I miei libri
 
Marc Stout, un emigrato dall'Est Europa diventato dal nulla un ricco industriale, commissiona a un suo misterioso dipendente, Jean-Luc Poitier, l'incarico di ucciderlo. Non dovrà essere un'esecuzione, ma una caccia all'uomo: lo stesso Stout non conosce in anticipo le modalità con cui il killer porterà a termine il suo compito. In cambio Poitier riceverà un milione di dollari e, per sua espressa volontà, anche Bella, la moglie del miliardario. Perché Marc Stout vuole morire? Perché ha scelto proprio questo sconosciuto per farsi uccidere? Quali segreti legano Poitier a Bella? Mentre gli interrogativi si sommano, la vicenda prende una direzione drammatica e inaspettata.
Un romanzo in tre parti originale, acutissimo e profondo, dove l’autore affronta con le armi dell’enigma e dell’introspezione i temi dell’inconscio, del destino e della volontà umana.
 
 
Trilogia di Marc Stout
 
 
2013 Mauro Pagliai editore - pagine 171
 
 
  da Il mio assassino

Marc Stout sarà ucciso tra pochi giorni. Marc Stout sono io. Naturalmente questo diario sarà bruciato ma all'ultimo momento, perché nessuno possa conoscere la vicenda della mia morte. Si potrà sostenere che, bruciato il diario, l'assassino non possa essere incolpato (a meno che non commetta per proprio conto un errore); cioè, voglio dire, se distruggerò queste pagine che lo accusano non esisterà piú alcun atto di accusa. Supponendo ch'egli abbia predisposto bene ogni cosa com'è nei patti, l’unico luogo dov’è trascritto il suo nome verrebbe annullato. Chi troverà mai, nel mio silenzio eterno, il mio complice?
Però è ugualmente logico affermare il contrario, ossia che gli risulterà difficile discolparsi per la parte che io stesso ho avuto nell’impresa. Se sarà sospettato e poi preso, mancando i fogli del mio giornale segreto e ultimo, gli verrà attribuita anche la responsabilità che tocca a me. Questo ancora nell'ipotesi - s'intende - che compia uno sbaglio tale da portare gli investigatori sulle sue tracce, magari ad arte, predisponendo con intenzione uno o due segnali per sfidare la logica degli inquirenti, per istigarli, credendo semmai che il gioco di provocare sospetti sia il vero motivo del delitto.
Tra le due ipotesi, certamente egli ha calcolato che il rischio maggiore stia nella sopravvivenza di queste pagine. Il patto è che siano consumate dal fuoco prima che io muoia, ridotte in cenere prima di me – l’ho già detto. Tuttavia supponiamo ch’egli arrivi a uccidermi in anticipo sul termine previsto, che la sua azione abbia un successo troppo brillante: allora il diario ritrovato intatto sul mio scrittoio lo denuncerebbe. Troppo successo nuoce, gli dicevo. Lui non vi ha mai creduto.
Se c’è un motivo che può spiegare la sua decisione di assassinarmi è l'invidia. Non si è mai persuaso che io, così ricco, fossi stanco di vivere.

Tre volte aveva tentato senza successo di uccidersi. Era ormai disperato. Ogni volta, naturalmente, l’esecuzione era avvenuta per intero come in un sogno angoscioso, fino all’ultimo atto che però veniva a mancare. Marc Stout aveva vissuto tre volte inutilmente la propria morte. Ricordava con disgusto soprattutto l'accurata preparazione del gesto insano, che è possibile definire in ogni maniera fuorché insano (pensava) giacché richiede un’attenta riflessione. Già tra tutti i modi possibili di darsi la morte aveva dovuto compiere la sua scelta valutando elementi a favore e a sfavore, immedesimandosi cioè in tutti i possibili modi ripetutamente per trarne infine una conclusione. Ma questa si era rivelata inutile, e per ben tre volte. E dire che, decisa la tecnica dell’esecuzione, aveva dovuto studiare e preparare gli strumenti. Questa era un’orribile tortura, tanto piú che egli si sentiva indifferente e annoiato della propria morte non avendo propriamente un motivo pressante che lo spingesse all’ultimo atto, né un amore deluso né la rovina sociale né un malanno intollerabile. Così l’intera vicenda suscitava nella sua mente piuttosto nausea o stanchezza, dopo la curiosità (se così si può dire) del primo tentativo.




da L’indagine

Un altro - inutile - libro  venne  ad  aggiungersi  sullo scaffale.  Un'altra - vana - parola circolò nell'aria. Il mondo era un accumulo di voci vaneggianti, vanificanti. Forse soltanto un gioco verbale teneva illusoriamente uniti i frammenti dell'universo. [....]
Sfogliò appena il volume prodotto dalla “Marc Stout editore” prima di gettarlo in un angolo; era un breve romanzo dal titolo Bufera in cui l'autore - un ex-giovane dalla figura alta e slanciata, i capelli ricciuti e i tratti infantili - bamboleggiava sopra la favola di un essere alieno venuto non si sa da dove, traendone ingenue tirate filosofiche. Perché un editore pubblica roba del genere? si chiese Marc Stout. [....]
Forse l'ex-giovane scrittore piaceva alla moglie di Marc, alla signora Bella Stout, pensò Marc Stout.  Bè, fosse così... La spiegazione più logica sarebbe stata questa, ma era falsa. Falsa se non altro per la glaciale indifferenza ostentata dalla donna. Marc avrebbe accolto con soddisfazione un armonioso universo nel quale un giovane dai capelli ricciuti, un po' lezioso, seducesse una moglie scontenta. Perché no?  Sarebbe stato nella logica, nella casistica degli accadimenti scontati, alla maniera di uno dei dieci comandamenti: “Seduci la donna d'altri”.  
Aprì una pagina a caso in quell'ultimo riflesso di luce che consentiva ancora di leggere i nitidi caratteri. L'autore entrava col proprio nome e cognome nella trama dialogando con i personaggi inventati. Che trovata insulsa! Tanta meta-letteratura per finire qui... Marc allontanò il volume che lui stesso aveva stampato. Perché?  Ecco un gioco interessante: quali motivi mi hanno indotto a.

L'altro libro appena pubblicato con la sigla “Marc Stout editore” simulava una Mitteleuropa da operetta. Un romanzo in costume, tutto falso. Davvero i libri erano diventati assurdi!  L'autore somigliava anche lui a un personaggio da operetta, come il suonatore di violino di cui raccontava la storia inattendibile: occhi desolatamente celesti, colorito rosato, corporatura massiccia, sembrava l'incarnazione di uno stereotipo, proprio come le figure dei suoi libri costruiti con i reperti più risaputi di una Vienna alla moda. Ma i direttori editoriali della “Marc Stout” lo sostenevano. Per quale logica perversa scrittori tanto mediocri incontravano il consenso di questi “esperti”?  Erano essi a guastare il gusto del pubblico giustificandosi poi col mercato.
Marc aveva lasciato nelle loro mani le scelte fin dall'inizio, ma da allora studiava questo fenomeno aberrante. Tutto era cambiato in breve tempo e lui non ritrovava più quei libri che scavavano, per conoscere, nella coscienza degli uomini, libri ai quali si era appassionato nella sua adolescenza. Un supermercato dell'inautentico - ecco che cosa era diventata la grande macchina della scrittura.
Marc Stout temeva che l'aver dato avvio a un'attività editoriale dopo il fallimento dell'impresa del suo killer fosse una seconda forma di suicidio. Cioè della volontà di negarsi, di azzerarsi. Forse un impulso malsano presiedeva ormai a quell'arte di disporre su carta un segno nero dopo l'altro. Inspiegabilmente egli si era messo a produrre libri dopo tanto successo negli affari finanziari. In effetti era una partita in perdita, che si compensava con i guadagni degli altri settori. Quei prodotti cartacei erano nutriti di cemento, benzina, perfino dinamite...

Amava Bella per la sua inconoscibilità - Marc era convinto di questo. Se avesse scandagliato come una scatola magica il congegno del suo cervello smontandolo pezzo a pezzo alla maniera dei modesti ingranaggi di un orologio che misurano il mistero del Tempo, temeva che l’incantesimo si sarebbe dissolto. Quel punto glaciale e inafferrabile di lei lo teneva avvinto. Egli doveva sempre indagare, era spinto a indagare da un impulso irrefrenabile, ma la statua di marmo levigato non doveva rivelare il proprio interno.  Può darsi che avesse scelto Bella, dal passato sconosciuto quanto il suo, per questa riserva inconsumabile di ignoto.
Marc accumulava indizi, catalogava sospetti, tuttavia col distacco di un osservatore. Non aveva la passione violenta di un Otello.  Soltanto restava, al fondo della sua razionale freddezza, un graffio sensibile - di solitudine più che diffidenza.  Del resto il dossier era eternamente incompleto; i segnali si contraddicevano o smentivano, il fazzoletto Desdemona poteva averlo donato o perduto. Non aveva mai trovato una prova di accusa nelle imprendibili sparizioni di Bella. Se aveva sperato in Poitier, nella volgarità di un tranello con Poitier, troppo presto lo aveva ucciso. Perché?  



da Il segreto

Un suicidio è inutile se non è creduto, Marc pensò. Lui si era sempre adoperato a persuadere la moglie della serietà del suo proposito, ma lei lo salvava e poi lo perdonava. Glaciale, distante, chiusa in sé, restava estranea a quella partita dell’uomo con la morte. Forse lo disprezzava doppiamente: per la rinuncia alla vita, e per i suoi fallimenti. Marc rifletté che il punto più straziante della sua esistenza le rimaneva oscuro. Si disse che era qui, in questa cecità, la lontananza incolmabile tra loro - l’abisso di ghiaccio di Bella.
Se avesse varcato quella barriera, se la muraglia di lei si fosse dissolta, egli non si sarebbe annientato, credeva. Era uno strano circolo vizioso. La donna suscitava col suo gelo la volontà di lui di cancellarsi, e questo desiderio di dissoluzione era al contempo la ragione del suo impenetrabile silenzio. Un nodo insolubile.

Aveva dato alle stampe la sua confessione per penetrare nella psiche di Bella, reperire indizi, se proprio non doveva ottenere la sua resa. Con gli altri poteva mentire che fosse un racconto immaginario; con Bella diventava un interrogatorio, l’astuzia dell’inquirente per indurla a parlare. In fondo, constatò per la millesima volta, Bella gli piaceva per la sua estraneità. Lui si appropriava e abusava di un oggetto che non possedeva. Come fanno i ricchi. Se lei non lo amava, Marc ne poteva trarre una soddisfazione più intensa. Ancora di più se gli era ostile. Era un atto di prevaricazione quello che compiva inducendola a vivere insieme; così era avvenuto fin dall’origine quando l’aveva incontrata senza conoscere il suo passato, sentendola straniera e lontana. Un essere troppo disponibile non è una conquista. Lo stesso gli era accaduto col suo successo in affari: fosse stato figlio di ricchi non avrebbe trovato un senso nella sua scalata - doveva piuttosto strappare pezzo a pezzo il mondo di cui voleva appropriarsi. Era un’aberrazione? E ora il libro-rivelazione era ancora un atto (forse estremo) di appropriazione della mente estranea di lei, un modo violento e forse definitivo  di possederla  nella sua ostilità. 
Quando tornò a chiederle se la sua figura e il suo nome evocati in quel romanzo-confessione la disturbassero, Bella rispose: «Ci sono troppe cose a cui non dai risposta». 
In certo senso era vero.
«E Jean-Luc? - chiese Marc. - Nel libro è il mio killer a pagamento».
Ancora il volto di Bella si chiuse nel suo gelido sorriso. Doveva saperne di più.
 
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indice
 
1. Il mio assassino
2. L’indagine
3. Il segreto
 
 
 
  da Il mio assassino

Marc Stout sarà ucciso tra pochi giorni. Marc Stout sono io. Naturalmente questo diario sarà bruciato ma all'ultimo momento, perché nessuno possa conoscere la vicenda della mia morte. Si potrà sostenere che, bruciato il diario, l'assassino non possa essere incolpato (a meno che non commetta per proprio conto un errore); cioè, voglio dire, se distruggerò queste pagine che lo accusano non esisterà piú alcun atto di accusa. Supponendo ch'egli abbia predisposto bene ogni cosa com'è nei patti, l’unico luogo dov’è trascritto il suo nome verrebbe annullato. Chi troverà mai, nel mio silenzio eterno, il mio complice?
Però è ugualmente logico affermare il contrario, ossia che gli risulterà difficile discolparsi per la parte che io stesso ho avuto nell’impresa. Se sarà sospettato e poi preso, mancando i fogli del mio giornale segreto e ultimo, gli verrà attribuita anche la responsabilità che tocca a me. Questo ancora nell'ipotesi - s'intende - che compia uno sbaglio tale da portare gli investigatori sulle sue tracce, magari ad arte, predisponendo con intenzione uno o due segnali per sfidare la logica degli inquirenti, per istigarli, credendo semmai che il gioco di provocare sospetti sia il vero motivo del delitto.
Tra le due ipotesi, certamente egli ha calcolato che il rischio maggiore stia nella sopravvivenza di queste pagine. Il patto è che siano consumate dal fuoco prima che io muoia, ridotte in cenere prima di me – l’ho già detto. Tuttavia supponiamo ch’egli arrivi a uccidermi in anticipo sul termine previsto, che la sua azione abbia un successo troppo brillante: allora il diario ritrovato intatto sul mio scrittoio lo denuncerebbe. Troppo successo nuoce, gli dicevo. Lui non vi ha mai creduto.
Se c’è un motivo che può spiegare la sua decisione di assassinarmi è l'invidia. Non si è mai persuaso che io, così ricco, fossi stanco di vivere.

Tre volte aveva tentato senza successo di uccidersi. Era ormai disperato. Ogni volta, naturalmente, l’esecuzione era avvenuta per intero come in un sogno angoscioso, fino all’ultimo atto che però veniva a mancare. Marc Stout aveva vissuto tre volte inutilmente la propria morte. Ricordava con disgusto soprattutto l'accurata preparazione del gesto insano, che è possibile definire in ogni maniera fuorché insano (pensava) giacché richiede un’attenta riflessione. Già tra tutti i modi possibili di darsi la morte aveva dovuto compiere la sua scelta valutando elementi a favore e a sfavore, immedesimandosi cioè in tutti i possibili modi ripetutamente per trarne infine una conclusione. Ma questa si era rivelata inutile, e per ben tre volte. E dire che, decisa la tecnica dell’esecuzione, aveva dovuto studiare e preparare gli strumenti. Questa era un’orribile tortura, tanto piú che egli si sentiva indifferente e annoiato della propria morte non avendo propriamente un motivo pressante che lo spingesse all’ultimo atto, né un amore deluso né la rovina sociale né un malanno intollerabile. Così l’intera vicenda suscitava nella sua mente piuttosto nausea o stanchezza, dopo la curiosità (se così si può dire) del primo tentativo.




da L’indagine

Un altro - inutile - libro  venne  ad  aggiungersi  sullo scaffale.  Un'altra - vana - parola circolò nell'aria. Il mondo era un accumulo di voci vaneggianti, vanificanti. Forse soltanto un gioco verbale teneva illusoriamente uniti i frammenti dell'universo. [....]
Sfogliò appena il volume prodotto dalla “Marc Stout editore” prima di gettarlo in un angolo; era un breve romanzo dal titolo Bufera in cui l'autore - un ex-giovane dalla figura alta e slanciata, i capelli ricciuti e i tratti infantili - bamboleggiava sopra la favola di un essere alieno venuto non si sa da dove, traendone ingenue tirate filosofiche. Perché un editore pubblica roba del genere? si chiese Marc Stout. [....]
Forse l'ex-giovane scrittore piaceva alla moglie di Marc, alla signora Bella Stout, pensò Marc Stout.  Bè, fosse così... La spiegazione più logica sarebbe stata questa, ma era falsa. Falsa se non altro per la glaciale indifferenza ostentata dalla donna. Marc avrebbe accolto con soddisfazione un armonioso universo nel quale un giovane dai capelli ricciuti, un po' lezioso, seducesse una moglie scontenta. Perché no?  Sarebbe stato nella logica, nella casistica degli accadimenti scontati, alla maniera di uno dei dieci comandamenti: “Seduci la donna d'altri”.  
Aprì una pagina a caso in quell'ultimo riflesso di luce che consentiva ancora di leggere i nitidi caratteri. L'autore entrava col proprio nome e cognome nella trama dialogando con i personaggi inventati. Che trovata insulsa! Tanta meta-letteratura per finire qui... Marc allontanò il volume che lui stesso aveva stampato. Perché?  Ecco un gioco interessante: quali motivi mi hanno indotto a.

L'altro libro appena pubblicato con la sigla “Marc Stout editore” simulava una Mitteleuropa da operetta. Un romanzo in costume, tutto falso. Davvero i libri erano diventati assurdi!  L'autore somigliava anche lui a un personaggio da operetta, come il suonatore di violino di cui raccontava la storia inattendibile: occhi desolatamente celesti, colorito rosato, corporatura massiccia, sembrava l'incarnazione di uno stereotipo, proprio come le figure dei suoi libri costruiti con i reperti più risaputi di una Vienna alla moda. Ma i direttori editoriali della “Marc Stout” lo sostenevano. Per quale logica perversa scrittori tanto mediocri incontravano il consenso di questi “esperti”?  Erano essi a guastare il gusto del pubblico giustificandosi poi col mercato.
Marc aveva lasciato nelle loro mani le scelte fin dall'inizio, ma da allora studiava questo fenomeno aberrante. Tutto era cambiato in breve tempo e lui non ritrovava più quei libri che scavavano, per conoscere, nella coscienza degli uomini, libri ai quali si era appassionato nella sua adolescenza. Un supermercato dell'inautentico - ecco che cosa era diventata la grande macchina della scrittura.
Marc Stout temeva che l'aver dato avvio a un'attività editoriale dopo il fallimento dell'impresa del suo killer fosse una seconda forma di suicidio. Cioè della volontà di negarsi, di azzerarsi. Forse un impulso malsano presiedeva ormai a quell'arte di disporre su carta un segno nero dopo l'altro. Inspiegabilmente egli si era messo a produrre libri dopo tanto successo negli affari finanziari. In effetti era una partita in perdita, che si compensava con i guadagni degli altri settori. Quei prodotti cartacei erano nutriti di cemento, benzina, perfino dinamite...

Amava Bella per la sua inconoscibilità - Marc era convinto di questo. Se avesse scandagliato come una scatola magica il congegno del suo cervello smontandolo pezzo a pezzo alla maniera dei modesti ingranaggi di un orologio che misurano il mistero del Tempo, temeva che l’incantesimo si sarebbe dissolto. Quel punto glaciale e inafferrabile di lei lo teneva avvinto. Egli doveva sempre indagare, era spinto a indagare da un impulso irrefrenabile, ma la statua di marmo levigato non doveva rivelare il proprio interno.  Può darsi che avesse scelto Bella, dal passato sconosciuto quanto il suo, per questa riserva inconsumabile di ignoto.
Marc accumulava indizi, catalogava sospetti, tuttavia col distacco di un osservatore. Non aveva la passione violenta di un Otello.  Soltanto restava, al fondo della sua razionale freddezza, un graffio sensibile - di solitudine più che diffidenza.  Del resto il dossier era eternamente incompleto; i segnali si contraddicevano o smentivano, il fazzoletto Desdemona poteva averlo donato o perduto. Non aveva mai trovato una prova di accusa nelle imprendibili sparizioni di Bella. Se aveva sperato in Poitier, nella volgarità di un tranello con Poitier, troppo presto lo aveva ucciso. Perché?  



da Il segreto

Un suicidio è inutile se non è creduto, Marc pensò. Lui si era sempre adoperato a persuadere la moglie della serietà del suo proposito, ma lei lo salvava e poi lo perdonava. Glaciale, distante, chiusa in sé, restava estranea a quella partita dell’uomo con la morte. Forse lo disprezzava doppiamente: per la rinuncia alla vita, e per i suoi fallimenti. Marc rifletté che il punto più straziante della sua esistenza le rimaneva oscuro. Si disse che era qui, in questa cecità, la lontananza incolmabile tra loro - l’abisso di ghiaccio di Bella.
Se avesse varcato quella barriera, se la muraglia di lei si fosse dissolta, egli non si sarebbe annientato, credeva. Era uno strano circolo vizioso. La donna suscitava col suo gelo la volontà di lui di cancellarsi, e questo desiderio di dissoluzione era al contempo la ragione del suo impenetrabile silenzio. Un nodo insolubile.

Aveva dato alle stampe la sua confessione per penetrare nella psiche di Bella, reperire indizi, se proprio non doveva ottenere la sua resa. Con gli altri poteva mentire che fosse un racconto immaginario; con Bella diventava un interrogatorio, l’astuzia dell’inquirente per indurla a parlare. In fondo, constatò per la millesima volta, Bella gli piaceva per la sua estraneità. Lui si appropriava e abusava di un oggetto che non possedeva. Come fanno i ricchi. Se lei non lo amava, Marc ne poteva trarre una soddisfazione più intensa. Ancora di più se gli era ostile. Era un atto di prevaricazione quello che compiva inducendola a vivere insieme; così era avvenuto fin dall’origine quando l’aveva incontrata senza conoscere il suo passato, sentendola straniera e lontana. Un essere troppo disponibile non è una conquista. Lo stesso gli era accaduto col suo successo in affari: fosse stato figlio di ricchi non avrebbe trovato un senso nella sua scalata - doveva piuttosto strappare pezzo a pezzo il mondo di cui voleva appropriarsi. Era un’aberrazione? E ora il libro-rivelazione era ancora un atto (forse estremo) di appropriazione della mente estranea di lei, un modo violento e forse definitivo  di possederla  nella sua ostilità. 
Quando tornò a chiederle se la sua figura e il suo nome evocati in quel romanzo-confessione la disturbassero, Bella rispose: «Ci sono troppe cose a cui non dai risposta». 
In certo senso era vero.
«E Jean-Luc? - chiese Marc. - Nel libro è il mio killer a pagamento».
Ancora il volto di Bella si chiuse nel suo gelido sorriso. Doveva saperne di più.