veniva a passare qui la notte, e una sciarpa dimenticata. Ne avrebbero trovati altri di indizi cercando dappertutto.
Percorse il corridoio semibuio, sempre avvertendo come un barlume al!'orizzonte quell'accelerazione del tempo che lo aveva sorpreso al risveglio. Muoveva più in fretta verso qualcosa, o il termine era vicino.
I! volto tirato che Pavel Kappa vide nello specchio era il suo, ma per la penombra la superficie apparve profonda, uno spazio rovesciato rispetto a questo dove lui si muoveva, una stanza contigua e irreale in cui toccasse a quell'altro di vivere. L'altro era la sua stessa faccia, tesa e irrequieta come egli alzandosi dal letto non aveva immaginato di essere. Il sonno profondo e l'assenza d'inquietudine non consentivano di credere al ritratto.
Congetturò che un'inchiesta fosse incominciata: egli stesso la conduceva. Con la lucidità eccessiva, da delirio, nella quale si era svegliato si vide inquisire nella propria esistenza. Nessun ispettore sedeva nel suo studio, non gli erano assegnati dei guardiani. Il procedimento d'inchiesta riguardava uno scambio di persona, l'accusato era un altro, ma a causa di un semplice errore di indirizzo l'indagine si svolgeva nel suo appartamento. Quindi lui stesso era incaricato di condurla. Un gioco mentale, il suo. A ben vedere, lo irritava soltanto il colloquio con Fleischmann.
Uscì di fretta, e sul pianerottolo s'imbatté nella signorina Bauer. Pavel avrebbe voluto parlarle, ma lei lo evitava. Qualche volta attraverso la parete divisoria udiva rumori provenire dall'appartamento a fianco, forse la Bauer dava piccole festicciole con i colleghi di ufficio. Era una segretaria. Pavel provava interesse a parlare con lei senza una ragione, certamente per un impulso verso la persona snella e il suo contegno riservato, però la donna non scambiava più che un saluto negli incontri occasionali sulle scale. Del resto Kappa aveva scelto quel domicilio per il suo anonimato. In un procedimento contro di lui come avrebbe testimoniato la signorina Bauer? In questo caso, che non si conoscessero tornava utile.
 
 
frammenti
2.
Dal bidone della spazzatura che campeggiava all'angolo di via Kaprovà simile a una nuova statua verde e imponente, Frantisek trasse fuori il libro di Gottwald. Era gualcito, con macchie di data recente. Zeppo di massime. Zuppo degli umori di verdure marcite. Qualcuno se n'era disfatto spalancando un buco profondo, abissale (ancora uno) nelle certezze della sua biblioteca, un altro foro senza riparo.
Frantisek ebbe un attimo di dubbio. La primavera di Praga splendeva nei riflessi d'oro delle grandi vetrate. Un'aria della Moldava di Smètana veniva dal vicolo fondendosi col suono impetuoso del fiume ch'egli avvertì come la copia dell'altro suono. Allora pensò: è il disgelo. L'aria era fredda sebbene luminosa, le acque della Moldava dovevano essere gelate nonostante la trasparenza del cielo. Era  il quarto Gottwald in due giorni, quello che raccoglieva. Ma l'aprì e una frase dell'uomo del colpo di Stato del 1948 - poche parole delittuose - lo convinse a salvare l'esemplare macchiato. Cimeli. Il suo appartamento sulla Truhlarskà ne traboccava ormai benché lo abitasse da solo o quasi siccome della grassa Marianna non faceva più caso, ma avrebbe dovuto alla fine buttarla fuori, come certa gente gli oggetti compromettenti, se voleva ricavare una proroga effimera, uno spazio provvisorio per l'accumulo di quei medesimi oggetti.
Una Praga sotterranea, sotterrata cresceva accanto all'altra attraverso la babelica torre dei fantasmi - città teatrale e spettrale; e Frantisek, senza sapere esattamente perché, ne riempiva il suo museo personale - sette stanze non riscaldate, dagli alti soffitti, che aveva scampato dalle requisizioni e coabitazioni, tolta soltanto la grassa Marianna della quale gli era toccato di diventare l'amante.
Un uomo del sottosuolo era ormai Frantisek. Infilô il libretto rosso nella tasca del cappotto. Detti e contraddetti.
 
 
3.
Poi scoprì di essere seguito.  Era soltanto una sensazione, ma egli avvertiva la presenza fisica dell'altro.  Sebbene  di schiena, al capo opposto di un autobus sul quale viaggiava fu sicuro di essere fissato; e un uomo vestito al suo stesso modo si nascondeva un'altra volta tra la folla della sala durante una conferenza alla quale andato ad assistere.
Pavel non riuscì a vedere il suo sosia, ma sentiva di esserne osservato. Disponeva soltanto di pochi indizi: una sagoma identica alla sua, il peso di uno sguardo, un volto che si occultava girando e scomparendo non appena egli tentasse di fissarlo. Dall'autobus ad esempio l’uomo era sceso irregolarmente attraverso la porta posteriore quando Pavel si era voltato verso il fondo della vettura. Rasentando un muro di palazzi malandati sebbene nobili, doveva sentire occhi invisibili che lo sorvegliavano con accortezza, ancora una volta da una distanza ch'egli non potesse varcare.
Era strano che uno sconosciuto, mai visto nel labirinto troppo noto di Praga, si mettesse subito a inseguirlo non appena si era rivelato una volta come per un minimo errore di tempo quando Pavel si voltò verso il fondo del caffè. Ma era stata casuale quella prima apparizione?L'uomo aveva davvero sbagliato nel calcolo di sottrarsi alla sua vista cominciando a camminare alla maniera di un'ombra lungo la parete del locale nel momento in cui lui prese a cercarlo con lo sguardo dopo esserne stato indiscretamente scrutato? Si poteva formulare l'ipotesi opposta: che il sosia si fosse esibito con intenzione la prima volta. In questo caso qual era il suo fine?
Adesso si rese conto che lui stesso lo cercava: stava inseguendo il suo inseguitore. O almeno gli si offriva. Mai prima d'ora era andato così di frequente in certi luoghi che, dietro una vaga congettura, credeva dovessero essere adatti a incontrarlo. Certamente il sosia possedeva il vantaggio di conoscere i suoi movimenti, e lui no. Poteva soltanto provocare a proprio rischio la possibilità di un incontro. Per analogia sceglieva i posti che l'altro forse preferiva: il caffè del primo giorno, una sala di conferenze, altri locali affollati nei quartieri dove ne aveva avvertita la presenza. Ma era sempre lui ad esporsi se l'altro lo seguiva per un fine oscuro.
La propria certezza lo stupiva: esisteva un uomo identico a lui impegnato da pochi giorni a tallonarlo dentro il circoscritto reticolo di Praga nel quale aveva sempre vissuto. Da dove sbucava semmai? Tuttavia Pavel Kappa, avendolo fissato una sola volta, era convinto della presenza dell'altro. Se esisteva, quale motivo lo portava sulle sue tracce? E perché, se non era accaduto per un futile errore, quello teneva a segnalarsi nella folla fumosa del caffè?
Pavel avrebbe voluto discuterne con Elena che era invece introvabile.
 
 
Jan, l'altro, si fece avvistare (come Pavel ritenne) un pomeriggio nelle strade della Città Vecchia e consentì che gli restasse alle calcagna. A Kappa anzi sembrò che lo invitasse a percorrere lo stesso tragitto sebbene a distanza. Adesso, malgrado ne fosse sorvegliato, egli intendeva a propria volta sorprenderlo. Seguendobo, entrò dietro l'estraneo in un portone, e a fianco della gabbia di ferro dell'ascensore la scala scendeva verso uno scantinato dove Pavel si avventurò. Una porta, già aperta e accostata, si spalancò su un interno denso di folla che era una sala di musica rock; giovani discutevano tenendo nelle mani strumenti musicali in mezzo a nuvole di fumo, e forse fu a causa del fumo e delle luci basse che egli perse il proprio inseguitore. «È Jan» gli disse la ragazza del banco, se aveva visto esattamente l'ombra che le indicava; però negò che esistessero altre uscite da quel seminterrato.
Pavel ebbe così un nuovo indizio che il sosia esistesse davvero.
 
 
5.
Una marionetta terribile, queila sua imitazione. Se non altro voleva intimorirlo, se si era fatto intravvedere e più di una volta perché Pavel non dovesse credere a un equivoco.
Poi c'era stato quel coup de théâtre dell'apparizione di una copia di Elena. E mentre l'uorno si rendeva irreperibile, Irina invece s'incarnava consentendo a Pavel di avvicinarsi e di fare la sua conoscenza. Forse egli stesso era un sosia grossolano di Jan se la donna non mostrava di riconoscerlo; ma lei si rivelava indistinguibile da Elena Kòntava. Come frequentatrice del Caffé Kavàrna Viola quale diceva di essere, Pavel l'avrebbe incontrata di nuovo. Il fantasma venuto dal nulla si materializzava in una donna comune.
Pavel ha sentito subito un interesse troppo personale per la sconosciuta. Era calcolato questo effetto? Comunque, se Irina frequentava davvero quel caffè, si poteva presumere una sua assenza intenzionale durante le sere successive quando Pavel sistematicamente andò nel locale. Desiderava incontrare la giovane donna; nel recarsi al Kavàrna Viola avvertiva soltanto un impulso di rivedere Irina, quasi un uomo di nome Jan simile a lui non esistesse più nel suo mondo. Però lei restava il tramite per arrivare in qualche modo a Jan. Certo era singolare che l'amica di Jan promettesse di ricomparire, quando il suo sosia mostrava il proposito di dileguarsi.
La sera in cui Irina finalmente apparve seduta al caffè, Pavel a guardarla doveva giurare che fosse Elena. Osservava la mistura di allegria e riserbo che sembrava distanziarla dalla cupa tensione di Elena, della quale adesso rivide nel ricordo i gesti concitati e distratti durante i riti di intimità; poi tuttavia la mimica di Irina in atti che avrebbe detto involontari, troppo simile a quella di Elena, smentiva la duplicità delle loro persone.
Doveva indagare. La marca della borsa italiana, che un solo negozio di Praga puà vendere, forse sarà utile. Un minuto che lei si allontana vi guarda dentro registrando il biglietto di un treno periferico.
Poi s'interrogava se sentisse per lei la stessa attrazione che provava per Elena. Certo il carattere di questa copia è diverso, lo direbbe più sereno o leggero, sebbene a un certo punto gli sia sembrata sfuggente. Si è sorpreso a definirla una donna misteriosa. Quando si sono separati, ha creduto di percepirla imprendibile e subito si è detto che al fondo del labirinto sconosciuto delia vita di lei c'è Jan. Allora ha avvertito che qualcuno la chiamava lontano. Con Elena questo non poteva accadere.
 
 
Nelle strade di Praga si diffondeva una sindrome di divisione delle persone, di schizofrenia alla ricerca di un'identità negata e impossibile. «Uomini e donne sopravvissuti alla propria immagine, simili a zombi, ad automi», diceva Fleischmann, «esseri increduli del loro passato e tuttavia incapaci di avere un presente per colpa di quella sopravvivenza di un tempo che vorrebbero negare, abolire, persone che devono ormai condannarsi per colpe che non sentono». Un'altra allucinata magia dell'antica Praga. E che cosa volevano quei due fantasmi  corposi apparsi all'improvviso? Funebri parodie, oppure aguzzini perversi nei panni tirati a lucido in cui li imitavano.
Elena e Pavel, le spie del tempo che aveva preceduto il grande crollo, si dividevano a metà, si raddoppiavano in quegli altri due, fantocci o persecutori che fossero, alla ricerca di una propria identità sconosciuta in quest'universo  imprevedibilmente sconvolto.
Dinanzi agli occhi di Pavel Kappa a poco apoco Elena perdeva la sua certezza.
 
 
la fine
Pavel non seppe se Jan fosse esistito. Probabilmente era una sua brutta copia. La donna di Jan esisteva però e ora, come una moglie fuggita, conviveva con Pavel. Semmai Elena si era dissolta nel nulla quasi accoppiandosi all'esigua figura di Jan. Forse ormai quei due stavano insieme per uno scambio di mogli, come in un gioco borghese di coppie. Ci sarà una zona di passaggio tra nulla e realtà. Irina in ogni caso ha preso il posto della giovane Kòntava. La Signora Milena Kòntava non sa del piccolo neo in un punto del corpo della figlia. Comunque la voce della ragazza, quando telefonò ad esempio per dire che l'operazione del Tupolev doveva essere definitivamente sospesa, era la stessa, era quella della figlia. Incontrandosi nel magazzino del crepuscolo degli dei, l'aspetto risultava identico tranne il nèo nascosto che la Signora Milena non sarebbe andata a guardare, considerato anche il luogo. Il deposito era un posto pubblico, e il nèo stava in un posto privato. Nel primo un qualsiasi Frantisek poteva entrare come se visitasse un qualunque rigattiere di King's Road o del Marché-aux-puces, persuaso pure lui che fosse Elena Kòntava la giovane dal passo slanciato e invidiabile che conversava con la madre.
Si ricostituiva l'opportuna separazione, e  tensione, tra pubblico e privato. Pubblico era anche il ministero della Cultura, e tutto nelle due donne risultava identico per il direttore generale, tranne il barlume profondo degli occhi che Pavel vedeva accendersi in Irma, leggero instabile sfuggente - una donna è così. Tuttavia quel lampo era negato al direttore siccome Irina Kòntava, se altra volta al ristorante mano neila mano era apparsa sospettabile come un'amante trattenuta dal dubbio sul punto di tradire, qui non intendeva intendersela più che tanto col suo superiore. Una luce può rimanere oscura quanto un nèo.
Della signorina Bauer si seppe - per un pettegolezzo di Irina che suonò come una scenata di gelosia in una commedia - che lavorava per il consigliere russo Sviatov. Lei aveva salvato Pavel dai due inviati del direttore generale, che ne fosse innamorata o che l'azione avvenisse invece per un ordine. In quest'ultimo caso - del tutto ipotetico - Sviatov operava contro Afanasiev: se era un ordine, il consigliere aveva agito contro il militare.
Pavel dubitò di Fleischmann, che avesse approfittato degli eventi per disfarsi di due agenti ormai scomodi o infidi: Kappa e la giovane Kòntava. Certo che era sparito nel bel mezzo della bufera. Quello spiegò poi, ridendo, di aver compiuto un viaggio sull'Oder-Neisse. C'erano guardie dall'una parte e dall'altra, cannoni puntati, carri armati imboscati: un autentico revival di giorni lontani, il '38 (citò Fleischmann). La topografia dell'Europa si muoveva, si agitava. Si poté perfino pensare che Fleischmann tatticamente si fosse alleato - di fatto - alla congiura di Afanasiev e Jesenk. Scomparendo, certo non aiutava a fermarla: il Tupolev poteva decollare per conto suo. Alla fine Irina con un voltafaccia femminile bloccò tutto. «Ti affidi troppo alle donne, al Caso, alla mutevolezza dei sentimenti», lo rimproverava.
In effetti Pavel non riuscI a eliminare un elemento d'instabilità dagli occhi di Irina. E se fosse rimasta fedele a Jan? Da dove venivano quei due sosia misteriosi? Due sicari di chi? Ma Irina all'ultimo istante aveva cambiato, in quel caseggiato in rovina. Per amore? Beh insomma, sdraiandosi sugli scalini mentre Jan eracondotto via nei lucidi riflessi della strada,qualcosa di una donna leggera c'era in lei,qualcosa di un'aberrazione o perversione dei sensi. Pavel aveva pensato ancora una volta che lo seducesse per conto di Jan. Marionette  mosse dai fili di chi? Di un Afanasiev, di uno Jesenk, di un dottor Fleischmann? E poi l'amore, una donna di Praga innamorata: tutto qui.
Un giorno, rivisitando il villaggio alla periferia della città dove sorge il magazzino delle statue abbattute, Pavel avrà il dubbio di scorgere dietro i vetri illuminati di un laboratorio volti che assomigliano a quelli di Jan e di Elena. Fabbricano zombi per sostituirli a uomini viventi? Oppure rinchiudono uomini viventi dietro le sbarre di vetrate luminose di luce artificia!e, come fossero malati, secondo il timore di sempre di Elena?
Ma Pavel si è stretto al corpo flessuoso di Irina, che non ha visto (non sembrò aver visto) i due sosia.
 
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